Vino Italia, sarebbe un grande marchio per tutti, di tutti noi Italiani, nel mondo

Vino Italia, sarebbe un grande marchio per tutti, di tutti noi Italiani, nel mondo

Vino Italia, sarebbe un grande marchio per tutti, di tutti noi Italiani, nel mondo

Non più buone idee programmatiche, urgono fatti concreti. Investimenti globali sul vino italiano. No rattoppi e rammendi

 

La attuale situazione dei mercati e dei consumi deve far riflettere molto chi ci governa. Ovvero lo status reale e mentale dei diversi consumatori. In linea generale, fatte alcune eccezione, tutti i paesi sono nella stessa barca, in balia di una tempesta in mezzo al mare, ma con venti e con ore di luce e di buio non a secondo della latitudine o longitudine, ma in gran parte per merito o demerito del Cocchiero o del Caronte di turno o della ciurma in plancia… compreso anche chi sta nella stiva di riserva che sentenzia senza una soluzione nazionale.

Perché non si sono fatte solo piccole zone rosse invece del caos attuale?  Il vino italiano è in balia della situazione perché il nostro sistema-modello produttivo imprenditoriale non è capito da molti vertici nostrani ed è estremamente diverso da quello più diffuso e spesso preso ad esempio e/o riferimento negli strumenti legislativi-economici più importanti e decisivi, come la PAC e l’OCM  in Europa, come gli accordi bilaterali nel mondo che spesso i nostri vertici rifiutano a priori  senza un costrutto da portare.

Così si nega una evidenza attuale e una linea molto diffusa nel mondo.
Se a questo ci abbiniamo anche un sistema diplomatico poco attivo da sempre nello svolgere funzioni promocommerciali e di sostegno contenutistico linguistico (al contrario della Francia) visto che il 60% del nostro made in Italy a tavola è concentrato in 6-7 paesi su 200 e anche un sistema distributivo-commerciale di insegne private  che da sempre arriva a Mendrisio e non va oltre per mancanza di peso specifico e voglia di rischiare. Il quadro già negativo esterno da subire (leggi pandemia e crisi consumi da qualche anno) si aggrava con il nostro attendismo, inconsistenza nelle scelte drastiche, interventi tampone, mezzi di sussistenza e non di investimento, controlli eccessivi e poi non supportati da strumenti di formazione, informazione e conoscenza.

Tutto ciò, in positivo e in negativo, può essere marginale in un rapporto “di sistema” ampio con un indirizzo univoco europeo o verso paesi-clienti storici, mentre diventa una barriera di entrata nei mercati neofiti o in paesi lontani dal nostro stile e modo di vivere e di approccio alla domanda merceologica.

Tutto questo si manifesta e si aggrava ancor più nel mercato, oggi, più interessante fra quelli meno maturi e più in crescita, come la Cina e tutta l’Asia pacifica come Corea, Singapore, Giappone, Hawaii.

Nostri concorrenti nel vino e nel cibo (Francia e Germania, ma anche Australia e Cile) hanno avviato da alcuni anni una pesante trasformazione logistica, distributiva e di presenza fisica e digitale nei diversi canali di mercato e di consumo attraverso un sistema capillare ma con uno “spessore” multinazionale, anche guidato dal sistema pubblico.

E noi italiani, principi e maestri del buon bere, buon mangiare, buon vivere con circa 900 “brand” certificati, tracciati, denominati di cui andiamo fieri, cosa abbiamo fatto oltre che piangersi addosso e attendere il reddito assistito o assistenziale?

Eppure da giugno a settembre avevamo, almeno sul mercato nazionale, quasi recuperato lo stesso fatturato di fine settembre 2019. Molto meno bene l’estero! E’ vero che è esploso l’e-commerce, vero che la GDA ha dato un notevole supporto, vero che questa estate le visite-acquisti diretti in cantina sono aumentati.

Ma l’estero ci vede in grosse difficoltà. Ad eccezione degli Usa che fra notorietà, nessun lockdown significativo a stelle e strisce, scampato pericolo delle barriere e sviate le super imposte doganali, per esempio il mercato Cina ci vede ancora dopo 20-30 anni al palo. Solo 6 bottiglie su 100 importate sono tricolori.

Con una prospettiva a fine 2020 di perdere almeno 2 bottiglie sulle 6, una debacle. L’Italia deve correre ai ripari, basta webinar e consulte al paziente, bisogna: dare un forte sostegno al vino italiano come sistema, anche tramite le singole imprese ma a fronte di garanzie occupazionali e di strategie tecnologiche collegate in piattaforma nazionale o almeno regionale, la promozione deve diventare pura pubblicità battente in tutti i canali comunicativi con una forte connotazione italian livetelling per nominalizzare e identificare l’origine o meglio la provenienza, puntare sui nomi di vitigno italiani in lingua italiana.

Per questo deve nascere un social-network del vino italiano che faccia una cosa sola, non si inventi nulla di nuovo, ma cavalchi bene e in sintonia con le piattaforme già forti nei paesi che interessano. Vedi la Cina.

Ma attenzione “ il grande calderone” del made in Italy vale in quei paesi dove i simboli del tricolore a tavola, e non solo, sono già noti, conosciuti. Viceversa un sistema orizzontale di più brand merceologici può creare dubbi e indecisioni in altri paesi, e sono ancora tanti. Quindi la “voceunica” serve ma dosata, adattata, applicata secondo i linguaggi del singolo paese oggetto di attenzione. E’ latente una de-globalizzazione in epoca post pandemia che può diffondersi ed emergere.

Ma attenzione non tutto è dipendente da Covid, c’è una situazione pregressa del mondo del vino italiano che va adeguata. Il Covid può essere il fattore che può svegliare una nuova strada che coinvolge in primis l’Ice-Ita che deve dialogare di più con gli Affari Esteri, bisogna creare un marchio unico di tutto il vino italiano e quando anche la Barbera di Piacenza si muove lo deve usare se vuole il sostegno pubblico, bisogna puntare su un modello di gusto a tavola e su un “uso” del vino come compagno sociale soprattutto dove non siamo conosciuti. Basta frasi e parole fatte che non si concretizzano: internazionalizzazione, sostenibilità, globalizzazione, fare squadra, promozione alta…

Creare un marchio unico di tutto il vino italiano

Entriamo nel merito: il Mipaaf e il Mise hanno fondi Ocm, Horizon, Coesione, Ricerca, Pac dall’Europa per un grande piano nazionale? Ebbene dove è? Finalmente qualcuno parla e scrive di una “agenzia unica” nazionale che abbia il ruolo di regia: ma qualcuno vorrà metterci il naso e mettere a capo qualche amico!

Ancora oggi in molte ambasciate italiane, nei tanti incontro diplomatici, non si beve vino italiano! Ci vuole un addetto specifico, non un addetto generico. Possibile che un imprenditore solitario come Farinetti abbia creato Eataly e la Coop non abbia fatto altrettanto in 20 paesi del mondo?

L’Ice non può una volta essere chiusa, poi aperta con nuovo nome, poi bypassata da un altro ente pubblico! Filiera corta va bene, ma abbiamo i soldi per eliminare passaggi, uffici, tavoli dove siede la burocrazia pubblica? Spero che il Covid serva per ammodernare il nostro paese in senso lato, non solo per il vino: e già questo sarebbe del maledetto e dannoso Covid un lato molto positivo.

 

Giampietro Comolli
Newsfood.com

 

Giampietro Comolli
Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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Redazione Newsfood.com

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