Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli – Luglio 2026 – Agroalimentare, Economia, Territorio

Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli – Luglio 2026 – Agroalimentare, Economia, Territorio

By Giuseppe

(Rubrica mensile in continuo aggiornamento – Dieci  articoli pubblicati alla data del  17 Luglio 2026) 

Riflessioni, analisi e testimonianze di Giampietro Comolli sui grandi temi: vino, agroalimentare, territori, politiche europee, turismo e cultura del cibo


Il Punto e Virgola di Comolli (luglio 2026)

– Agroalimentare europeo: l’Italia eccelle nella qualità ma resta indietro nei numeri
– Piede franco della vite: il grande mistero della fillossera
– Ricerca sui consumatori di vino 2026: chi beve davvero, quanto e perché.

– Risiko bancario nazionale in attesa di quello europeo
– Turismo Italia: quale futuro
Coppa, Pancetta e Salame, 30 anni di DOP dei Salumi Piacentini
– Italia e Francia fanno fronte comune: il futuro del vino
– Europa, fertilizzanti e agricoltura
– Agroalimentare italiano: cresce il valore, ma l’Europa
– Il grande ritorno del gelato


Agroalimentare europeo: perché l’Italia eccelle nella qualità ma resta indietro nei numeri

L’analisi dei dati 2025 mostra un settore in crescita, ma evidenzia anche i limiti strutturali dell’Italia. Per Comolli la politica europea dovrebbe concentrarsi sulla competitività, non sull’eccesso di burocrazia.
La UE deve fare politica agricola, non moltiplicare gli adempimenti

L’agroalimentare italiano ed europeo continua a rappresentare uno dei pilastri dell’economia continentale. Tuttavia, i dati più recenti suggeriscono una riflessione.

Secondo Giampietro Comolli, la PAC – Politica Agricola Comune- dovrebbe concentrarsi maggiormente sul sostegno alla competitività delle imprese, riducendo gli eccessi burocratici che generano costi senza produrre reali benefici economici o produttivi.


L’Italia cresce, ma i concorrenti corrono di più

Le statistiche elaborate da diverse piattaforme internazionali, tra cui Teseo-Clal, mostrano che il commercio mondiale agroalimentare supera gli 11.000 miliardi di dollari, mentre il valore delle sole esportazioni dei principali Paesi produttori raggiunge circa 2.100 miliardi di dollari.

La classifica vede ai primi posti:

  • Stati Uniti;
  • Cina;
  • Brasile.

L’Italia contribuisce con circa 75-77 miliardi di dollari di esportazioni nel 2025.

Davanti al nostro Paese troviamo:

  • Paesi Bassi (130 miliardi);
  • Germania (105 miliardi);
  • Francia (quasi 100 miliardi);
  • Spagna (85 miliardi).

Anche il Belgio si avvicina ai valori italiani.


Il caso Benelux

Il confronto con il Benelux merita particolare attenzione.

Pur disponendo di una superficie agricola molto ridotta, paragonabile a quella di Lombardia e Veneto insieme, Paesi Bassi e Belgio superano complessivamente i 200 miliardi di dollari di esportazioni agroalimentari.
(Leggi l’articolo completo – clicca qui)


16 Luglio 2026

Piede franco della vite: il grande mistero della fillossera
Dalla catastrofe della fillossera alla diffusione dei portainnesti americani: una riflessione storica sulle origini di una delle più grandi trasformazioni della viticoltura mondiale.

Piede franco della vite: il grande mistero della fillossera e la sovranità perduta dell’Europa. Una storia che assomiglia a un giallo. Dalla catastrofe della fillossera alla diffusione dei portainnesti americani: una riflessione storica sulle origini di una delle più grandi trasformazioni della viticoltura mondiale. Il piede franco della vite: una storia che assomiglia a un giallo

L’invasione della fillossera, che tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento devastò i vigneti europei, continua a sollevare interrogativi storici e scientifici. Partendo dagli insegnamenti del professor Mario Fregoni, Giampietro Comolli ripercorre le tappe della crisi che portò all’adozione dei portainnesti americani, ponendo alcune domande ancora oggi attuali: come fu possibile importare materiale vegetale senza adeguate precauzioni fitosanitarie? Si trattò soltanto di negligenza o di una sottovalutazione dei rischi? Il risultato fu la quasi totale scomparsa del piede franco europeo e una trasformazione radicale della viticoltura continentale. Oggi gli esemplari originali sopravvissuti rappresentano vere rarità storiche, mentre resta aperta una riflessione sul costo economico, culturale e patrimoniale che l’Europa ha pagato in oltre 150 anni.

Il piede franco della vite: una storia che assomiglia a un giallo

di Giampietro Comolli
Aver avuto come docente e amico il professor Mario Fregoni è stato un privilegio. Più che un divulgatore, era uno scienziato capace di leggere la viticoltura nella sua dimensione storica, economica e culturale.
(Leggi l’articolo completo – clicca qui)


15 Luglio 2026

Ricerca sui consumatori di vino 2026:
chi beve davvero, quanto e perché.
Chi, come, quando e quanto si consuma vino oggi? E quale tipologia?

Il metodo adottato da Ovse-CevesUni di Piacenza, dal 1991 studia l’evoluzione del consumo e del mercato del vino attraverso ricerche basate su molteplici parametri e su un ampio campione di intervistati.

La nuova ricerca 2026 di Ovse-CevesUni di Piacenza, condotta su 1.546 intervistati attraverso 54 domande e 162 sottodomande, offre un quadro articolato dell’evoluzione dei consumi di vino. Lo studio evidenzia che non esiste una soluzione unica alla crisi del settore: qualsiasi strategia politica o di mercato deve considerare contemporaneamente fattori economici, sociali, culturali e sanitari. Tra i dati più significativi emerge il forte disinteresse verso il vino da parte degli under 25, mentre gli over 60 riducono i consumi ma mantengono un forte legame con la cultura enologica, privilegiando vini più leggeri e a minore gradazione alcolica. Salute, disponibilità economica e prezzo finale rappresentano le principali motivazioni che accomunano le diverse fasce d’età. La ricerca invita quindi a sviluppare politiche coordinate lungo tutta la filiera, evitando interventi frammentari che rischiano di produrre risultati limitati o addirittura controproducenti.
(Leggi l’articolo completo – clicca qui)

 


9 Luglio 2026

Risiko bancario nazionale in attesa di quello europeo

Speriamo che il patrimonio azionario di imprese e privati fuori dal giro non sia messo in pericolo
Le banche italiane sono molto in fibrillazione. Ma anche quelle tedesche e spagnole non stanno certo a guardare. La City di Londra continua invece ad andare alla grande e sostiene buona parte dell’economia della capitale britannica. La Fed americana, al contrario, sembra ferma, quasi non sapesse che pesci prendere.

La BCE, per dimostrare di essere più realista del Re (qualcuno direbbe perfino di Luigi XVI), continua invece ad aumentare il costo del denaro. L’ultimo rialzo di un quarto di punto pesa direttamente su prestiti e mutui dei cittadini europei, a fronte di una crescita del PIL prevista tra lo 0,6% e lo 0,9%, peraltro tutta da verificare.

Viene spontaneo chiedersi se questo aumento dei tassi non serva anche a sostenere artificialmente il PIL europeo, con vantaggi per le casse dell’Unione, ma a discapito di chi ogni mese paga un mutuo e di chi, facendo la spesa, vede raddoppiare nel giro di pochi mesi il prezzo di prodotti come kiwi, ciliegie, anacardi, pane e molti altri generi alimentari.

Dopo anni di crisi e dopo miliardi di euro di risorse pubbliche — cioè soldi dei contribuenti — destinati a salvare banche in difficoltà e cariche di derivati ormai senza valore, oggi il sistema bancario italiano gode di ottima salute. Dal 2011, con il coinvolgimento di due Commissioni europee e sei Governi nazionali, il sostegno pubblico è stato dell’ordine di circa 80 miliardi di euro.

Oggi gli utili delle banche crescono mediamente del 17% l’anno. Tanto che gli istituti possono permettersi di comprare altre banche, guardare con interesse a Generali e Unipol — vere casseforti patrimoniali degli italiani — e perfino puntare ad acquisizioni in Germania e Spagna.

Secondo i bene informati, il “bancomat politico” rappresentato dal Monte dei Paschi di Siena sarebbe costato circa 20 miliardi di euro. Altri 16 miliardi sarebbero stati destinati alle banche venete e toscane, fortemente legate ad ambienti politici, oltre a circa 35 miliardi provenienti dai 94 miliardi messi a disposizione dalla BCE.

Se oggi il denaro non manca, verrebbe da chiedersi se una parte di quel capitale non possa essere restituita allo Stato, cioè ai cittadini. Non sotto forma di anticipazioni fiscali, ma come restituzione del sostegno ricevuto.

Va inoltre ricordato che banche e assicurazioni coinvolte avrebbero beneficiato di risorse praticamente gratuite, senza dover sostenere interessi che, in un periodo di inflazione elevata, avrebbero inciso mediamente per circa il 3,5% l’anno.

Gli utili complessivi del settore bancario e assicurativo, pari a circa 32 miliardi di euro dopo imposte e accantonamenti, rischiano ora di essere destinati soprattutto al nuovo risiko bancario italiano ed europeo.

BPER, banca profondamente radicata in Emilia-Romagna, ha già avviato l’operazione per acquisire MPS, con il sostegno di Unipol, altro grande protagonista dell’economia del Centro-Nord, storicamente legato anche al mondo cooperativo. L’obiettivo è creare il secondo gruppo bancario italiano dopo Intesa Sanpaolo, con una capitalizzazione di circa 43 miliardi di euro.

Dal lancio dell’OPS, Unipol e BPER hanno già visto crescere il proprio valore di Borsa di circa il 10%, pari a quasi 4 miliardi di euro.

In soldoni nascerebbe un gruppo con circa due milioni di clienti, oltre 55 miliardi di raccolta annua e una capacità di generare margini molto consistenti a favore degli azionisti.

Il nuovo assetto risulterebbe inoltre particolarmente protetto: niente plusvalenze per lo Stato, nessuna tassazione straordinaria sugli extraprofitti e nessuna patrimoniale a carico delle grandi strutture societarie. Se mai arrivasse una patrimoniale, rischierebbe di ricadere soprattutto sui patrimoni dei singoli cittadini.

Il baricentro del nuovo gruppo resterebbe saldamente in via Stalingrado, a Bologna. Unipol arriverebbe a detenere circa il 20% del capitale, oltre a un ulteriore 10% in derivati e a un’altra quota già presente nel capitale di BPER.

Naturalmente la fusione potrà andare in porto entro il 2026 soltanto rispettando tutti i passaggi societari previsti, compresi quelli relativi all’OPS e alle deliberazioni assembleari. Tecnicismi bancari, certo, ma tutt’altro che secondari.

Colpisce però che, mentre non tutti condividono entusiasmo e plauso per l’operazione tra Siena e Bologna, il matrimonio sembri destinato a celebrarsi comunque.

È certamente importante che l’Italia possa contare su gruppi bancari capaci di competere tra i primi otto d’Europa. Tuttavia non bisogna dimenticare che Piazza Affari attribuisce al comparto bancario un peso molto superiore rispetto a quello delle altre principali Borse europee, con la sola eccezione di Londra.

Per questo motivo ogni grande movimento del settore bancario finisce inevitabilmente per influenzare il valore delle altre imprese quotate e, di conseguenza, anche il patrimonio investito da milioni di cittadini e risparmiatori italiani.

Ecco perché è indispensabile che il Governo eserciti fino in fondo tutti gli strumenti di controllo di cui dispone, andando oltre le sole valutazioni di natura politica

 


6 luglio 2026

Turismo Italia: quale futuro per un settore che sta cambiando?

Il turismo internazionale e nazionale continua a registrare numeri importanti, ma dietro arrivi e presenze si nasconde un profondo cambiamento. Non è soltanto una questione di statistiche: mutano i comportamenti dei viaggiatori, le esigenze delle famiglie, le disponibilità economiche, i trasporti, la geopolitica e perfino il modo di scegliere una destinazione.

Oggi il turismo risente di molti fattori esterni: compagnie aeree, credito, tempi di viaggio, sicurezza, costi, composizione delle famiglie e nuove modalità di vivere il tempo libero. È finita l’epoca del “vado ovunque spendendo poco”. Il mercato è diventato frammentato, più esigente e molto meno prevedibile.
(Leggi l’articolo completo – clicca qui)

 


5 Luglio 2026

Coppa, Pancetta e Salame, le tre DOP dei Salumi Piacentini: una storia italiana di qualità che compie 30 anni

Dalla nascita del Consorzio nel 1971 al riconoscimento europeo del 1996, Giampietro Comolli -Piacentino DOC- ripercorre, come testimone diretto, la nascita delle DOP 

Un successo nazionale: Coppa, Pancetta e Salame Piacentini. Festeggiati i 30 anni della DOP il 2 luglio 2026

Le tre DOP dei Salumi Piacentini: una storia italiana di qualità che compie 30 anni

Il vero valore del pezzo non è l’anniversario, bensì il fatto che Comolli racconta la nascita delle tre DOP dall’interno, come testimone diretto. È questo l’elemento che rende l’articolo diverso da un semplice resoconto celebrativo.
(leggi l’articolo completo- clicca qui)


2 Luglio 2026

Italia e Francia fanno fronte comune: il futuro del vino europeo passa da una nuova politica agricola

Analisi sul significato politico dell’incontro bilaterale tra Italia e Francia dedicato ad agricoltura e vino. Al centro del confronto la difesa della PAC, delle produzioni DOP e IGP, della reciprocità negli scambi commerciali e della necessità di una politica agricola europea meno burocratica e più orientata alla competitività delle imprese.

L’incontro bilaterale tra Italia e Francia ad Antibes rappresenta un segnale politico importante per il futuro dell’agricoltura e del vino europeo. Al centro del confronto non ci sono soltanto i rapporti tra i due Paesi, ma soprattutto il ruolo che la Politica Agricola Comune dovrà assumere nella programmazione europea dei prossimi anni.

Un primo messaggio forte è arrivato da Marzia Varvaglione, presidente del Comité Européen des Entreprises Vins (CEEV), intervenuta al summit di Taranto. L’invito rivolto alla Commissione europea e agli Stati membri è chiaro: servono decisioni rapide e una visione condivisa per garantire competitività alle imprese vitivinicole europee e difendere il patrimonio delle denominazioni d’origine.

Il vino europeo, e in particolare le produzioni DOP e IGP, rappresentano un patrimonio economico, culturale e territoriale che l’Europa non può permettersi di indebolire. La richiesta è quella di confermare integralmente le risorse destinate alla PAC nel periodo 2027-2032, evitando riduzioni di bilancio che rischierebbero di compromettere investimenti, innovazione e competitività.

L’obiettivo non è soltanto conservare quanto costruito finora, ma ripensare il modello di sviluppo del comparto vitivinicolo europeo, rafforzando la presenza sui mercati internazionali e affrontando con maggiore unità le sfide commerciali e normative.

Particolarmente significativa appare anche la convergenza politica tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron, che hanno espresso una posizione comune nei confronti della Commissione europea su alcuni temi strategici: difesa della PAC, tutela delle denominazioni di origine, reciprocità negli accordi commerciali e obbligo di garantire che le produzioni provenienti da Paesi terzi rispettino gli stessi standard richiesti agli agricoltori europei.

La richiesta di una piena reciprocità delle regole rappresenta ormai una condizione indispensabile per mantenere una concorrenza leale e salvaguardare la qualità delle produzioni comunitarie.

Non meno importante è la richiesta di una etichettatura completa e trasparente sull’origine delle materie prime e sulla filiera produttiva, elemento essenziale per garantire corretta informazione ai consumatori e valorizzare il Made in Europe.

L’asse Italia-Francia assume un peso ancora maggiore se si considera il valore economico espresso dai due Paesi. Nell’ultima campagna agricola hanno generato insieme una produzione di circa 73 miliardi di euro, ai quali si aggiungono i 52 miliardi della Germania, configurando il principale motore agroalimentare dell’Unione Europea.

Resta però una riflessione critica. Nel memorandum emerge una collaborazione strutturata tra gli enti pubblici di ricerca, con il coinvolgimento dell’INRAE francese e del CREA italiano. Meno chiaro appare invece il capitolo relativo agli organismi incaricati della tutela e della valorizzazione delle denominazioni di origine.

La Francia individua chiaramente l’INAO come interlocutore nazionale. In Italia, invece, continua a emergere quella frammentazione di competenze che spesso rallenta i processi decisionali e rende più difficile presentarsi con una posizione unitaria nei tavoli europei.

È una criticità che accompagna il nostro Paese da molti anni e che rischia di ridurre l’efficacia delle politiche di tutela del settore vitivinicolo. Il confronto tra Italia e Francia dimostra che il sostegno all’agricoltura europea non è in discussione. Ciò che occorre oggi è una Politica Agricola Comune meno burocratica, più strategica e capace di accompagnare le imprese verso le nuove sfide della competitività internazionale, della sostenibilità e della sicurezza alimentare.


2 Luglio 2026

Giampietro Comolli affronta il tema dell’autonomia europea nel settore agroalimentare, prendendo spunto dal piano UE sui fertilizzanti. L’autore denuncia l’eccesso di burocrazia, l’assenza di una vera politica agroalimentare comune e richiama la necessità di rafforzare la sicurezza produttiva europea attraverso investimenti, innovazione e una strategia condivisa.

Europa, fertilizzanti e agricoltura: non bastano le regole, serve una vera politica

L’annuncio della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen di un piano per rafforzare la produzione europea di fertilizzanti rappresenta certamente un segnale positivo. Ma viene spontanea una domanda: perché soltanto adesso?

L’agricoltura è uno dei pilastri storici dell’integrazione europea. Eppure oggi scopriamo che l’Unione Europea non è autosufficiente neppure nella produzione di fertilizzanti, uno degli elementi fondamentali per garantire la produttività agricola e la sicurezza alimentare del continente.

Le crisi degli ultimi anni – dalla pandemia alle guerre ai confini dell’Europa – hanno messo in evidenza fragilità che erano già presenti da tempo. Durante il Covid ci siamo accorti di non essere in grado di produrre nemmeno le mascherine sanitarie. Oggi emerge una nuova dipendenza strategica, questa volta legata ai fertilizzanti.

Ricordo i miei primi contatti con la Comunità Economica Europea, nei primi anni Ottanta, quando frequentavo il Parlamento di Strasburgo. Era una realtà certamente più piccola, ma anche più dinamica, con minori costi di funzionamento e una maggiore capacità di assumere decisioni politiche. Già allora, però, iniziavano a moltiplicarsi regolamenti e direttive che finivano spesso per appesantire il sistema anziché favorirne lo sviluppo.

Negli ultimi decenni l’Europa ha prodotto una quantità crescente di norme, ma troppo raramente ha costruito una vera strategia industriale e agroalimentare comune. Nel frattempo il quadro internazionale è cambiato profondamente.

Secondo i dati FAO, la produzione mondiale di cereali e grano mostra segnali di rallentamento. In Europa la produzione di grano tenero continua a diminuire, mentre crescono Paesi esportatori come Algeria, Marocco, Messico e Turchia. Anche gli Stati Uniti prevedono, per la campagna 2026-2027, un sensibile calo produttivo rispetto all’anno precedente.

Le cause sono molteplici: instabilità geopolitica, cambiamenti climatici, aumento dei costi energetici, speculazione sulle materie prime e progressivo spostamento degli agricoltori verso colture economicamente più redditizie, come soia, girasole e, in Italia, pomodoro da industria.
In questo contesto il tema non riguarda soltanto la disponibilità dei fertilizzanti, ma la capacità dell’Europa di garantire nel tempo la propria sicurezza alimentare.

Il sostegno annunciato dal Governo italiano, con 100 milioni di euro destinati a fertilizzanti e gasolio agricolo attraverso crediti d’imposta e sospensione dei dazi, rappresenta un intervento utile. Rimane tuttavia una misura emergenziale che non può sostituire una strategia condivisa a livello europeo.
La Politica Agricola Comune, così come oggi è strutturata, mostra tutti i suoi limiti. Serve una politica agroalimentare che integri agricoltura, industria, energia, ambiente e commercio internazionale, riducendo il peso della burocrazia e concentrandosi sulle vere priorità.

L’Europa deve tornare ad occuparsi meno dei dettagli amministrativi e molto di più delle grandi questioni strategiche: approvvigionamento delle materie prime, controllo della speculazione, competitività delle imprese agricole e autonomia produttiva. Nonostante tutto, l’agricoltura europea continua a dimostrare una notevole capacità di reazione. Dopo la pandemia il settore ha ripreso a crescere e oggi il valore complessivo della produzione agricola dei 27 Paesi membri ha raggiunto 562,5 miliardi di euro, confermandosi uno dei principali sistemi agroalimentari del mondo.

È una base solida sulla quale costruire il futuro. Ma il tempo delle sole regole è finito.
Oggi l’Europa ha bisogno soprattutto di una visione politica, di investimenti e della capacità di decidere.

 


2 Luglio 2026

Agroalimentare italiano: cresce il valore, ma l’Europa deve cambiare passo

I dati Istat confermano la solidità del comparto, ma la crescita è trainata quasi esclusivamente dall’aumento dei prezzi. Serve una nuova politica agroalimentare europea capace di integrare agricoltura, ambiente, territori e sviluppo.

L’agroalimentare italiano continua a dimostrarsi uno dei pilastri dell’economia nazionale. I dati Istat relativi al 2025 certificano una produzione complessiva pari a 80,1 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 77 miliardi dell’anno precedente. Un risultato positivo, soprattutto considerando le difficoltà geopolitiche ed economiche che hanno caratterizzato l’ultimo anno.

Il comparto cresce di circa il 4%, contribuendo in modo significativo a sostenere un Prodotto interno lordo italiano che continua invece a muoversi su ritmi decisamente più contenuti, compresi tra lo 0,6% e lo 0,8%.

Dietro questi numeri, tuttavia, emerge una riflessione che non può essere ignorata. L’incremento del valore prodotto deriva quasi esclusivamente dall’aumento dei prezzi all’origine e al consumo, mentre volumi produttivi, quantità commercializzate ed esportazioni risultano sostanzialmente stabili. Cresce il valore economico, ma non aumenta la capacità produttiva del sistema.

Anche il valore aggiunto dell’intero comparto registra un ulteriore incremento, arrivando a circa 47 miliardi di euro, confermando il peso strategico dell’agroalimentare nell’economia italiana. Ma anche in questo caso il risultato è determinato prevalentemente dall’aumento dei prezzi e dei costi lungo tutta la filiera.

Una crescita fondata quasi esclusivamente sull’inflazione non può rappresentare un modello di sviluppo duraturo. L’aumento dei prezzi alimenta infatti nuove tensioni inflazionistiche alle quali la Banca Centrale Europea risponde attraverso politiche monetarie più restrittive e tassi di interesse elevati, con ricadute dirette su imprese, famiglie e investimenti.

In questo scenario diventa sempre più evidente un limite strutturale dell’attuale politica agricola europea.

La Politica Agricola Comune (PAC), così come oggi è concepita, appare sempre meno adeguata ad affrontare le nuove sfide economiche, ambientali e geopolitiche. Non basta continuare a produrre regolamenti tecnici o parametri burocratici su singole produzioni. L’Europa dovrebbe concentrarsi su questioni ben più strategiche: garantire l’origine delle produzioni, assicurare reciprocità delle regole negli accordi commerciali internazionali e rafforzare i controlli comunitari sulle importazioni provenienti da Paesi terzi.

Accordi come quelli con Mercosur, India o Cina richiedono condizioni di concorrenza realmente equilibrate. Non è sostenibile chiedere agli agricoltori europei standard sempre più rigorosi se poi vengono importati prodotti realizzati secondo regole differenti.

L’Unione Europea rischia inoltre di alimentare un crescente distacco dei cittadini dal progetto comunitario quando continua a intervenire prevalentemente attraverso vincoli amministrativi, trascurando una visione politica di lungo periodo.

Le crisi degli ultimi anni dimostrano che l’Europa non può limitarsi a rincorrere le emergenze. Deve tornare ad esercitare una funzione di guida. Occorre costruire una strategia capace di integrare agricoltura, ambiente, coesione territoriale, innovazione digitale e sicurezza alimentare. Servono meno burocrazia, maggiore autonomia decisionale sui comparti strategici, un bilancio europeo più flessibile e una governance realmente orientata allo sviluppo.

La competitività dell’agroalimentare italiano dipenderà sempre più dalla capacità dell’Europa di diventare non soltanto un sistema di regole, ma una vera comunità economica e politica capace di affrontare il futuro con visione, responsabilità e coraggio.

 


1° Luglio 2026

Il grande ritorno del gelato: tradizione, qualità e nuove sfide di un simbolo italiano

Tra nostalgia, nuove tendenze e confezionati di qualità, il gelato torna protagonista dell’estate italiana.
Il gelato continua a rappresentare uno dei prodotti più identitari della cultura alimentare italiana. Apparentemente semplice, in realtà racchiude una filiera complessa fatta di materie prime, ricerca, artigianalità, industria, distribuzione e capacità di interpretare i cambiamenti dei consumi.

Negli ultimi anni il settore ha vissuto una trasformazione significativa. Da una parte si è rafforzata la cultura del gelato artigianale, sempre più orientata alla qualità degli ingredienti, alla stagionalità e alla valorizzazione delle produzioni locali; dall’altra anche il comparto dei gelati confezionati ha avviato un profondo processo di rinnovamento, recuperando prodotti storici e investendo in nuove ricette, maggiore qualità e comunicazione.

Il consumatore di oggi non cerca soltanto un prodotto gradevole. È più informato, legge le etichette, valuta l’origine degli ingredienti, presta attenzione alla sostenibilità e desidera un’esperienza che unisca piacere, autenticità e fiducia. È un cambiamento che interessa tutta l’agroalimentare e che il mondo del gelato sta interpretando con crescente attenzione.

In questo contesto assume particolare significato la Giornata Europea del Gelato Artigianale, celebrata ogni anno il 24 marzo. Si tratta dell’unica ricorrenza che il Parlamento Europeo abbia dedicato a un alimento, riconoscendone il valore economico, culturale e sociale.

L’edizione 2026 sarà dedicata al tema “Il Gelato che Fa Cantare l’Europa“, con un collegamento all’Eurovision Song Contest di Vienna e con il gusto ufficiale “Melody”, scelto attraverso il tradizionale confronto tra i maestri gelatieri europei. Un’iniziativa che conferma come il gelato possa diventare anche strumento di dialogo tra culture, promozione dei territori e valorizzazione del patrimonio gastronomico europeo.

Artigianale e confezionato non devono essere letti come mondi contrapposti. Ognuno risponde a esigenze differenti e può contribuire alla crescita complessiva del comparto, purché continui a investire in qualità, innovazione e trasparenza. La competizione, quando è fondata sul miglioramento del prodotto e del servizio, rappresenta un’opportunità per tutti.

Il gelato rimane uno dei pochi alimenti capaci di attraversare le generazioni senza perdere fascino. Cambiano i gusti, evolvono le tecnologie, si modificano le strategie di mercato, ma resta immutato il suo valore come simbolo dell’estate italiana, dell’accoglienza e della convivialità.

La vera sfida dei prossimi anni sarà continuare a raccontare il gelato non soltanto come dessert, ma come espressione di cultura alimentare, competenza professionale e capacità di innovazione. Perché dietro un buon gelato c’è molto più di una ricetta: c’è una parte dell’identità del Made in Italy.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊ ◊


Nota della Redazione
“Il mondo, dell’agroalimentare e del buon vivere si osserva e si gusta giorno dopo giorno.”
Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli è la rubrica mensile di Newsfood dedicata a: vino, agroalimentare, territori, politiche europee, turismo e cultura del cibo. Ogni mese raccoglie riflessioni, analisi e spunti su temi di attualità, con attenzione al rapporto tra economia reale, imprese, consumatori e identità italiana.

 

Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli

Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.

Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare, vitivinicolo, turistico e dei consumi.

Qui tutti gli articoli “Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli”

 


© Riproduzione Riservata

Copyright:

Newsfood.com
Nutrimento & nutriMENTE
Siamo ciò che nutre  i nostri sensi
Fondata nel 2001, on line dal 2005,
testata giornalistica dal 2010

Direttore Giuseppe Danielli
Redazione Contatti

 

Condividi su:

VISITA LO SHOP ONLINE DI NEWSFOOD