Dealcolizzazione vino, ennesima provocazione dell’Unione Europea

Dealcolizzazione vino, ennesima provocazione dell’Unione Europea

Dealcolizzazione vino, ennesima provocazione dell’Unione Europea.

Vino annacquato. Ricordate l’attacco per lo zucchero nel vino. Il vino è bevanda storica, deve essere: “originale e naturale, sano e onesto” scrive l’Antico Testamento. Vinum Merum Laetificant dicevano i latini.   
Data: 9 maggio 2021
Giampietro Com0lli

Credo che la proposta dell’Unione Europea di “de-alcolizzare” il vino abbia fatto il giro del mondo, anche su riviste satiriche umoristiche e … (mi astengo). Evidentemente in Europa bisogna da un lato far vedere che si guadagnano gli oltre 30.000 euro lordi mensili fra vari soggetti e uffici delegati con una miriade di proposte senza neanche pensare e dall’altro evidentemente non si è in grado di affrontare e risolvere problemi ben più gravi ed urgenti come migrazione, difesa e affari esteri comuni, pass card, fiscalità, big-pharma, big-finanza, big-alimenti.

Allora eccoci tutti pronti ad attaccare… il pesce della Manica, le ostriche della Gironda, il Grana Padano, il Whisky  e stavolta – anzi ancora una volta – il vino.
Quel prodotto “strano”  prodotto principalmente in Spagna, Italia, Grecia, Francia e Portogallo cioè i paesi del Mediterraneo. Qualcuno si è accanito in modo molto duro contro tale proposta, altri rappresentanti politici e organizzazioni sono stati ironici giudicandola una “boutade” per dirla alla francese. La proposta dell’UE viene – ed è – giudicato un grave attacco alla economia, storia, cultura, tradizione dell’Italia e soprattutto a tutto il modello nazionale “delle eccellenze enogastronomiche” tanto esaltato e copiato nel mondo, tanto sostenuto dal 1963 dall’Europa stessa, presente anche nella Dieta Mediterranea riconosciuto patrimonio Unesco. L’Europa dei burocrati o dei politici contro anche Unesco?
Qualche politico crede di debellare i problemi gravi di abuso di alcol da parte dei propri connazionali e nei propri paesi puntando a  ”de-alcolizzare il vino”. A breve anche la de-alcolizzazione del  Cognac, Armagnac, Whisky, Porto, Madera, Vodka….?
Credo invece che una educazione vera al consumo, concreta, incidente e capita dal consumatore non sia mai stata fatta realmente. Invocare leggi che blocchino o limitino il consumo di alcol partendo dal vino o mettendo sempre il vino come attore unico e centrale oppure postando foto su instagram o facebook o sui giornali con titoli scandalistici e terroristici tipo “ il vino uccide più che la droga”, appare sviante e non istruttivo.

Anche l’alcool nel vino può essere parte attiva o componente – minimale – sicuramente degli abusi d’alcool. Ma ricordiamo che 100 cc di vino ( poco più di mezzo calice normale, non corrisponde a 100 cc di Vodka o di Cognac. Ci vogliono almeno 4 bicchieri di vino per pareggiare la quantità di alcool ingerita con 1 calice di superalcolico.

Ci deve essere un bacillo sconosciuto ai più che ogni tanto emerge da sotto le coperte, quasi sempre fra Bruxelles e Roma o fra Rotterdam e Roma o Amsterdam e Milano, che lancia strali contro le produzioni, il lavoro, le imprese, i marchi, i successi del sud Europa. E’ anche “senza senso” la affermazione che in Italia esistono dei distretti enologici in cui c’è la tradizione di mescolare l’acqua al vino per ottenere il “mezzo vino o vinello”. Niente di più balordo.
Una tradizione assai limitata in quelle zone dove da secoli si produce l’aceto come condimento, oppure dove l’uso del torchio per “pressare fino in fondo le vinacce con i raspi” consentiva di ottenere la base di qualche distillato o di qualche bevanda dissetante per i lavoratori nei campi – e solo nei campi – come fosse uno sciroppo o una bevanda un po colorata. Da qui a pensare che si possa produrre legalmente e commercializzare il vino de-alcoolizzato… ce ne passa.
Gli antichi produttori, parlo addirittura dei mesopotamici e degli ebrei, dei greci e dei latini nell’arco di qualche millennio di vita, erano ben chiari: il vino doveva essere naturale sano e non mescolato con acqua assolutamente. In poche parole il nome “vino” deve essere identificativo in esclusiva di una sola, e quella bevanda. Nella descrizione poi del “vino della Santa Messa” ci sono indicazioni chiarissime.
Il vino è troppo legato al territorio, ambiente, clima e al viticoltore per prevedere e stabilire per legge delle varianti. Non è più vino. Cambiamo nome e non paragoniamolo neanche. Inoltre una norma di “annacquamento” invoglierebbe le frodi, chi controllerebbe anche analiticamente il 5% o il 10% concesso? Da 100 litri di vino se ne otterrebbero 110! Ma siamo sicuri? La natura concede e offre “ una impronta“ al vino che è alla base delle DO-IG da sempre, come ogni vitigno e ogni varietà.  Credo sia inconcepibile  immaginare un Franciacorta o uno Champagne con l’aggiunta di acqua brillante o gazzosa oppure un Sauterne o uno Zibibbo di Pantelleria corretto con acqua zuccherata di rubinetto.
Dove va a finire la così tanto decantata “biodiversità” dalla stessa Europa, ma un altro piano del palazzo a Bruxelles, l’obiettivo delle Farm to Fork e il Green Deal. Tutte le peculiarità e i dettagli sensoriali e organolettici riscontrati nei vini, in tutti i vini, dettati anche dalla composizione dei terreni su cui si impiantano le vigne, oggetti primari di tanti concorsi e guide…. non servirebbero più.   Forse c’è un po’ di confusione: un capo dipartimento della Commissione non sa cosa fa un altro capo dipartimento.
E tutti gli investimenti finanziari fatti dalla stessa UE in 50 anni sulla politica agricola dei vini DO-IG,  nella programmazione delle promozioni  Ocm nel mondo e le spese per la tutela e certificazione-tracciabilità sarebbero persi: soldi dei cittadini europei buttati al vento, un insieme di leggi e di regolamenti da riscrivere…altra burocrazia sopra burocrazia. Sembra che queste “scoperte assurde” siano più fini a se stesse, più fini a sostenere l’esistenza dei tavoli e scrivanie dei burocrati più che a risolvere questioni, migliorare la situazione, innovare e rendere certo il lavoro dei viticoltori.
Sembra anche una mossa molto dannosa e molto pilotata per distruggere le piccole aziende vitivinicole europee di qualità a favore di multinazionali e bigcantine imbottigliatrici in cui la materia prima “ vino anche sfuso e schietto” diventa un hoptional oppure solo una base su cui lavorare usando acqua e zucchero. Il vino non è solo business. Non può diventare una bevanda qualsiasi come una “spuma” tedesca o una componente liquida come l’acqua utile per “allungare” (ma anche rendere bevibile) un ottimo Pernod.
La vigna e la viticoltura (come l’ulivo) per certe territori e regioni e distretti (guarda caso soprattutto nei paesi del sud Europa) non è una coltivazione alternativa ad altre, è l’unica possibile. Anzi con i repentini e forti cambi climatici, il modello ambientale in evoluzione, la ricerca di una stabilità e controllo di territori vulnerabili e difficili … rappresenta l’unica soluzione per coltivare quel suolo e per far rimanere sul territorio gli agricoltori.
Unico baluardo alla vitalità vivibilità controllo di aree interne sempre più oggetto di abbandono e di situazione precaria idrogeologica. Quindi prima di uscire con strane soluzioni “di business” sarebbe bene che qualche Commissario politico della UE  avesse il coraggio di bloccare gli sherpa burocrati rappresentati di certi paesi con proposte oscene.

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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