Due pesi due misure: Sicilia prima per qualità diffusa del vino, ultima per rispetto identità altrui

Due pesi due misure: Sicilia prima per qualità diffusa del vino, ultima per rispetto identità altrui

Due pesi due misure.
LA Sicilia è la prima regione italiana per la qualità diffusa del vino. All’ultimo posto per rispetto identità altrui

Plauso per chiusura querelle sull’uso dei vitigni Nero d’Avola e Grillo.
Condanna per lo Zibibbo

La Sicilia negli ultimi 20 anni è stata la Regione italiana, e anche fra quelle europee, che meglio di tutti ha cambiato pelle enologica, ha saputo attrarre investitori dall’estero, ha valorizzato un gran numero di vitigni autoctoni, ha migliorato la qualità assoluta e relativa dei propri vini, ha letto con maggiore realismo il mondo dei consumi di vino, ha alzato enormemente la notorietà e la qualità diffusa dei propri vini.

Come Ovse (osservatore economico) e come Ceves (studio del valore qualitativo) abbiamo monitorato tutto lo sviluppo e il cambiamento di percorso e di valore aggiunto che molte imprese siciliane hanno offerto al territorio, al consumatore locale, al distributore nazionale e all’importatore estero. Da Regione, alla fine del millennio scorso 1990-1996, ancora ancorata alla vendita di vino sfuso, al mescolamento di uve da vino e da tavola, alla alta resa per ettaro, ad una percentuale che era inferiore al 10% di vini docg-doc… oggi è un fiore all’occhiello della enologia italiana ed europea, paragonabile a Toscana e Piemonte, alla Provenza e alla Rioca e alla Cote du Rhone.

Non ha fatto voli pindarici, troppo alti e rischiosi fuori dal suo DNA, ma ha saputo interpretare e legare il mondo produttivo con le necessità della domanda. In poche parole ha guardato in primis al consumatore e poi ha, con dinamicità anche legislativa e anche un po’ garibaldina, messo a posto tutti i fattori produttivi. Dai vitigni e vigne, alle cantine tecnologiche e ospitali.

E’ sicuramente brutto vedere dopo tutti questi sforzi il blocco dovuto alla pandemia per quanto riguarda la attrazione enoturistica e turistica. Ma il vino Siciliano Doc e Igt sta girando il mondo, sta offrendo una possibilità di scelta veramente al passo con i tempi. Sempre grazie al monitoraggio di Ovse-Ceves, oggi è possibile bere “siciliano” reale e a 360 gradi (da Marsala all’Etna, dal ragusano al palermitano) con grande sicurezza, certificazione, tracciabilità, qualità e soprattutto una “linea” di etichette in grado di soddisfare tutti i consumatori: dalla bottiglia a 40 euro alla bottiglia a meno di 3 euro, con lo stesso nome di vitigno o con lo stesso vino.

Evidentemente di matrice e di origine diversa, anche dettato dai parametri più stringenti delle DOC piuttosto che della IGT o vino da tavola. Una recente degustazione di Ceves di circa 400 etichette di vini siciliani, da vini tranquilli a spumanti acquistati prevalentemente nei supermercati e nei discount e nei cach&carry nazionali e stranieri, è stata illuminante: si può bere un ottimo vino siciliano di Inzolia, Catarratto, Grillo, Nero d’Avola anche a 2-3 euro senza scandalizzarsi. Cosa che ancora non è possibile con vini Toscani, Piemontesi, Marchigiani.

Un grande successo non tanto per i vini premium spesso icone di un territorio trainato, bensì per vini quotidiani, semplici ma molto onesti, sinceri, diffusi.
Per questo applaudo alla chiusura, con sentenza del Consiglio di Stato definitivo, della causa legale per cui i nomi di vitigno Nero d’Avola e Grillo, o menzioni specifiche, si possono scrivere solo nelle etichette dei vini DOC e non si possono né produrre e né designare nelle etichette dei vini IGT “Terre Siciliane”.
Una sentenza appropriata, difficile, molto importante che è accompagnata anche da scelte tecniche che non fanno altro che migliore la qualità di produzione, così importante per la qualità che ogni consumatore può liberamente scegliere in base a certezze del diritto, anche “enologico”, diritto acquisito o non acquisito la liberalità d’uso viene cancellata.

Forse in questo caso non tutte le “grandi” imprese siciliane erano d’ accordo né a farsi del male da sole né a limitare le imprese altrui. Un ribaltone che ha visto tutti gli Enti Pubblici schierati da una sola parte: un privato contro tutti gli altri privati e pubblici.

Ebbene stessa cosa non è successa, almeno ancora e per il momento, per lo “Zibibbo Doc di Pantelleria” in quanto il nome di vitigno specifico, storico, antico con una storytelling di 3000 anni legata solo alla piccola isola “Perla Nera” del Mediterraneo, da alcuni anni con il placet di Regione e Ministero e Consorzi di tutela è stato concesso alle grandi case vinicole siciliane da trapani a Siracusa al posto del più storico e già in uso “Moscato di Alessandria” o “Moscato Bianco” per produrre tutte le tipologie di vini possibili. Lo Zibibbo a Pantelleria è solo, o quasi, un vino passito bianco con una raccolta, appassimento, cura e affinamento che richiama usi e costumi già impiegati da arabi e fenici come la gran parte dei testi e dei testimoni afferma su libri, ricerche.

Per Grillo e Nero d’Avola, ma non per lo Zibibbo di Pantelleria, vale la sentenza e le motivazioni molto-molto chiare espresse dal Consiglio di Stato: <” Le caratteristiche del prodotto DOC sono strettamente (inequivocabilmente) connesse con l’ambiente naturale e ai fattori umani e tradizionali dell’ambito geografico… in cui sono impiantati e prodotti… e dal carattere più o meno delimitato e ben individuato e/o ristretto della zona… DOC… caratteristiche uniche di territorio, superiori di qualità… in ragione del carattere pregiato dei vitigni utilizzati ”>. Più chiari di così non esiste.

Per inciso  la stessa ministra Bellanova, molto recentemente ha affermato in una consorella-querelle fra regione Puglia e regione Sicilia a proposito dell’uso del nome di vitigno Primitivo fuori dai confini pugliesi: “Nessun vino DOC-IGP prodotto fuori dalla Puglia potrà chiamarsi Primitivo, ma le sperimentazioni non sono vietate. Contro la delibera della regione Sicilia ( dal Sole24Ore)”.

Allora perché la stessa motivazione non è assunta per la usurpazione (ahimè già passata in uso sulla Grande Isola da qualche anno compreso la autorizzazione della Regione ad impiantare il vitigno Zibibbo o Moscato di Alessandria sulle terre di Sicilia) del vitigno Zibibbo. Esiste un bellissimo nome, altrettanto storico importante e qualificante di Moscato Bianco in uso in Sicilia con il nome Pollius o Pollio di Siracusa o Biblino dalla Tracia già ben noto nella Magna Grecia Siciliana.

Perché non puntare su Pollio come su Grillo o Nero d’Avola? Anche lo Zibibbo DOC Pantelleria, Moscato Giallo e non Bianco di percorso sulle sponde africane merita chiarezza-chiarezza proprio anche perché necessita di un forte rinnovamento e posizionamento sul mercato nazionale e mondiale viste le unicità di carattere, sensoriali. A quando una decisione altrettanto saggia, giusta, legale con il giuridico uso di quanti e quali diritti acquisiti possono essere tutelati e no?

 

Giampietro Comolli

Redazione Newsfood.com
© Riproduzione Riservata

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

Redazione Newsfood.com
Contatti

 

 

Vedi anche:

Leggi Anche
Scrivi un commento