INDUSTRIA DEL VINO- UNICREDIT-BRUNELLO DI MONTALCINO- Riflessioni generali … quale sarà il futuro dei vignaioli Italiani?

INDUSTRIA DEL VINO- UNICREDIT-BRUNELLO DI MONTALCINO- Riflessioni generali … quale sarà il futuro dei vignaioli Italiani?

INDUSTRIA DEL VINO- UNICREDIT-BRUNELLO DI MONTALCINO- Riflessioni generali … quale sarà il futuro dei vignaioli Italiani?

Quasi tutte le riflessioni sul futuro del vino italiano puntano agli stessi obiettivi. L’ultimo di tempo quello Unicredit-Montalcino. Il Covid avrà insegnato qualcosa? Tutti i focus e forum fatti saranno ascoltati da chi decide?

 

Piacenza, 7 maggio 2021

Grande fermento sul vino italiano. Molti sono i soggetti e gli attori che si impegnano e si interessano del mondo del vino italiano ed estero. Tutti molto interessanti. Tutti molti utili. Ma a chi, principalmente? Vedo una grande attenzione da parte di giornalisti, uffici stampa, pr, freelance, blogger, influencer,  comunicatori di varie amenità… sul tema, sulla diffusione di notizie e di accordi, su focus e forum e sulla trasmissione di incontri più o meno in presenza.

Tutti, dico tutti, hanno una ricetta in merito alla riprese e resilienza post Covid. Tutti sprecano slogan come “madeinitaly”, non parliamo poi di termini come biologico, sostenibile, ecologico, non parliamo poi della scoperte recente della “transizione”. Siamo tutti in transizione, trapasso, trasformismo, traslazione, transfer e chi più ne ha, più ne metta.

A leggere-rileggere tutte queste notizie e comunicati stampa ci si accorge che tutti parlano della stessa “roba”, usano le stesse parole, stesse cause, stessi rimedi.  Ma queste riflessioni e considerazioni – fa piacere che ci sia squadra sistema rete condivisione così diffusa – le leggono e ne prendono noti coloro che effettivamente decidono, al di là delle buone intenzioni e dei proclami?

La politica locale (comuni e unioni di comuni), le Regioni (anche province unite per distretti produttivi allargati), i Ministeri (Agricoltura e Turismo, Ambiente e Beni Culturali almeno si parlano)  e il governo italiano (fonte di tutti i fondi e piani) sono attenti, recepiscono, inseriscono queste innovazioni (richieste da produttori e imprenditori) all’interno di norme UE e Nazionali? I membri italiani nella Commissione Agricoltura (ma anche Ambiente e Turismo) sono informati, hanno recepito il messaggio? L’amico esperto Paolo De Castro a Bruxelles da anni,  oltre a saper fare benissimo il mediatore il diplomatico il condivisore, può essere portatore di un piano “enoecologico” vero italiano sul tavolo della Commissione e del Parlamento europeo? Mi sembra che la questione “pesce-pesca” nella Manica,  che vale molto meno (forse 1/centesimo) in termini di valore volumi e lavoro, è stato “discusso” sul campo in meno di 48 ore fra Francia e UK con una dichiarazione ufficiale europea che sembrava riguardasse un problema di alimentazione dei pinguini imperatore (eccezionali e da tutelare assolutamente) in Antartide.

 

L’ultimo comunicato stampa arriva da Unicredit e Brunello di Montalcino. Posso solo dire: “avete perfettamente ragione, ottimo focus… e adesso?” Cosa fare di concreto – non solo nel meraviglioso distretto di Montalcino, ma in tutti i distretti eno-ecologici® italiani al di là della dichiarazione: origine esclusiva italiana, e-commerce, sostenibilità, no-spreco, resilienza. Non è una scoperta che il mondo agricolo (ancor più quello ulivicolo e viticolo insieme al forestale e pascolativo) sia il comparto che più di tutti sa “stringere i denti e la pancia” in momenti di crisi, di grave crisi perché settore da millenni abituato ad avere il cielo come tetto dell’impresa. Pe questo il mondo agricolo non è solo un insieme di imprese private, ma ha anche una funzione sociale, civile, ambientale, curativa, salubre, di servizio. una realtà che molti dimenticano e si dimentica soprattutto perché oggi molta “industria” direttamente e/o indirettamente è entrata nel mondo agricolo.

Ottima cosa perché ha “sgrezzato” un mondo contadino che fissa la punta delle scarpe, tradizionale, restio ai cambiamenti … ma questo non vuol dire che l’industria è la soluzione giusta e unica, compreso la grande proprietà che cotanto piace agli europei del Nord . Bisogna saper condividere e convivere fra grande impresa e piccola impresa, sapendo anche che 100 piccole imprese in termini di “ambiente sociale o green deal o farm to fork” fanno molto di più che una solo impresa industriale della sessa dimensione. Certo il fatturato economico e finanziario non è paragonabile (attenzione banche!) fra le due figure, ma quanto valore aggiunto, vitalità, vivibilità, estensione, biodiversità, agriecologia e ecoagricoltura, socialità, assistenza, salute, nuove famiglie, lavoro, occupazione danno 100 piccole imprese in montagna …residenti, presenti, vigilanti. Per cui ben venga l’industria del vino in Italia, ci vuole, ma ci vuole anche la vitivinicoltura artigianale e famigliare che svolge anche alte funzioni societarie e ambientali che vanno riconosciute in qualunque PNR si voglia stendere. Vero Governo Draghi?

Tante belle parole: l’Italia è paese leader nella produzione di vino ( ma non solo e in tanti altri settori dell’agroalimentare), nella esportazione, nella qualificazione certificata, nella valorizzazione aggiunta territoriale e culturale, nella attrazione enogastronomica e nella diffusione-imitazione nel mondo di marchi tricolori….ebbene! i 140 miliardi di euro di tutto il comparto alla produzione e i presunti 235 miliardi di euro (dal 2019) del giro di affari globale nazionale generato con tutti i collegamenti e supplementarietà derivate sono decisivi: il 9% del PIL e il 15% del PIL. E tutti gli altri primati a fare da cassa di risonanza. Il vino è radicato nel nostro paese al punto tale che i consumi domestici hanno quasi supplito ai cali fuori casa, abbiamo più DO-IG di tutti gli altri, durante il Covid nessun viticoltore è mai mancato in azienda, tutte le cantine hanno continuato a funzionare, sono anzi stati fatti investimenti strutturali e strumentali visto il tempo calmo e la prevista ripresa, non si sono persi d’animo con la chiusura al 100% dell’horeca, c’è chi ha anche migliorato l’efficienza e il fatturato aziendale, a meno volumi è corrisposto più valore, diversi i nuovi mercati avviati. Quindi il vino italiano ha retto l’impatto grave anche grazie a una realtà di vita tradizionale molto concreta, pronta a farsi su le maniche, ad adattarsi a disastri climatici. Ciò non toglie però che il reddito medio nazionale dell’anno 2020 sia calato fra il 5-11% rispetto al 2019, range dettato dalla diversità della azienda e dai vini prodotti. In Francia è andato molto peggio avendo mediamente le aziende perso dal 10-20% di fatturato e anche di volumi. Non azzardiamo ipotesi di recupero e di ritorno alla normalità come molti stanno facendo. Noi ribadiamo che l’evento Covid deve insegnare parecchie cose,   fuori dai soli conti del bilancio economico-finanziario.

 

Le riflessioni di Unicredit sono quindi in linea e confermano, oramai quasi un anno dopo, quanto osservatorio.ovse.org www.ovse.org aveva già indicato come fattori determinanti di un nuovo modello di impresa del settore vitivinicolo, partendo proprio dal fatto che in primis è la visione (1) “viticola-ambientale” che deve prendere nuove strade geografiche e morfogeopedologiche; che la scelta (2) “agrofamigliare -enoecologica” è fondamentale per dare una continuità alla biodiversità e alla diversificazione tipologica implementando colture resistenti a malattie e quindi con eliminazione dei fitosanitari; che la (3) “multifunzionalità”  della azienda vitivinicola è strategica in un panorama imprenditoriale legata ai cambi climatici e ai nuovi business anche turistici; che la (4) “multicanalità” della distribuzione del vino e la sua organizzazione logistica diventano una garanzia per l’impresa; che  la (5) “ecobiologia “ dei materiali usati per il confezionamento del vino da distribuire abbassi notevolmente tutti i danni da CO2 et similia e sia garanzia anche di non inquinamento e massima asetticità;   che la (6) “identità tipologica” del vino sia sempre più un collante e un modello di individuazione del distretto produttivo DO-IG; che la (7) “salubrità-enologica” sia sempre più un metodo produttivo e una garanzia certificata per il consumatore;  che l’ (8) “ampliamento dei mercati” diventi il vero obbiettivo di tutti i processi, azioni, misure della internazionalizzazione dei vini italiani; che la (9) la “digitalizzazione” e la velocità di comunicazione e di contatti con i clienti e la efficienza dei trasporti sempre meno inquinanti trovando soluzioni di logistica innovativa.

 

Foto Cover: Fabrizio Bindocci presidente ConsorzioBrunelloMontalcino

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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Da:  <ufficiostampa@ispropress.it>
Oggetto: cs con embargo 16,30 – FORUM DELLE ECONOMIE: FOCUS SULL’INDUSTRIA DEL VINO. UN’INIZIATIVA ORGANIZZATA DA UNICREDIT IN COLLABORAZIONE CON IL CONSORZIO DEL VINO BRUNELLO DI MONTALCINO
Data: 5 maggio 2021 11:33:27 CEST

Forum delle economie: focus sull’industria del vino

Il settore conferma il primato nel Made in Italy d’eccellenza 
E-commerce e sostenibilità le principali leve per un business vincente
I punti di forza, le criticità del comparto e le strategie funzionali a superare le sfide del futuro al centro di un incontro digitale organizzato da UniCredit in collaborazione con il Consorzio del vino Brunello di Montalcino. Da uno studio di settore condotto dalla banca, il settore dimostra di resistere alla crisi determinata dalla pandemia. Stimato un calo del fatturato tra – 10% e -15% nel 2020, ma è atteso un rimbalzo già da quest’anno e un ritorno a volumi pre-covid nel 2022.

L’industria italiana del vino resiste all’impatto della crisi economica determinata dal Covid-19. Si dimostra più resiliente delle attese e difende il suo primato di ambasciatore d’eccellenza del Made in Italy. Funzionale al consolidamento e alla crescita dei risultati del comparto una riflessione sui modelli di business che passa dalle leve strategiche di e-commerce, sostenibilità, diversificazione e ampliamento dell’offerta di prodotto, digitalizzazione e internazionalizzazione.
Questi, in sintesi, i principali elementi emersi nel corso del Forum delle economie organizzato da UniCredit, in collaborazione con il Consorzio del vino Brunello di Montalcino, per un confronto tra imprenditori ed esperti sugli scenari economici influenzati dalle conseguenze della pandemia e sulle strategie utili alla crescita del business del comparto vitivinicolo.

L’incontro, aperto dai saluti di Fabrizio Bindocci, Presidente Consorzio del Vino Brunello di Montalcino; e di Andrea Burchi, Regional Manager Centro Nord UniCredit, è stato arricchito dagli interventi di Marco Wallner, Head of Corporate Commercial Synergies, Corporate sales & Marketing Italy UniCredit, che ha illustrato alcune delle soluzioni pensate da UniCredit per sostenere le imprese interessate a potenziare i temi di e-commerce e internazionalizzazione; e di Luigia Mirella Campagna, Industry Expert UniCredit, autrice di uno studio di settore sul tema “Impatto Covid-19 e strategie per la ripartenza nel settore del vino”. 
Dall’indagine è emerso che nel 2019 il comparto, con oltre 13 miliardi di euro, ha contribuito al fatturato totale del Food & Beverage nazionale per oltre il 10%. 
Per il 2020 UniCredit stima un calo del fatturato medio tra il 10 e il 15% circa, previsto però in crescita già da quest’anno, per tornare a raggiungere i livelli pre-covid nel 2022. L’Italia si conferma comunque il primo Paese produttore di vino al mondo per volume (52 milioni di ettolitri, +4,1% a/a); e secondo per esportazioni in termini di valore per circa 6,3 miliardi di euro, con una flessione delle vendite sui mercati esteri molto contenuta rispetto all’anno precedente (-2,2% a/a). Primato italiano anche per il più alto numero di vini certificati (526 di cui 408 DOP e 118 IGP), a conferma dell’enorme investimento in qualità che il Paese ha saputo compiere negli anni (elaborazione UniCredit su dati Istat marzo 2021). 
E-commerce, sostenibilità, diversificazione e ampliamento dell’offerta di prodotto, digitalizzazione e internazionalizzazione, si attestano tra le principali strategie funzionali alla crescita del comparto.
A riflettere e confrontarsi su queste evidenze Renzo Cotarella, CEO Marchesi Antinori Spa; Stefano Cinelli Colombini, CEO Fattoria Dei Barbi Srl; Giampiero Bertolini, CEO Biondi Santi Spa; Gabriele Mazzi, CFO E CIO Banfi Srl; Giacomo Bartolommei, Owner Azienda Agricola Caprili; protagonisti di una tavola rotonda.

A chiudere l’incontro, l’intervento di Andrea Burchi, Regional Manager Centro Nord UniCredit, che dichiara: “Il Forum organizzato con la collaborazione del Consorzio Brunello di Montalcino rappresenta una ulteriore conferma del nostro impegno come partner strategico per le imprese e per i territori in cui operiamo. Un ruolo che non si limita al solo supporto finanziario, ma ci vede anche come parte attiva per facilitare una riflessione approfondita sulle strategie di rilancio delle varie realtà produttive italiane. Il settore vitivinicolo è un’eccellenza del Made in Italy alla quale da tempo il nostro Gruppo riserva un’attenzione particolare riconoscendo la valenza degli imprenditori del comparto e l’alta qualità dei loro prodotti. Nell’ultimo anno abbiamo sostenuto le aziende del settore. Più in generale abbiamo studiato soluzioni di credito mirate, strumenti per facilitare avvio e crescita dell’e-commerce, lanciato programmi ad hoc come il Basket Bond di filiera; e stretto accordi, come quello siglato con il Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, per sostenere la crescita delle aziende associate. Risorse volte a cogliere e soddisfare le istanze dei produttori che intendiamo sostenere. L’incontro di oggi persegue questo intento: continuare a lavorare in sinergia per affrontare insieme i temi della ripartenza e dello sviluppo. Questo è il nostro modo di essere parte della soluzione”.

Per il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci: “Durante le crisi si mettono in dubbio antiche certezze e così da più parti si alzano voci sulla necessità di cambiare il i modelli del settore del vino nel nostro Paese. La realtà è che nel passato recente il vino tricolore ha viaggiato a ritmi molto più alti di tutti i principali competitor, con un export nazionale cresciuto nell’ultimo decennio di circa il 60% e quello toscano di quasi il 70%. Il nostro settore non deve cambiare quanto piuttosto progredire sulla strada intrapresa, abbinando alla qualità produttiva un affinamento delle risorse commerciali e comunicative. Ed è quello che stiamo facendo a Montalcino, che è riuscito a reagire all’anno del Covid forte del suo brand globale e delle scelte dei suoi produttori. L’interesse di istituti bancari come UniCredit a fare partnership con il settore dimostra che le aziende italiane del vino sono sane e pronte a ripartire, come sta accadendo al nostro Brunello di Montalcino che, rispetto al pari periodo del 2020, nei primi 3 mesi di quest’anno ha registrato un +37% di contrassegni di Stato consegnati per le bottiglie pronte alla vendita”.

“Impatto Covid-19 e strategie per la ripartenza nel settore del vino” 
Lo studio di settore UniCredit in sintesi 

Ricordando i numeri dell’era pre-Covid19, nel 2019 l’industria del vino italiana con oltre 13 miliardi di euro, contribuisce al fatturato totale del comparto Food&Beverage per oltre il 10%. É certo tra i settori di eccellenza del Made in Italy e regala all’Italia molti primati.
Siamo il primo Paese produttore di vino al mondo in termini di volume: anche nel 2020 abbiamo mantenuto il primato, con una produzione che sfiora i 52 milioni di ettolitri (+4,1% a/a, dato Istat).
Siamo i secondi esportatori al mondo in termini di valore dopo la Francia e, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, nel 2020 abbiamo mantenuto questa posizione, riuscendo ad esportare vino per un valore di circa 6,3 miliardi di euro, con una flessione delle vendite sui mercati esteri molto contenuta rispetto all’anno precedente (-2,2% a/a, dato Istat).
Siamo il Paese con il più alto numero di vini certificati, a conferma dell’enorme investimento in qualità che il Paese ha saputo compiere negli anni. Nel 2020 contiamo 526 vini a indicazione certificata, di cui 408 DOP e 118 IGP. Si tratta di 90 referenze in più rispetto alle 436 della Francia; seguono, a notevole distanza, la Grecia (147) e la Spagna (139). La qualità di questi vini è garantita da 122 consorzi di tutela.
In merito all’impatto dell’emergenza sanitaria, il settore vinicolo – in Italia come in altri Paesi produttori – ha mostrato una resilienza maggiore dell’atteso.
Il vino si è dimostrato un prodotto ben radicato nelle abitudini alimentari dei consumatori, registrando una riduzione quantitativa abbastanza contenuta dei consumi di vino, ma una riduzione più significativa del valore complessivo del giro d’affari. In Italia, per il 2020 UniCredit stima un calo del fatturato medio tra il 10 e il 15% circa, anche se le situazioni individuali sono in realtà molto differenziate: in generale, è stato senz’altro più colpito chi aveva nell’horeca il principale canale di sbocco delle vendite, mentre coloro che erano più legati alla grande distribuzione hanno nella maggior parte dei casi migliorato fatturato e profitto.
In generale, i gruppi del vino di fascia media con prezzo accessibile hanno fatto meglio delle categorie premium. I preconsuntivi di Pambianco sui leader di settore indica che i primi 10 gruppi di fascia media sono cresciuti del 3%, mentre i primi 5 di fascia alta hanno registrato una flessione del fatturato del 12%. Non è una sorpresa, considerata la prolungata difficoltà del canale horeca e il tendenziale riposizionamento dei consumatori su prodotti offerti a prezzi più competitivi. La difesa dei margini è stata il principale obiettivo dei produttori di fascia alta, che in alcuni casi sono riusciti anche ad aumentarne l’incidenza e il valore, grazie anche alla discesa di alcuni costi.
Oltre alla tipologia di vino, in questa crisi ha giocato un ruolo importante soprattutto il modello di business adottato: l’azienda più diversificata – sotto i profili dei prodotti, dei mercati di sbocco e dei canali distributivi – ha sicuramente chiuso l’anno con risultati migliori rispetto all’azienda meno diversificata.
Guardando ai numeri del settore nel 2020, il contributo più importante alla domanda è arrivato dai consumi delle famiglie, la cui spesa ha registrato un incremento su base annua del 7%, a fronte dell’1,2% del 2019. Le preferenze sono andate verso i vini fermi e frizzanti (+7,8% a/a, a fronte dell’1,8% del 2019), mentre lo spumante ha mostrato un incremento minore (+4,3% a/a, ma comunque in netto aumento rispetto al -0,4% del 2019). Come già anticipato, anche le esportazioni sono andate meglio dell’atteso, avendo registrato una flessione in valore di “solo” il 2,2%, a fronte del +3,1% del 2019. Si è interrotta però la tendenza all’aumento dei valori medi unitari alle esportazioni: in molti Paesi europei, infatti, le vendite si sono chiuse su prezzi più bassi. La buona notizia sui mercati esteri è che l’Italia sembra comunque aver fatto meglio dei suoi concorrenti, mantenendo e in alcuni casi aumentando le quote di mercato, soprattutto in quei Paesi dove era già leader nell’importazione di vino in tempi pre-Covid19.
Questo ci aiuta a guardare al futuro con ottimismo. Il fatturato medio di settore, in crescita già da quest’anno, dovrebbe raggiungere i livelli pre-Covid nel 2022.
Come tutte le crisi importanti, l’emergenza sanitaria lascia alcune eredità destinate ad impattare fortemente sulla costruzione dei nuovi modelli di business su cui puntare per ripartire e, soprattutto, cogliere le opportunità che anche questa crisi porterà con sé.
I temi più strategici per il settore:
omnicanalità. La novità di questo periodo di emergenza sanitaria è stata senz’altro l’e-commerce, destinato a durare perché ha rivelato mercati potenziali di cui prima si aveva poca consapevolezza, in termini sia geografici che di fasce di consumatori. Oltre alle vendite on line, molte imprese hanno comunque avviato un percorso di maggiore equilibrio tra i diversi canali di distribuzione.
sviluppo di nuovi formati di confezionamento del prodotto. Il riferimento è all’aumento della domanda di grandi formati – bag-in-a-box e di lattine. Soprattutto il vino in lattina è un’opportunità poco esplorata nel periodo pre-Covid19 e che invece risponde molto bene ai bisogni di alcuni consumatori, soprattutto giovani.
diversificazione e ampliamento della gamma prodotti. É sempre stato un tema strategico, ma ora lo è ancora di più perché durante la pandemia si sono accentuate alcune tendenze della domanda, come ad esempio il forte orientamento alla salute e quindi la preferenza verso i vini naturali, biologici, biodinamici o a basso contenuto alcolico.
sostenibilità. Cambiamenti climatici e preferenze dei consumatori rendono questo tema sempre più centrale, imponendo sistemi di coltivazione, produzione e distribuzione orientati a migliorare la sostenibilità ambientale e sociale.
digitalizzazione. É la tecnologia tramite la quale affrontare il cambiamento
internazionalizzazione. Si conferma fattore di crescita importante per il settore

 

 

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