GOVERNO DRAGHI non è Monti e Dini per fortuna. Piroette di Grillo e Salvini

GOVERNO DRAGHI non è Monti e Dini per fortuna. Piroette di Grillo e Salvini

Draghi fa cambiare pelle a Grillo e Salvini. Pd in grossa crisi. Meloni fuori per coerenza e per incomodo. Leu in travaglio. Non paragoniamo Draghi a Dini o Monti, per piacere. Spero in riforme, investimenti, controlli, responsabilità dirette. Scenario italiano senza centro popolare sociale liberale progressista?

 

Piacenza, 7 febbraio 2021

Giampietro Comolli
Newsfood.com

Certo il mio passato “impegnato”, come con errata supponenza diceva qualcuno, durante gli anni spensierati e nulla facenti dell’università e dei corsi formativi specializzati (non si chiamavano master), può sicuramente influenzare un mio odierno parere politico, ma non troppo. Dal 1973 (morte di mio padre di 55 anni, socialdemocratico e liberale, comandante partigiano con il moschetto in mano e non nascosto, di origine walser di Comologno e famiglia di contadini, soldati, prelati) al 1981 anno di inizio del mio lavoro ho maturato una formazione politica democristiana, pentapartito, di economia liberale e sociale.

Ho dedicato il tempo  al Wwf,  Italia Nostra, Amnesty, Wfp ForChildrenAfrica, anche con qualche carica, ma soprattutto ho partecipato a un Centro Studi Democratico in cui ogni mese invitavamo personaggi della politica, imprenditori  e docenti… per imparare.

Chi oggi, fra trentenni e quarantenni già ben seduti in politica ha fatto una indispensabile gavetta e scuola ascoltando? Nessuno credo.

Quasi tutti sono lì per caso, per fortuna, perché messi da qualcun altro. E’ un modello politico per il mio Paese che non penso possa essere utile, oggi come domani. L’Italia è un paese bisognoso di riforme, schiena dritta, scelte oneste e drastiche… non di approssimazione, di incompetenza, di avvantaggiati, di voltagabbana.

Certo la pandemia ha creato una crisi che va ben oltre quella energetica del 1973, quella del lavoro del 1980, quelle finanziarie del 2008 e 2012. Oggi si aggiunge il danno mentale e la crisi di fiducia, di speranza, di visione: ci vogliono gli attributi veri per uscire dal pantano che si vede e quello, più subdolo, che sta dentro di noi.

 

Non paragoniamo il prof Mario Draghi a Dini e Monti!  Tutto altro pianeta, spessore e soprattutto in un certo senso Draghi è stato “chiamato” dagli italiani, magari non tutti all’inizio, ma ora dopo il primo giro di consultazioni, da una maggioranza in strada e dentro il palazzo. Finalmente tutti o quasi hanno capito. Ma con ciò non dobbiamo pensare a una figura istituzionale debole: non mi aspetto un Draghi che dirà si a tutto e a tutti, per fortuna; non sarà disposto a fare da bersaglio per altri oppure da esecutore di altri come chi viene citato a paragone.

Sicuramente Draghi metterà sul piatto un programma minimale ma fortissimo, in cui credo che i pilastri saranno la “salute” degli italiani, il “piano” investimenti e non spese, almeno due “riforme” istituzionali fondamentali per ridurre spese inutili attraverso una prima rivoluzione fiscale  e dare efficienza al sistema statale con una “patente” alle imprese virtuose solidali sostenibili nel processo di sviluppo della imprenditoria e dei consumi finali.

Sono anche fortemente contrario, e credo insito negli approcci di Mattarella e Draghi, a formare a tutti i costi un governo con la totalità o quasi di ministri tecnici: non è il tempo di Monti, per fortuna! I ministri devono essere pochi, concentrati, che vedano tutti i leader di partito e movimento coinvolti. Devono metterci la faccia prima delle prossime elezioni, ma operativi dentro un binario stabilito.

Senza fare colpe (ognuno tiri le somme), l’arrivo di Draghi è una sconfitta totale di un tipo di politica: quella del prima il parlamento e poi gli italiani. Binario ministeriale stretto però: penso al giusto cambiamento di quota100 e reddito di cittadinanza in una formula più sociale e meritata ma senza cancellazione, ad un rapporto schietto e doveroso con l’Europa sulla uguaglianza fra stati in termini di flussi e di controlli esecutivi.

A un numero di ministri-leader limitato, deve corrispondere un buon numero di viceministri con deleghe operativi dirette dal Capo su temi difficili unici e specifici a tempo: a questo livello il super-esperto esterno, coadiuvato da sottosegretari politici con delega stretta. E’ una impalcatura diversa dalle precedenti, ma discrezionale al capo di Stato e il capo di Governo. Escluderei assolutamente il giro di poltrone fra i soliti boiardi tecnici, pronti sempre alle chiamate politiche, al punto che sono visti dall’opinione pubblica sostenitori dei politici di carriera! E qualche esempio lampante l’abbiamo visto proprio con il governo giallo-rosso.

 

IL PD è sicuramente il partito che più ha subito ed è stato a guardare, puntando tutto sulla funzione garante di blocco del sovranismo, mandando giù qualche rospo: prima quello di Renzi veramente l’unico vincitore su tutto e poi l’imbarcata di Salvini dimentico delle battaglie originarie.

Al limite bisognerà ringraziare Meloni e Bersani se saranno fedeli a un loro principio di scuola politica tradizionale e di pensiero estremo, ma almeno espressione di una minoranza vera che potrà essere “voce” di opposizione e di denuncia verso qualunque ministro e qualche giravolta di Draghi.

Fra l’altro un Governo Draghi che, secondo me, avrà una vita breve, non perché lo chiede Salvini o Grillo, ma perché dovrà svolgere un più alto e più giusto incarico per la sua statura istituzionale.  Quello che manca, non lo dico solo per il mio passato giovanile, è un gruppo vero di centro dell’emiciclo: una CDU-CSU italiana unica può esistere? Qualche movimento nell’ultimo mese, dopo il niet di Renzi, c’è stato, qualche tentativo, tante telefonate ma chi attualmente è in Parlamento e chi è fuori emiciclo hanno posto tanti veti incrociati da far paura. Ci vuole un centro-liberal-sociale nuovo di facce nuove.

Spero che alle prossime elezioni del gennaio 2022 o del naturale giugno 2023 si presenti un gruppo unito, recuperando qualche figura di merito che c’è già sparpagliata in più partiti con gli innesti giusti in cui l’aspetto popolare, sociale e liberale, etico e morale sia la base, sconfiggendo personalismi e pruriti.

 

Draghi ha intanto già avuto un grande successo personale sulla politica italiana, oltre ai consensi già manifestati da giorni fra le cancellerie europee (forse qualche dubbio a Berlino ma con un successore già designato molto più aperto a una visione collettiva e meno di guida), è riuscito a far cambiare linea e discorsi a due teste-toste, diversissime ma molto simili anche se di diverso mestiere, come Salvini e Grillo.

Il primo ha quasi fatto domanda di iscrizione e adesione al PPE e il secondo ha deciso di abbandonare il giallo e diventare verde. Ma il verde è anche il colore della Lega. Quindi un ritorno di fiamma a ruoli invertiti, diversissimi!? Non credo, ma appare chiaro una quota di “opportunismo” politico (e per i “gilet gialli” nostrani di attaccamento alle prebende parlamentari di 300 eletti che, se va bene, resteranno in 100 con le prossime elezioni) reciproco dei due più grossi gruppi che non è molto lontano – se fatto onestamente e con regole chiare e durature – dai comportamenti dei partiti, piccoli o grandi della I° Repubblica.

E anche una strategia politica verso gli elettori in attesa di una nuova legge sicuramente necessaria e che mi auguro Draghi ponga fra le 4 gambe del tavolo in modo di votare il nuovo parlamento ristretti con una normativa degna del paese Italia e non ballerina a seconda delle percentuali di consensi del passato. Visto che l’attuale legge elettorale abbinata alla necessità di una nuova visione di circoscrizioni macro e collegi micro (mia idea) non ha regalato stabilità, competenza, durata, ben venga un “germanicum” senza aggiustamenti “all’italiana” adottando la sua quasi perfetta adattabilità proporzionale-maggioritaria.

Daremmo come Italia un altro grande segno, dopo essere stati fautori principali della costituzione dell’Europa a 3 paesi 70 anni fa e fondatori del federalismo parlamentare europeo 50 anni fa, nell’ottica di spronare almeno tutti i Paesi dell’area Euro, dopo la moneta unica, allargare la omogeneità istituzionale attraverso una legge elettorale base uguale per tutti offrendo un nuovo assist alla vera Unione di Stati Europei, USE!

Infine non mi piace leggere sui giornali di questi tempi il possibile legame covid-mafia: spero in controlli a tappeto su ogni contratto.

 

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
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