Speciale Peppe Zullo: Maestro del Made in Italy, Grande Maestro di Vita

Speciale Peppe Zullo: Maestro del Made in Italy, Grande Maestro di Vita

By Giuseppe

Peppe Zullo premiato  “Maestro del Made in Italy”, dai ministri Adolfo Urso e Giuseppe Valditara: una storia d’eccellenza lunga 40 anni


Il cuoco-contadino ha insegnato all’Italia e al mondo dove stava, dove sta e come dovrebbe essere il futuro del buon cibo

 

Newsfood.com, 25 aprile 2026


Peppe Zullo:
Maestro del Made in Italy, Grande Maestro di Vita

 



 di Giuseppe Danielli

Le radici, l’America e il ritorno a Orsara

Ci sono storie che nascono in un luogo piccolo e restano piccole. E poi ci sono storie che, partendo da un paese apparentemente lontano dalle grandi rotte, riescono a parlare a tutti perché toccano qualcosa di universale: il rapporto con la terra, con le radici, con il tempo, con il lavoro.

La storia di Peppe Zullo appartiene a questa seconda categoria. Non è soltanto la storia di un cuoco pugliese arrivato al successo. È la storia di un uomo che ha attraversato il mondo per capire meglio il valore del luogo da cui era partito.

Raccontare Peppe Zullo oggi, a 70 anni, dopo il riconoscimento di Maestro del Made in Italy, significa entrare in una vicenda che non può essere liquidata con le parole consuete della gastronomia.

Qui non bastano “chef”, “ristorante”, “eccellenza”, “territorio”. Sono parole corrette, ma insufficienti. Peppe Zullo ha costruito un’idea che sembrava irrealizzabile. Ha trasformato Orsara di Puglia in un punto di riferimento.
Ha dimostrato che un piccolo borgo dei Monti Dauni può diventare un centro del mondo se qualcuno ha la forza, la pazienza e la coerenza di interpretarlo fino in fondo.

La sua non è una carriera nata inseguendo le mode e i premi. È la storia di una fedeltà alla sua Terra natia, alla terra e ai prodotti che ci offre, alla stagionalità, alla cucina contadina, a una visione dell’ospitalità che non separa mai il piatto dal paesaggio che lo genera.

Peppe è partito, ha conosciuto l’America, ha vissuto il fascino e la durezza dell’emigrazione, ha imparato cosa significa lavorare nella ristorazione fuori dall’Italia. Poi, invece di restare dove sembrava più facile crescere, ha fatto una scelta più difficile: tornare a casa.

Il ritorno è il primo grande gesto della sua storia. Non un ritorno nostalgico, non una fuga dal mondo, ma un ritorno con occhi nuovi. L’America gli aveva insegnato ritmo, organizzazione, servizio, rapporto con il cliente, capacità di stare sul mercato. Orsara gli offriva ciò che altrove mancava: il rapporto diretto con la materia prima, il paesaggio, le stagioni, la memoria contadina, la possibilità di costruire una cucina che non fosse solo buona, ma genuina.

Nel 1980 il terremoto dell’Irpinia segna profondamente anche l’area dei Monti Dauni. A Orsara di Puglia si abbattono case di pietra, lesionate, si ricostruisce coi mattoni. Peppe Zullo, in quel contesto vede materiale per ricominciare. Con quelle macerie, comincia a realizzare il suo sogno; pietra su pietra costruisce il suo Paradiso, primo nucleo di un progetto che negli anni diventerà molto più di un ristorante.


In quegli anni il locale di Peppe diventa anche sede di grandi feste, banchetti, matrimoni con centinaia di invitati. Tavolate da cinquecento, seicento persone, talvolta due eventi contemporaneamente. Potrebbe sembrare solo cronaca di ristorazione, ma è già qualcosa di più: è la prova di una capacità di accoglienza che nasce dal Sud più profondo e si trasforma in organizzazione, ospitalità, visione.

Ci sono persone che incontri e poi dimentichi. Altre, invece, restano. Restano perché col tempo ti accorgi che rappresentano un punto fermo. Peppe Zullo è una di queste persone.

Non è uno di quelli che devono continuamente dimostrare qualcosa. Peppe fa. Lavora. Accoglie. Semina. Raccoglie. Cucina. Racconta. E, quasi senza farlo pesare, insegna.

In tanti anni di comunicazione ho incontrato molti protagonisti del mondo del cibo, da Gualtiero Marchesi a Cino Tortorella, da Carlo Cracco ad Antonino Cannavacciuolo. Alcuni bravissimi, altri notissimi, altri ancora abilissimi nel comunicare se stessi. Peppe appartiene a una categoria diversa. Non è costruito. È genuino.

Peppe l’ho conosciuto quasi vent’anni fa, nel 2008, in occasione di “Appuntamento col cinghiale “uno dei suoi tanti eventi.
Ho seguito i suoi passi, ho frequentato il suo “paradiso”, ho vissuto diversi Capodanni a Villa Jamele, ho visto la sua cantina ipogea, i suoi orti, i ristoranti, il bosco, gli allevamenti di asini, maiali, pollame e anatidi, il caseificio.

Peppe Zullo col Pane cotto nel Forno a Paglia di Orsara di Puglia

E ho visto in funzione anche l’ultimo forno a paglia, quest’anno arrivato a cinquecento anni di storia, ancora vivo e in attività per il piacere dei turisti. Quel pane Peppe lo ha portato nel mondo, come si porta un simbolo: non per esibirlo, ma per raccontare da dove si viene.

Oggi è facile riconoscergli il valore. È facile applaudire un uomo che viene premiato come Maestro del Made in Italy. Ma bisognerebbe ricordare che ogni riconoscimento importante arriva dopo anni in cui le scelte non erano così evidenti. Ci sono stati momenti in cui restare a Orsara poteva sembrare una follia. Momenti in cui credere nella cucina contadina non faceva tendenza. Momenti in cui parlare di terra, orto, erbe spontanee, filiera corta e stagionalità sembrava una scelta poetica, forse perfino ingenua.

Peppe, invece, ci ha costruito sopra una vita.

Per questo il suo compleanno non è solo una festa. È l’occasione per dire grazie a un amico e a un testimone positivo del nostro tempo. Grazie Peppe, grazie per averci ricordato che si può crescere senza tradire. Che si può guardare al mondo che corre senza abbandonare le nostre radici.

Per capire Peppe Zullo, e imparare qualche suo insegnamento, bisogna partire da qui. Prima dello chef, prima del cuoco, prima dell’imprenditore, c’è il contadino, colui che è fiero dei suoi calli alle mani “sporche” di terra. Una formazione che non passa dalle scuole, ma dalla vita. In una cultura dove nulla si spreca, tutto si utilizza e tutto si rispetta, la cucina non nasce come spettacolo. Nasce come intelligenza applicata alla necessità. Si cucina con ciò che c’è. Si usa ciò che la stagione offre. Si evita lo spreco non per moda, ma per rispetto.

Questa scuola silenziosa è forse il primo vero laboratorio di Peppe. Una scuola senza insegne e senza diplomi, ma severissima. Insegna a riconoscere la materia prima, a capire quando un prodotto è maturo, a distinguere un sapore autentico da uno costruito. Insegna, soprattutto, che la cucina non comincia davanti ai fornelli. Comincia molto prima: nel campo, nell’orto, nel rapporto tra uomo e natura.

La filosofia, Villa Jamele, Nuova sala Paradiso e il modello Zullo

La filosofia di Peppe Zullo non nasce da una teoria scritta a tavolino. Nasce dalla pratica. Nasce dall’esperienza, dagli errori, dai tentativi, dal confronto quotidiano con la terra e con le persone. Quando oggi si parla di filiera corta, sostenibilità, biodiversità, rispetto della stagionalità, si utilizzano parole diventate familiari. Nel momento in cui Peppe comincia a costruire il suo percorso, quelle parole non hanno ancora il peso che hanno oggi. Eppure il suo lavoro si muove già in quella direzione.

Coltivare ciò che si cucina non è, per lui, un valore aggiunto. È la normalità. Lavorare con i prodotti della stagione non è una scelta etica da comunicare. È una necessità. Ridurre gli sprechi non è una risposta tardiva a una sensibilità ambientale contemporanea. È una regola antica, imparata molto prima che diventasse una questione globale.

Questa filosofia trova la sua forma più compiuta a Villa Jamele .

Non si tratta semplicemente di una struttura, né di un ristorante evoluto. Villa Jamele è un sistema. Qui la separazione tra produzione e trasformazione scompare. L’orto non è scenografia, è origine. Il vigneto non è cornice, è parte integrante dell’esperienza. La cucina non è un luogo isolato, ma il punto di incontro tra ciò che nasce dalla terra e ciò che viene offerto all’ospite.

Chi arriva a Villa Jamele non trova solo un servizio. Trova un contesto. Un luogo che ha un ritmo proprio, che non può essere accelerato, che non può essere replicato altrove. L’esperienza non è costruita artificialmente. È il risultato di un equilibrio tra elementi reali: la terra, il lavoro, il tempo, la relazione.

L’idea del ristorante nell’orto racconta bene questa impostazione. L’ospite non arriva soltanto per mangiare, ma per entrare in una nuova dimensione dove il cibo è scoperta. Vede, ascolta, percepisce. Capisce che il piatto è l’ultima tappa di una storia cominciata prima. Cominciata nel terreno, nelle mani di chi coltiva, nella scelta di cosa raccogliere e di cosa lasciare maturare.

Le erbe spontanee diventano in questo racconto uno dei segni più forti.

Cicerchie delle Murge in crema con marasciuolo selvatico, mosto cotto di fichi, lampascioni e olive

La borragine, il marasciuolo, le cosiddette “ostriche di montagna” non sono trovate folcloristiche. Sono esempi concreti di una cultura che sa guardare ciò che altri ignorano.

Ostriche di Montagna e Parmigiana di Borragine di Peppe Zullo

La parmigiana di borragine, per esempio, non è solo una variazione creativa su un piatto noto. È la dimostrazione che la cucina contadina può essere insieme memoria, intelligenza e invenzione.

Parlare di “modello Zullo” può sembrare un’espressione teorica, ma in realtà descrive qualcosa di molto concreto. È il risultato di anni di lavoro, di tentativi, di aggiustamenti, di intuizioni. Non è una formula replicabile. Non è un format esportabile. È una struttura che si è formata nel tempo, mantenendo una coerenza interna molto forte.

Se si dovesse sintetizzare, si potrebbe dire che si regge su quattro elementi fondamentali: la terra, la cucina, le persone e il territorio. Ma questa sintesi rischia di semplificare troppo. La terra non è solo produzione: è conoscenza dei cicli naturali, accettazione dei limiti, rispetto della stagione. La cucina non è solo trasformazione: è interpretazione, capacità di valorizzare senza stravolgere. Le persone non sono solo collaboratori o clienti: sono parte integrante del progetto. Il territorio non è solo un contesto geografico: è un sistema vivo, che cresce o si impoverisce in base alle scelte di chi lo abita.

Una delle differenze più evidenti tra il lavoro di Peppe Zullo e quello di molti altri protagonisti della ristorazione sta proprio nel modo in cui viene considerato il territorio. Spesso il territorio è uno sfondo. Un elemento narrativo. Qualcosa da raccontare per dare identità a un progetto che potrebbe esistere ovunque. Nel caso di Zullo, il territorio è struttura. Non si aggiunge. Viene prima.

Questo si traduce anche in un rapporto diverso con i produttori locali. Non sono semplici fornitori, ma parte di una rete. Una rete che funziona solo se tutti i nodi sono solidi. Se un produttore cresce, cresce il sistema. Se un prodotto viene valorizzato, aumenta il valore complessivo del territorio. In questo senso, la cucina di Peppe non è mai un fatto individuale. Anche quando il suo nome diventa noto, il progetto resta collettivo.

Dal locale al mondo: riconoscimenti, turismo e valore economico

A un certo punto del percorso di Peppe Zullo accade qualcosa di interessante. Senza cambiare direzione, senza inseguire visibilità, il suo lavoro comincia a essere osservato anche fuori dai confini locali. Non è il risultato di una strategia costruita a tavolino, ma la conseguenza naturale di un modello che funziona.

Peppe Zullo con Oscar Farinetti e Carlin Petrini – Archivio Newsfood.com

Prima arrivano i curiosi. Poi gli addetti ai lavori. Poi i giornalisti. Infine, gli chef. Persone provenienti da contesti diversi, da Paesi lontani, da culture gastronomiche spesso molto distanti tra loro, ma accomunate da un interesse preciso: capire cosa succede in quel piccolo borgo dei Monti Dauni.

Orsara di Puglia, che per molti anni era stata percepita come un luogo periferico, diventa progressivamente una destinazione. Non una destinazione di massa, non un fenomeno turistico costruito, ma un punto di riferimento per chi cerca autenticità. Questo passaggio è fondamentale. Non è Peppe Zullo che porta semplicemente la sua cucina nel mondo. È anche il mondo che decide di andare da lui.

Expo 2015: Cino Tortorella, Renato Besenzoni, Farinetti, Peppe Zullo

La sua internazionalità non nasce da un adattamento. Molti chef, quando iniziano a essere riconosciuti fuori dal proprio contesto, si trovano davanti a una scelta: standardizzare o rimanere fedeli a sé stessi, semplificare il linguaggio o mantenere l’identità, costruire un format oppure continuare a essere luogo. Peppe sceglie la strada più difficile. Non modifica il suo modello per renderlo più facilmente esportabile. Non trasforma la sua cucina in una formula. Rimane quello che è.

Ed è proprio questa coerenza a renderlo comprensibile anche fuori dall’Italia. Chi arriva da Stati Uniti, Giappone, Europa o da altri Paesi non cerca una cucina generica italiana. Cerca un’esperienza vera. Cerca il rapporto tra un uomo e un territorio. Cerca la ragione per cui un piatto può raccontare un paesaggio.

Negli anni, Peppe Zullo partecipa a eventi e occasioni di racconto della cucina italiana anche fuori dal suo territorio. Porta con sé non un repertorio di ricette da esibire, ma un’idea di cucina. Lo si comprende anche nella sua presenza in contesti come Expo Milano 2015, dove il tema del cibo come energia, cultura e relazione tra i popoli trova nel suo percorso una declinazione concreta. La sua voce, in questi contesti, non rappresenta solo Orsara o la Puglia, ma un modo italiano di intendere il cibo come espressione di territorio, agricoltura, comunità.

Anche i numerosi riconoscimenti internazionali aiutano a misurare la portata del suo lavoro. L’attenzione di guide e piattaforme gastronomiche come TasteAtlas conferma che il ristorante di Peppe Zullo viene percepito come una delle esperienze significative per chi vuole comprendere la cucina pugliese e italiana non come immagine da cartolina, ma come esperienza viva. Tuttavia, il punto non è la classifica. Il punto è il motivo per cui quel riconoscimento arriva.

Arriva perché il modello è credibile.

Il turismo che nasce da questa credibilità è diverso. Non è un turismo veloce, non è un turismo “mordi e fuggi”. È un turismo più lento, più consapevole, più selettivo. Chi arriva non cerca soltanto un buon ristorante. Cerca un’esperienza completa. Vuole capire come nasce ciò che mangia. Vuole vedere i luoghi. Vuole entrare in relazione con chi crea in cucina ma anche con il territorio.

Questo tipo di turismo ha una caratteristica importante: lascia traccia. Non si esaurisce in una visita. Si trasforma in racconto, in passaparola, in ritorno. E proprio il passaparola diventa uno degli strumenti più forti. Perché nasce da esperienze reali, non da campagne promozionali.

Quando si parla di sviluppo territoriale, spesso si utilizzano concetti astratti. Nel caso del modello Zullo, invece, l’impatto è concreto. La presenza di un sistema come quello costruito da Peppe genera occupazione diretta, attiva una rete di produttori locali, aumenta l’attrattività del territorio, stimola altre iniziative. Ma soprattutto distribuisce valore.

Il beneficio non resta concentrato in un’unica attività. Si diffonde. Coinvolge produttori, artigiani, collaboratori, servizi locali. Questo è un elemento fondamentale. Perché uno dei rischi dello sviluppo turistico è la concentrazione: pochi soggetti crescono molto, mentre il territorio nel suo insieme cambia poco.
Nel caso di Orsara di Puglia, il processo è diverso. Il valore si costruisce insieme.

In un mercato globale in cui l’autenticità è diventata una parola spesso abusata, il caso Zullo mostra una differenza decisiva: l’autenticità non è costruita, è una conseguenza. Non c’è bisogno di raccontarla troppo. Si percepisce. Ed è proprio questa percezione che rende forte l’esperienza.


Eredità, futuro e significato di un percorso

Arrivati alla fine di questo percorso, diventa evidente che raccontare Peppe Zullo non significa semplicemente ricostruire una carriera. Significa provare a dare un senso a una traiettoria che attraversa più livelli: personale, professionale, territoriale, culturale.

La storia di Peppe non è lineare nel senso tradizionale del termine. Non è fatta soltanto di una progressione continua verso il successo, di tappe scandite da premi e riconoscimenti. È fatta piuttosto di scelte, alcune delle quali, nel momento in cui sono state prese, potevano sembrare poco razionali. Tornare a Orsara, puntare sulla cucina contadina, costruire un sistema legato alla terra quando il mercato sembrava andare in tutt’altra direzione: tutte decisioni che oggi appaiono lungimiranti, ma che allora richiedevano una forma di coraggio difficile da spiegare.

E proprio qui sta uno degli elementi più interessanti. Il valore di questo percorso non si misura solo nei risultati, ma nella capacità di mantenere una direzione anche quando il contesto non la sostiene. In un mondo che cambia velocemente, in cui le tendenze si susseguono e le certezze si riducono, restare coerenti diventa una scelta sempre più complessa. Peppe Zullo lo ha fatto senza trasformare la coerenza in rigidità, ma mantenendola come punto di riferimento.

Senza mai dichiararlo apertamente, il modello Zullo rappresenta anche una critica implicita al sistema della ristorazione contemporanea. Non una critica polemica, ma una critica pratica, costruita attraverso il fare. Oggi gran parte della ristorazione si muove in una logica di velocità, replicabilità, standardizzazione. Sono elementi che permettono di crescere rapidamente, di aprire più sedi, di controllare i costi e di rispondere a un mercato sempre più esigente. Ma comportano anche una conseguenza: la progressiva perdita di identità.

Il modello costruito da Peppe Zullo si colloca in una posizione diversa. Non rifiuta il cambiamento, ma non lo subisce. Non rinnega l’innovazione, ma la filtra. Non si chiude, ma non si snatura. Questo crea una tensione interessante. Da un lato un sistema che premia la velocità e la scalabilità. Dall’altro un modello che privilegia la profondità e la coerenza.

Un altro elemento centrale riguarda la trasmissione. Un modello, per essere davvero significativo, deve poter essere compreso e, in qualche forma, continuato. Nel caso di Peppe Zullo questo tema è particolarmente delicato. Il suo lavoro è così profondamente legato al territorio e alla sua esperienza personale che non può essere semplicemente replicato.

Peppe Zullo col figlio Michele

In questo senso, il passaggio generazionale, rappresentato anche dalla presenza del figlio Michele, assume un valore particolare. Non si tratta solo di continuità familiare, ma di continuità culturale.

Guardando avanti, la domanda non è tanto se il modello Zullo continuerà a esistere nella sua forma attuale. La domanda è quale sarà il suo ruolo in un contesto che sta cambiando rapidamente. I cambiamenti climatici incidono sulla produzione agricola. Le abitudini di consumo cambiano. Le aspettative dei clienti evolvono. I piccoli territori continuano a confrontarsi con pressioni economiche e demografiche importanti.

Alla fine resta una domanda: cosa lascerà Peppe Zullo? Non solo un ristorante. Non solo un nome. Lascerà un metodo. Un metodo che dimostra che è possibile costruire valore senza rinunciare all’identità. Che è possibile crescere senza inseguire ogni cambiamento. Che è possibile restare senza essere fermi.


Peppe Zullo e Newsfood: un archivio vivo, non un semplice ricordo

Il rapporto tra Peppe Zullo e Newsfood non è occasionale. Non nasce da un comunicato stampa, né da una visita isolata, né da una recensione. È un rapporto costruito nel tempo, attraverso incontri, viaggi, interviste, video, racconti, immagini e testimonianze dirette.

Newsfood ha seguito Peppe Zullo non soltanto come protagonista della cucina pugliese, ma come interprete di una visione più ampia: il cibo come nutrimento, ma anche come cultura, paesaggio, memoria e futuro. In questo senso, la sua storia si inserisce perfettamente nello spirito più profondo di Newsfood – nutrimento & nutriMENTE raccontare ciò che nutre il corpo, ma anche ciò che nutre la mente, il territorio, le relazioni.

Nel corso degli anni, l’archivio Newsfood e NewsfoodTV hanno raccolto materiali che oggi non sono semplici contenuti digitali, ma tracce di un percorso. Video, articoli, interviste, immagini di Villa Jamele, dei suoi orti, della cucina, della cantina, del ristorante, dei momenti conviviali. Materiali che permettono di vedere l’evoluzione di un uomo e di un progetto.

Per questo, all’interno di questo Speciale, il capitolo “Peppe Zullo e Newsfood” non deve essere un’aggiunta celebrativa, ma una chiave di lettura. Newsfood non racconta Peppe Zullo da lontano. Lo racconta da vicino, con lo sguardo di chi lo ha incontrato, seguito, ascoltato e documentato nel tempo.

Qui il Direttore potrà inserire il proprio ricordo personale, i link agli articoli più significativi, i video e le interviste a Peppe Zullo e le testimonianze raccolte negli anni. Non per appesantire il testo, ma per trasformare lo Speciale in una pagina viva, collegata a un archivio reale.

Perché Peppe Zullo non è solo una notizia di oggi. È una storia che Newsfood racconta da anni. E proprio per questo può continuare a raccontarla con una profondità che pochi altri possono permettersi.

Ciao Peppe

Giuseppe Danielli

 


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