Accordo Brexit, no deal, new deal….next deal! Brexit e agroalimentate italiano
30 Dicembre 2020
Accordo Brexit, no deal, new deal….next deal! Tutto a posto quello che finisce bene? Abbiamo salvato il made in Italy e 3,4 mld/euro/anno di export in UK. Plauso da tutti i politici, ma sarà così? Grande risultato: brava la VDL e un passo indietro smart di BoJo. Più accordi bilaterali, piattaforma unica, verifica prezzi al consumo, più diplomazia attiva, una pubblicità forte sul prodotto, azioni promo integrate sul modello BelPaese, ricerca di nuovi paesi cui esportare, incrementare export in paesi minori.
Tutti i giornali, i giornalisti, i politici di ogni sponda del baltico, della manica e dell’Europa parlano di un successo dei binomi Boris Johnson e Von del Leyen, UK ed Europa, Michel Barnier e David Frost.
Quindi dal 1 gennaio 2021 il Regno Unito, nella sua interezza compreso l’Ulster o Irlanda del Nord, diventa un paese terzo con tutti i pro e i contro del caso. Certo tutti hanno lavorato perché l’accordo andasse in porto… ma che travaglio. Certo c’erano posizioni politiche da sostenere e da difendere anche come faccia al mondo intero, ma è avvenuto quello che è sempre stato un matrimonio spesso di separati in casa con tante deroghe e tanti distinguo su moltissimi regolamenti e direttive che hanno segnato tanti anni di condivisione.
Certo che molti valori e principi politici sono comuni fra UE e UK, ma anche all’interno della UE non tutti i valori e principi coincidono all’unisono in tutti i 27 paesi già aderenti, senza parlare di quei Paesi che hanno fatto domanda di ingresso.
La questione Brexit, ma anche il recente veto di Polonia e Ungheria, non devono cadere nel dimenticatoio anche se tutto è rientrato con alcune abili mosse di alchimia geopolitica e geoeconomia tipici della Signora Merkel che accentuano ancor più certe differenze di trattamenti.
E come abbiamo visto con Brexit le differenze consentite prima o poi sono nodi che vengono al pettine. E’ facile che ritornino, magari camuffati sotto altri capelli, magari sfruttando qualche paese terzo confinante molto abile a giocare con carte diverse sullo stesso tavolo… ed averla spesso vinta per… quieto vivere. Ovvero Pace come direbbe qualcuno.
L’accordo Brexit ha visto prevalere il conservatorismo e l’isolazionismo monetario del Regno Unito, con molte soluzioni positive arrivate più da incontri bilaterali che da una discussione fra tavoli negoziatori. Ma tutti felici e contenti: tutti i politici italiani di peso a Bruxelles hanno rilasciato dichiarazioni entusiaste, un po’ meno alcuni sindacati agricoli italiani.
Parlo infatti solo di Brexit dell’agroalimentare che per l’Italia vale qualcosa come 3,4 mld/euro/anno mentre la bilancia commerciale export dell’UE vale 40 mld/euro/anno nell’insieme. L’UK è il 4° paese export globale al mondo per l’Italia. Il primo punto, oggi, è di vedere in modo positivo e costruttivo questo accordo, ma conoscendo prima possibile tutti i pro e i contro, studiando subito come affrontare un legame oramai storico che ha preso una nuova strada e che necessita di un periodo di assestamento di almeno 24 mesi, ma determinante per il futuro. Un errore anche piccolo costerà molto caro. Sarà in questo periodo che si constaterà se la bilancia resta a favore dell’Italia.
Da un recente sondaggio della BBC per gli inglese la “tavola” deve poter parlare italiano almeno per certe etichette e brand. Da un lato è importante che la sterlina non abbia ulteriori scossoni al ribasso e sia in grado di bloccare ogni deprezzamento: questo inciderebbe enormemente sulla capacità di acquisto degli inglesi e quindi eventuali prodotti “camuffati” o italian style fittizio potrebbero creare problemi economici maggiori di quelli attuali. Già oggi il “parmesan” olandese è più venduto dei “grana” italiani.
Se a questo si aggiungono contratti bilaterali di UK con altri Paesi produttori di materie agricole e alimentari può nascere una forte concorrenza con tutte le problematiche legate alla libera e leale concorrenza sui mercati. E’ evidente che in questo specifico caso le regole di dogana-confini fra Irlanda e Ulster andranno tenute sotto osservazione per eventuali adattamenti e soluzioni alternative.
Da qui anche la già evidenziata richiesta di molte organizzazioni agricole e alimentari nazionali di studiare azioni verso altri Paesi Terzi come sbocco commerciale nel caso il mercato UK introducesse degli stop. Blocchi che in ogni caso devono essere affrontati e risolti. Da oggi il paese UK è libero di adottare tutti i sistemi doganali, controlli, moduli al fine di tutelare il proprio mercato e le proprie regole.
La libera circolazione delle merci pone ai vertici regole diverse. In questo sono già note da tempo le differenze fra la UK e i paese di sud Europa in merito alle certificazioni sanitarie, la tracciabilità e la sicurezza alimentare sfociate già nella proposta semplicistica del “semaforo” che azzera tutto un modello di regole Dop-Igp diversificate e adottate anche dall’Italia come parametri di qualità.
E’ vero che non dovrebbero esserci né quote di ingresso produttive e commerciali né dazi o accise protezionistiche in aumento… ma come si sa, basta una nuova legge o una nuova “parolina” che subito si può eludere tutto il sistema e tutti gli elenchi di questo mondo. I controlli fitosanitari e i docu.dogana sicuramente aumenteranno e in questo le piccole imprese italiane, di tutti i settori, dovranno attrezzarsi e correre ai ripari. L’UK è evidente vuole puntare a forniture da più paesi degli stessi prodotti per creare concorrenza contrattuale, magari anche con incentivi economici pilotati, per favorire anche risparmi di spesa diretti dei sudditi della Regine.
I prodotti italiani più richiesti in UK fino al 2020 e che potranno essere più avvantaggiati oppure più colpiti da una concorrenza anche di “finto made in Italy” sono: il vino e il Prosecco in modo particolare con milioni e milioni di bottiglie, poi tutte le versioni del pomodoro confezionato, la pasta secca, la frutta e la verdura, l’olio evo e i formaggi ad iniziare dai due Grana.
I prodotti italiani più richiesti in UK fino al 2020 e che potranno essere più avvantaggiati oppure più colpiti da una concorrenza anche di “finto made in Italy” sono: il vino e il Prosecco in modo particolare con milioni e milioni di bottiglie, poi tutte le versioni del pomodoro confezionato, la pasta secca, la frutta e la verdura, l’olio evo e i formaggi ad iniziare dai due Grana. In ogni caso fa effetto vedere che uno stesso articolo stampa molto seguito sul web, intervistando due strutture nazionali importanti, una parla di un fatturato export vino di 771mio/euro/anno e una altra autorevole organizzazione parla di 830 mio/euro/anno! Qualche amico inglese mi ha fatto notare subito: la solita creatività italiana o non lettura dei dati o utilizzo dei dati a piacere o dati non veri?
Peccato veramente fare queste figure! Tutti prodotti esportati che già oggi sono fra i più copiati al mondo. Per fortuna che tutti i prodotti DO-IG italiani (ed europei) sono salvi (sono il 31% del totale export italiano in UK), ma solo quelli che già sono riconosciuti e nell’elenco dell’accordo europeo al 31 dicembre 2020.
Chi arriva dopo che trafila dovrà fare? Sarà equiparato? Dovrà superare gli esami ogni volta come a Tokio o a Pechino? Certo che da domani il Parlamento Europeo è chiamato a vigilare, concordare, difendere attraverso i regolamenti tecnici operativi che saranno emessi, compreso il Like-Minded.
Una delle voci più insistenti in questi 4 anni di elaborazione dell’accordo (gli inglesi hanno votato nel 2016) è quella che suppone un autogoal della politica di BoJo e dei conservatori a voler portare in porto la Brexit per i reali vantaggi per l’economia inglese. Alcune analisi di mercato davano un incremento di costi anche sociali del paese oltremanica derivanti dall’uscita dalla UE poiché è vero che gli inglesi dovevano convivere con un sistema aggregante e da condividere ma questo garantiva scambi, tutele, vantaggi, aiuti e non solo per la agricoltura inglese ben foraggiata a fronte anche di uno “sconto” forte sulla quota di adesione. L’Italia è da anni un paese che da di più all’UE rispetto a quello che gli viene ritornato: è un paese a saldo negativo che contribuisce da anni ad aiutare i paesi più piccoli e quelli ultimi arrivati come Belgio, Portogallo, Romania, Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca.
E’ evidente che l’UK, oggi, può agire su tutti i mercati e quindi definire accordi particolari. La voglia di fare velocemente si è già vista con l’accordo sottoscritto neanche 24 ore dopo l’annuncio della Brexit con la Turchia di Erdogan immediatamente attivo nell’accerchiare in tutti i modi la UE e nello sfruttare ogni dettaglio da un punto di vista di politica interna, di leadership fra il mondo mussulmano e di tutta l’area medio orientale. Per questo che l’Italia deve anticipare tutti. La Francia e la Spagna hanno risolto la questione della pesca che li riguardava direttamente con l’UK e già sono partiti gli approcci per altri contratti su frutta e ortaggi e vino. Credo che un approccio veloce italiano con l’Irlanda, a 360 gradi, sia importantissimo come con tutte le ex colonie inglesi se in grado di soddisfare certe esigenze (come l’India). Occorre che l’Italia sappia predisporre un piano diretto e di approccio con le grandi strutture inglesi perché il libero mercato e gli accordi bilaterali diventano fondamentali con l’aumento della concorrenza globale.
Da qui l’importanza di una strategia unica autentica forte nazionale con attività diplomatiche incisive e concrete, consoli impegnati a praticare formule di accordi integrati che altri paesi non sono in grado di predisporre e offrire agli inglesi, oltre ad una intelligente e diffusa pubblicità sui media più seguiti in UK, oltre a una piattaforma digitale e oldeconomy del “made in Italy” tipo la vecchia e classica Sopexa francese di 40 anni fa, in modo anche di “controllare” in modo intelligente i prezzi al consumo nei vari canali distributivi inglese non sempre uguali ai nostri. Infine occorre una politica nazionale outbrexit che guardi a nuovi paesi, nuovi consumatori, nuovi mercati e questo sempre con un forte impegno economico oggettivo e collettivo ministeriale e regionale insieme, ma con reciprocità di rapporti a garanzia, controllo incrociato di verifica periodica sulla esecutività (entrate/uscite) di una gestione privatistica.
Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici
Mob +393496575297
Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
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