Giampietro Comolli visto da Andrea Zanfi , dal suo libro: Essenze, leggende e storie dell’anno zero del Vino Italiano

Giampietro Comolli visto da Andrea Zanfi , dal suo libro: Essenze, leggende e storie dell’anno zero del Vino Italiano

 

Comolli potagonista negli ultimi 40 anni del vino italiano secondo l’ultimo libro di Andrea Zanfi: Essenze, leggende e storie dell’anno zero del Vino Italiano

L’impresa vitivinicola ha grandi potenzialità inespresse, è tempo di cambiamenti organizzativi, culturali, sociali, economici. Andrea Zanfi narra 40 anni del vino italiano intervistando protagonisti nazionali. Un libro-viaggio tra colline, cantine e vigneti. Tra i 43 viandanti incontrati, il piacentino Giampietro Comolli (vedi chi è …).

Il libro “Essenze, leggende e storie – L’anno zero del vino italiano” è un viaggio lungo colline, vigneti e cantine, intrecciato di microstorie narrato con piacevole leggerezza. E’ scritto dall’autore-editore Andrea Zanfi, editore anche  di “Bubble’s Italia Magazine” e del neonato magazine digitale “ItalianGoodLiving” in sola lingua inglese destinato a 60.000 potenziali lettori esteri.

Bubble’s Italian Magazine è un quadrimestrale nazionale cartaceo, in vendita via Amazon e altre piattaforme, che racconta le bellezze italiane, luoghi eccezionali, panorami e architetture, grandi fotografi, artigiani del gusto e il patrimonio del comparto vino made in Italy.

Giampietro Comolli ne è Direttore esecutivo e direzionale.

Zanfi è editore e scrittore fra il più prolifico e premiato negli ultimi 30 anni nel mondo del cibo e del vino, soprattutto attraverso “tomi” di distretti produttivi regionali. Le opere di Zanfi vengono acquistate per essere lette, per arricchire biblioteche private e pubbliche, da riporre nelle librerie in posizione di pronta consultazione.

Questo suo nuovo libro si compone di 422 pagine che coinvolgono direttamente i consumatori “consapevoli”, gli appassionati del buon gusto e dei prodotti di qualità.
Sono 43 i cavalieri del vino che raccontano la loro storia e parlano anche di altri, delle proprie imprese e luoghi di vita, 43 viandanti del calibro di Antinori, Folonari, Frescobaldi, Felluga, Gancia, Lunelli, Maculan, Bucci, Forte, Chiarli, Giacobazzi e, fra il gotha nazionale che ha segnato il vino italiano dal 1980 al 2020, non poteva mancare il nostro Giampietro Comolli, la cui prestigiosa carriera professionale è costellata di posizione di vertice in griffe vitivinicole e del cibo, partendo dalla costituzione delle 18 doc dei Colli Piacentini e dalla sezione legislativa vitivinicola della Confederazione Coldiretti al tempo di Lobianco e della Vertenza Europa ad Atene, con l’esperienza piacentina nei primi anni ’80 lanciando cucina, cibo, piatti tipici con il marchio agrituristico piacentino di Terranostra diventato poi marchio nazionale.

Comolli è considerato uno dei più grandi esperti nazionali di Consorzi di Tutela, di norme sulla certificazione e vigilanza, uno degli artefici della nuova Federdoc partita nel 2000, per anni consigliere di presidenti del Comitato Nazionale Vini di Roma. Oggi tanti suoi “allievi” siedono nelle direzioni dei più importanti Consorzi d’Italia.

E’ stato creatore e artefice della Franciacorta, Bolgheri, Ferrari-Lunelli, Segnana, Surgiva, Salaparuta, Valdobbiadene Prosecco, Forum Spumanti d’Italia, Centro Studi Vini&Cibo, osservatorio Economico Vini, Altamarca Turistica … ”tecnico e personaggio dalla personalità forte, determinata e difficile, dalla capacità di saper prendere posizione anche controcorrente evitando però il doppio rischio del banale e del profetismo”, …  così lo presenta ai lettori l’intervistatore Andrea Zanfi. “Comolli è sempre stato un accanito sostenitore del valore economico e sociale dell’associazionismo in agricoltura in generale, dei consorzi di tutela del vino in particolare, e per molti colleghi, è un maestro e uno dei più completi direttori di enti collettivi in Italia”.

Dalle pagine di Zanfi emerge il suo carattere secco, stakanovista, verticale:
Tutte le volte che con Giampietro parlo del mondo del vino c’è sempre da rapportarsi con la sua visione dei fatti e con le sue verità assolute. Per lui il dubbio è poco accettabile e le esperienze passate sono certezze universali e granitiche, in ogni caso difficili da rimuovere. Ci sono due tonalità di pensieri, quella bianca o quella nera, e lui ha l’assoluta sicurezza che, comunque le si guardi, una delle due è la sua ed è l’unica che conta. È uno che va di traverso a molti; è come una spina di pesce che ti rimane in gola e dà fastidio, ma è anche uno che sa cucinare bene quel pesce che hai deciso di condividere con lui”.

L’intervista viene trasposta dall’autore come un monologo di Comolli, in cui si mescolano di continuo nella narrazione di 40 e oltre anni dedicati al vino italiano in tutte le sue sfaccettature personali, dirette ma anche come visione nazionale ed europea di un comparto che conta molto per l’Italia. Sottolinea il grande numero di imprese premiate, l’alta qualità raggiunta sia nell’uva che nel vino, ma allarmato e deluso dal basso valore dell’uva italiana, e piacentina in particolare. “Cominciai a interessarmi al vino nel 1973, sotto l’ala di mio nonno – racconta Comolli nelle pagine di Zanfi – nell’azienda agricola di mia madre. Producevamo un vino rosso e uno bianco frizzante; uno spumantino fermentato in bottiglia piacevolissimo, che tuttavia – come il rosso del resto – si presentava con un “fondo” in bottiglia, che di fatto lo rendeva difficilmente commercializzabile, un “vino del contadino”.

Nell’intervista Zanfi ripercorre tutta la carriera di Comolli, da Piacenza fin in Sicilia, dalla Lombardia fino al Veneto, con interessanti tappe in Cava, Champagne, Alsazia, Stiria partendo prima dalla dirigenza Anga in Unione Agricoltori, dal segretariato di zona in alta val Nure, dove si trovò sul tavolo della nota e tanto discusse “quote latte”.

Già allora, confida, con alcuni dubbi sulla gestione e sulle motivazioni pubbliche di tale imposizione UE. Dopo aver creato il marchio Terranostra, Comolli racconta la grande importanza e il suo piccolo contributo alla stesura sia della prima legge italiana sull’Agriturismo, sia di quella sulle Strade del Vino.

…”Il sistema agricolo stava cambiando così rapidamente che sentivo la necessità di stargli al passo. Contemporaneamente la passione del vino mi spinse a seguire e superare i corsi da sommelier e degustatore iscrivendomi alla prima Arci Gola e ai seminari di Gino Veronelli, di cui divenni allievo e amico”. Comolli ricorda poi con diversi aneddoti – anonimi per non svelare – e con grande interesse i primi 8 anni passati a creare e a dirigere il Consorzio tutela Doc Colli Piacentini, riscrivendo il disciplinare da 3 a 18 Doc, allargando i territori Doc di Gutturnio frizzante consentendo a molte terre piacentine di qualificarsi e incrementare il valore e Trebbianino Val Trebbia, inserendo le tipologie Classico, Superiore e Riserva per sdoganare la voglia di vini rossi fermi internazionali.

Piacenza crebbe enormemente con i Doc: il Gutturnio divenne il vino più consumato a Milano. Nel 1991 è al fianco del prof Mario Fregoni nella stesura degli articoli dei vini spumanti e frizzanti nella legge 164/92 che riorganizzò tutte le Docg-Doc, ma nell’andare in stampa, vennero tolti perché all’epoca il vino spumante italiano doveva essere solo Asti e industriale!

Da qui, si dice e lascia intendere, la scelta rischiosa di dimostrare e provare di aver ragione andando per 8 anni a dirigere il Consorzio e lanciare il Franciacorta come alternativa dello Champagne. “Fu un tempo di grande crescita professionale e di conoscenza delle bollicine . Fece seguito una esperienza da uomo-impresa accogliendo la straordinaria offerta dell’intera famiglia Lunelli, diventando direttore strategico di tutto il gruppo Lunelli-Ferrari. Da qui l’inizio di una terza fase della mia vita professionale dedicata a conoscere più territori, distretti, per formarmi una visione più completa, più strutturata ed avere un panorama del sistema vitivinicolo italiano”.

Zanfi è molto bravo a estrapolare le riflessioni di Comolli…”…all’inizio anni ‘80 la produzione dei vini a Denominazione di Origine Controllata non arrivava al 10% degli ettolitri prodotti; il vino veniva venduto sfuso, a 400-600 lire litro e il mercato era regolamentato dai commercianti, che dettavano regole e prezzi. Il cambiamento radicale avvenne però poco dopo, quando il mercato riconobbe il valore del vino prodotto da quei vignaioli che pensarono di governare autonomamente l’intera filiera produttiva. Dalla legge nazionale del 1963, che dette vita alle Denominazioni di Origine in Italia, dovemmo attendere la legge 164 del 1992, dopo l’evento delittuoso del metanolo, per mettere mano a un sistema che aveva pochissimi elementi di garanzia e nessun controllo reale del vino per il consumatore. Ho assistito alla fioritura di molti territori viticoli prima di allora sconosciuti, ma ci sarebbe ancora tanto da fare. Pensa che sette bottiglie su dieci vengono vendute ancora con il nome del vitigno e non con il nome del territorio. Nel settore ci sono potenzialità enormi, inespresse. Siamo ancora ai primi vagiti di un sistema vino che deve ancora incominciare a camminare. Potrebbe essere il tempo di grandi cambiamenti organizzativi, culturali, sociali, economici che dovrebbero implementare l’impresa vitivinicola. Dobbiamo cambiare passo, smetterla di pigiare il piede sull’acceleratore e correre tanto per correre. Dobbiamo riflettere su dove andare pensando a come mai oggi si vende un litro di vino sfuso a 0,60 centesimi e sessant’anni fa lo vendevamo a 120-140 lire…”

Foto cover: Andrea Zanfi e Giampietro Comolli – PH Artale
(Archivio Newsfood.com + elaborazione grafica)

 

 

Redazione Newsfood.com

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