COVID-19: L’AGROALIMENTARE ITALIANO DEVE TRASFORMARSI, DEVE CAMBIARE QUASI TUTTO

COVID-19: L’AGROALIMENTARE ITALIANO DEVE TRASFORMARSI, DEVE CAMBIARE QUASI TUTTO

By Giuseppe

Giampietro Comolli, novello Bartali:-“L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!”

AGGIORNAMENTO COVID 19 E POST COVID
L’AGROALIMENTARE ITALIANO HA BISOGNO DI TRASFORMARSI E DI CAMBIARE QUASI TUTTO
LA POLITICA ITALIANA DEVE CERCARE VELOCEMENTE UNA ALTERNATIVA ALLO STATO DI BLOCCO

Nessun catastrofismo, nessuna negazione dell’evidenza… ma il problema esiste, è grave, è orizzontale, colpisce a 360 gradi fattori ed elementi che vanno ben oltre il lato produttivo o la filiera commerciale. Un blocco della ristorazione (horeca meglio dire) significa creare problemi in tutta la filiera diretta e in diverse filiere collaterali, escluso la tecnologia applicata e gestita e la burocrazia pubblica e privata.

Un blocco dei consumi fuori casa di cibo e vino, in Italia, vuol dire quasi mandare in tilt il 25-30% del Pil nazionale, stagione per stagione. Cui aggiungere il tilt-buco nero per trasporti, occupazione, entrate per lo Stato, servizi generali. C’è chi indica in un  milione circa di lavoratori a tempo pieno o parziale con contratti a tempo indeterminato e determinato che perderanno il lavoro al 31 dicembre 2020.

Ricerche riportate da tutti i media più seguiti, ricerche compiute da istituti reputati di riferimento, scrivono in questi giorni che circa 100.000 esercizi pubblici della ristorazione (circa il 30% del totale nazionale) sospenderanno l’attività totalmente, un eufemismo per dire che falliscono o chiudono la saracinesca per sempre?

Il tutto per circa 2 mld/euro di fatturato mancati con 30 giorni di lockdown totale e soprattutto nelle 4 regioni dichiarate da Roma “zona rossa”. Sicuramente solo in queste regioni i lavoratori lasciati a casa saranno più di 300.000. e parliamo di 4 regioni italiane che compongono il PIL nazionale ( e quindi anche i versamenti di tasse e imposte a Roma) per oltre il 30 % del totale nazionale.

Le organizzazione degli imprenditori commerciali parlano di un tracollo del 70%: è necessario eliminare gli accordi di Basilea, chi ha cambiato l’esercizio mettendolo in sicurezza e spendendo una barca di soldi va lasciato aperto, chi ha ridotto del 50% i posti a tavola può continuare a lavorare. Eppoi due strumenti di cui non si è ancora vista la esecuzione e l’attivazione da Roma: i soldi della cassa integrazione al 100% e non al 10%, l’eliminazione di tutti gli spazi, figure, filtri burocrati che anche con la pandemia restano al loro posto senza rimetterci nulla, neanche in termini di solidarietà sociale tanto decantata con le parole governative “ stiamo uniti, lavoriamo insieme”.

E’ vero che le cose più importanti sono la responsabilità individuale, la prevenzione istituzionale, ma anche l’efficacia di un controllo continuo e mirato. Tutto ciò, giusto o sbagliato, si ripercuote su tutto il sistema Italia: quella “rossa” non è la periferia geografica con pochi bisogni, ma i territori più produttivi ed efficienti nazionali, quelli che reclamano controlli e quelli che hanno speso di più in adeguamenti.

Nel 2019 la UE ha esportato nel mondo beni agroalimentari da diversi paesi: 86 grazie all’Olanda, 76 dalla Germania, 61 dalla Francia, 48 dalla Spagna e 41 dall’Italia.

L’Italia perché non cresce eppure, per esempio, in campo agrario il ricavo lordo ad ettaro in Italia è di 2583 euro e in Spagna di 1240. Non cresce perché l’Italia è un paese vecchio difficile da cambiare. Abbiamo perso una grande occasione facendo vincere i No contro il referendum delle riforme istituzionali.

Nel frangente “pandemico” dobbiamo sommare in Italia – rispetto a tutti gli altri paesi europei – un retroterra da paese retrogrado, non tanto dettato – come qualcuno dice – dalla eccessiva presenza di circa il 95% di entità imprenditoriali piccole. E’ vero ma una grande democrazia e un grande pase sa governare e guidare il passaggio, la innovazione, la tecnologia anche con piccole imprese e con una orografia territoriale difficile che necessita di tantissime infrastrutture mai fatte negli ultimi 30 anni.

Purtroppo, ma è vero, l’Italia è un paese fermo ai tempi di “tangentopoli”: nessuno ha più voluto per coraggio per rischio puntare su infrastrutture. L’Italia è così indietro rispetto ad altri paesi nel campo agroalimentare dove sulla carta e per dichiarazione pubbliche e di alto vertice è l’asset di riferimento, più citato da tutti perché è senza flessibilità e senza una misura oggettiva di competitività e di merito, perché la offerta è ancora determinante rispetto la domanda di beni e servizi, perché le imprese si concentrano su pochi mercati esteri, perché manca una forte e potente distribuzione commerciale e merceologica del made in Italy, perché l’Italia ha troppi prodotti da segnalare e da valorizzare, perché tutti i prodotti alimentari anche i più grandi sono limitati e piccoli rispetto i concorrenti, perché non c’è impegno e certezza di voler creare accordi bilaterali che in fasi conflittuali o di protezionismo potrebbe eludere o mitigare barriere di entrata e barriere economiche-monetarie.

Questi sono i veri motivi, tutti gli altri sono pretesti per opzioni politiche e partitiche che non servono e fanno solo comodo per portare a casa qualche consenso in più, come le prebende e le regalie ad personam.

L’agricoltura e l’agroalimentare con il Covid19 non è più fragile o più debole come qualche istituto di ricerca e qualche organizzazione sindacale cercano di motivare, bensì era già un comparto di settori non attrezzato in termini di salvaguardia commerciale e di mercato perchè ancora totalmente appiattito sulle scelte dell’offerta e sulle deferenze verso i governi territoriali.

Occorre che il governo Conte non perda tempo e chieda più flessibilità per gli OCM e per la PAC, soprattutto in sintonia con le innovazioni che l’Italia necessita e non in sintonia con i bisogni delle grandi multinazionali e grandi imprese del nord Europa che hanno bisogno di piccoli palliativi e aggiustamenti green per poter aumentare ancor più lo sfruttamento produttivo.

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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