Mario Soldati, Carlo Petrini, suolo agricolo e vini bianchi italiani: il Punto e Virgola di Comolli del 24 maggio 2026
6 Giugno 2026
Dal ricordo di Mario Soldati alla difesa del suolo, fino al futuro dei vini bianchi italiani e del Friuli Venezia Giulia
Aggiornamento integrativo del 3 giugno con tre argomenti di attualità, tre questioni aperte per il futuro del settore agroalimentare: perplessità sul Concorso Mondiale di Bruxelles, vini naturali e tutela agroalimentare.
Newsfood.com, 3 giugno 2026
Newsfood.com, 24 maggio 2026
Qualche nodo del vino viene al pettine: le perplessità sul Concorso Mondiale di Bruxelles
Le recenti affermazioni, commenti, articoli giornalistici (ovviamente di celata condivisione!!) e diktat che sono emersi alla 32ª edizione del Concorso Mondiale del Vino (detto de Bruxelles) svolto in Armenia lasciano perplessi e basiti.
Il giovane (36 anni) direttore del concorso Havaux ha dichiarato più volte che “….nel vino vince il gusto non la cultura… il vino va bevuto non conosciuto ….il vino va goduto e non capito… non ci vogliono 70 anni di esperienza per giudicare un vino …una bottiglia non deve intimidire ….i giudici giovani sanno quello che fanno e scrivono … per approvare un vino non servono degustatori con decenni di esperienza……giudici giovani capiscono i consumatori e i paesi giovani…”
Havaux continua: “…il mondo del vino deve imparare a parlare in modo semplice, diretto, contemporaneo”!
Resto doppiamente basito perché da anni (almeno 10) il vino italiano sta parlando al mondo proprio con un vino-brand (Prosecco per non sbagliare) che è proprio l’emblema della semplicità, schiettezza, giovanile e di gradazione contenuta, in più effervescente come piace bere anche a chi è astemio e si riempie di bollicine zuccherate e colorate artificialmente.
Il vino deve competere con la coca cola? E’ questo che viene propugnato dal Concorso Mondiale e dalla agenzia belga VinoPress che cura la comunicazione e di cui è sempre Havaux il direttore?
E’ una ennesima e alternativa dichiarazione o considerazione che è meglio bere (vino) No-alcol? Porteremo a breve i (vini) No-Alcol al concorso insieme ai vini naturali, originali, Docg e Doc e Igt.
I 320 giudici della edizione 2026 sono tutti concordi? Sono tutti giovani, non esperti, ma assai “gustaioli” al punto di saper riconoscere e valutare i diversi Pinot Nero mondiali (sono 18 i paesi che lo producono) o i diversi Chardonnay prodotti nelle 12 grandi aree europee più tutte le altre “piccole regioni” dove nascono etichette grandiose sia DO che Ig?
Diventa quindi almeno dubbiosa la affermazione di Havaux quando spiega ai giornalisti italiani che: “…. vogliamo giurati capaci di scegliere vini che piacciono al mercato di oggi”.
Mi sembra più la affermazione di un venditore di noccioline americane o di un agente d’area di una cantina alle prime armi!
Lasciamo perdere le contraddizioni delle diverse affermazioni che contrappongono la tradizione di un territorio e di un vino con la capacità di scegliere una …bevanda qualsiasi!
Sinceramente resto basito difronte a queste affermazioni – e riportate con molta condivisione, appoggio ed enfasi da giovani giornalisti approdati al settore tramite i canali e i post del web – al “concorso mondiale” sicuramente nato e vissuto più anni come il più autorevole al mondo.
Grazie ad amicizie comuni partecipai come giurato a due edizioni del 1995 e 1996 per la nascita della Docg Franciacorta, di cui mi onoro di essere stato artefice 1993 contro tutti …ministero, comitato vini, accademici, docenti, giornalisti diventati autorevoli nella redazione del Gambero Rosso, sommelier di fama mondiale, degustatori fra i più ricercati e noti allora ….vecchi o giovani che fossero.
Ho sempre incontrato grandi personaggi fra i banchi del Concorso di Bruxelles, che negli anni ha premiato moltissimi vini italiani, sia quelli giovani freschi spumeggianti che i rossi e i bianchi invecchiati, affinati in tanto legno, altamente corposi.
Senza discriminazione, senza presupposti o pregiudizi di sorte… soprattutto anagrafici.
Personaggi come Gino Veronelli, Steven Spurrier e Hugh Johnson, Michel Rolland, Emile Peynaud, Denis Dubourdieu, Burton Anderson ……. sarebbero allarmati ed esterrefatti, perplessi sicuramente, dopo aver creato con modalità accademiche modelli degustativi sempre innovativi e al passo coi tempi in un arco che va dal 1950 al 2010, cioè incontrando tre generazioni diverse almeno.
Quindi ben venga la capacità di produttori, degustatori, buyers di parlare e descrivere il vino senza voli pindarici e arrampicamenti social-enologici come pure è giusto dare il giusto peso al “gusto personale” e al piacere del singolo consumatore, ma la identità-valore-qualità di un vino è strettamente (per fortuna) connesso con la terra dove nasce, quindi cultura locale, idea-vino regionale, capacità di trattare e adattare il vitigno (o vitigni) ad una scelta di impresa.
Gli unici veri errori, oggi, sono quelli di spacciare un vino per buono o ottimo quando non lo è, non rispettare il rapporto valore/identità, considerare meritevoli solo i vini sopra i 20 euro la bottiglia, scrivere vino su etichette No-Alcol, bloccare o credere che l’offerta di prodotto sia unica e immodificabile, credere che un disciplinare di produzione non sia un biglietto da visita importante, non ascoltare le enormi differenze da canale a canale, da paese a paese, non recepire le richieste e gli abbinamenti di una domanda del consumatore sempre più segmentata.
Questi sono i temi importanti per un giudizio oggettivo e super partes.
Vini naturali? È ancora attuale il limite massimo di acidità volatile?
E’ ancora valida questa pratica, non teoria, e questa regola sancita per 70 anni dalle norme sul vino (DO e non) da parte dell’Europa?
Ultimamente molti si interrogano e ci sono proposte come quella della rivista Raisin e di alcuni produttori come Elena Pantaleoni.
Noi stessi come Ceves (Centro Studi, Ricerca e Analisi Cibo e Vino) nel 1994 e poi nel 2003 (NB: ricordate la prima ondata di caldo enorme con mosti di uve rosse sulla Costa Etrusca a 14 gradi alcolici base alla raccolta?) avevamo evidenziato la necessità di rivedere certi parametri “enologici tecnici” in funzione di diverse motivazioni (non solo climatiche).
E’ risaputo che tutti i vini (ma soprattutto anche gli spumanti e nel 1994 mi interessavo della Docg Franciacorta) per legge europea non devono superare i 20 milliequivalenti/litro di acidità volatile, cioè circa 1,2 grammi/litro di acido acetico, come “stabilisce e ordina” l’Organizzazione Mondiale del Vino.
Un vino che supera tale limite non può essere commercializzato. Va distrutto, anche se vino naturalissimo, compresi gli orange wine, biodinamici, dinamici, non filtrati ecc.
In tempi passati (da qui la norma) il problema non esisteva perché i fattori che determinano uno sforamento sono strettamente legati a: clima generale più caldo durante il periodo vegetativo dell’uva, innalzamento generale delle temperature durante la vendemmia, maturazione delle uve più veloce (da qui l’anticipazione delle vendemmie per la spumantizzazione alla ricerca di maggiore acidità generale), fermentazioni stabili dei mosti con tempi lenti e cadenza periodica di lavorazione.
Il problema esiste in primis per i vini Docg e Doc, cioè le denominazioni più note, rinomate ed elaborate. Alcuni, pochi in verità, Consorzi di Tutela si sono recentemente attivati per ottenere deroghe. Una deroga che deve passare per Bruxelles in ogni caso.
E’ un altro colpo basso al vino naturale? Vogliamo solo vini costruiti in cantina?
Esistono soluzioni a monte o a valle che risolvono la questione? Per esempio impianti, allevamenti, esposizioni, vitigni, raccolta dell’uva possono aiutare?
Può un vino naturale sparire perché un parametro chimico è disatteso per via naturale?
Oggi qualunque Ufficio Repressione Frodi può entrare in una cantina, fare un prelievo di vino in bottiglia pronta e constatare lo sforamento, ripeto naturale. E potrebbe fare una multa, sequestrare il prodotto, bloccare produzione e commercio perché potrebbe essere vista come “sofisticazione” o, al minimo, mancato rispetto di un parametro chimico facilmente determinabile in laboratorio.
Non è giusto né che un produttore si autodenunci né che la Repressione Frodi dia una multa o proceda a un sequestro.
“…sa un po’ di spunto…” una volta si diceva, proprio per indicare che nel vino naturale si sentiva un po’ di acetico, avvertito dai degustatori più preparati: un leggero odore che all’aria diventava evanescente ma che può incidere sull’intero ventaglio dei profumi.
Allora la causa era dovuta al mancato controllo della temperatura in cantina dalla pigiatura fino alla fine della vinificazione (o anche dopo, durante l’affinamento in botte). Il controllo continuo in cantina e una buona integrazione di tutti i fattori non davano adito a nessun avvertimento.
La volatile è utile per mitigare l’acidità totale in quelle uve che hanno sviluppato pH troppo elevati (cioè con una presenza acida più marcata).
Quindi la causa parte dallo status della vigna rispetto all’ambiente, parametri che il viticoltore può in parte guidare e in parte subire come attore passivo.
Per questo motivo l’acidità, in senso ampio, nel vino diventa un parametro complesso e multifattoriale che può aiutare nelle scelte delle tipologie di vino da produrre. Vedi Spumanti e Champagne.
Alcune AOC francesi si sono già mosse presso Parigi e Bruxelles.
Ci sono anche condizioni di terreno e particolari vitigni più o meno sensibili al problema: per esempio terreni sabbiosi, ghiaiosi, poveri di humus e da anni non concimati con azoto (che favorisce la produzione insieme all’irrigazione) e vitigni con bassa acidità fissa come le Malvasie o i Moscati.
Sono anche queste difformità di luoghi, uve, vitigni e terreni che dovrebbero far propendere verso una maggiore elasticità sui parametri vincolanti di legge, soprattutto per l’acidità volatile che non crea alcun problema di salute o allergia.
Sarebbe giusto, più che una differenziazione caso per caso o zona per zona come qualcuno sta proponendo, arrivare in tempi brevi a eliminare il limite.
Legge n. 75/2026: vera tutela dell’agroalimentare italiano o ulteriore burocrazia?
E’ entrata in vigore il 29 maggio scorso la nuova legge italiana che prevede, in base a diverse direttive e regolamenti europei emanati negli ultimi sei anni, nuove disposizioni di controllo e tutela di tutti i prodotti agroalimentari italiani ed europei, indipendentemente che siano Docg, Dop, Igp, Stg o altre denominazioni riconosciute.
In pratica è il Codice del diritto alimentare italiano (e di tutti i Paesi europei) il primo destinatario della legge, in termini di aggiornamento dei reati, qualificazione, identificazione e sanzioni.
Sono introdotti, in primis, due reati che fino ad oggi erano marginali o entravano in causa per iniziativa del giudice, spesso in balia di interpretazioni e accezioni di parte davanti al tribunale, con tempi lunghi e sentenze che non davano certezze e non facevano giurisprudenza: la frode e i segni mendaci (artt. 517 sexies e 517 septies del Codice Penale).
Vengono chiarite e codificate tutte le azioni dirette e indirette eseguite per frodare o fornire indicazioni false verso acquirente e consumatore, con pene accessorie più pesanti per i reati alimentari.
Da un punto di vista oggettivo, ma anche del consumatore ordinario, bisognerebbe dire “finalmente”. Ma è proprio così?
La nuova legge ha esteso anche la responsabilità amministrativa del reato a enti, consorzi, imprese e cooperative, con un forte inasprimento delle sanzioni fino al 3% del fatturato annuo e comunque fino a 150.000 euro di multa.
Le violazioni derivano dal mancato rispetto delle regole europee in materia di tracciabilità e rintracciabilità originaria del prodotto grezzo, lavorato ed etichettato.
E’ stata definita in Europa una “norma verticale”, intendendo che controlli, tutele e sanzioni riguardano l’intera filiera e si applicano ai singoli settori produttivi e di trasformazione.
Il rischio è che i reati possano diventare cumulativi per più imprese e passaggi della stessa filiera, pur riferendosi alla medesima frode sul medesimo prodotto.
Nasce una sorta di passaporto del prodotto: preventivo, a cura delle imprese, e finale, a cura degli organi di controllo, che crea un sistema di rintracciabilità continua.
Non sono mai stato, per scelta e per professione, contrario a creare un modello di tutela del consumatore finale attraverso controlli di filiera. Tuttavia questi controlli non devono essere invasivi, alterare la concorrenza, burocratizzare una filiera già eccessivamente gravata da adempimenti, né creare figli e figliastri oltre alle scelte volontarie dei disciplinari di produzione.
La legge, richiamando regolamenti europei degli ultimi ventisei anni, riguarda tutti i tipi di carni, pesci, uova, frutta, ortaggi, verdure, miele, conserve di pomodoro, frutta secca, olio extravergine di oliva e altri prodotti per i quali è prevista l’indicazione obbligatoria di origine e provenienza.
Viene introdotto con maggiore forza anche il concetto di “provenienza”, quindi non soltanto il luogo di origine produttiva, ma l’intero percorso del prodotto.
Tutto deve essere chiaramente espresso e ben leggibile in etichetta anche da parte del consumatore finale.
Tutti i reati connessi a produzione, origine, filiera e provenienza, sia da parte di soggetti privati sia da parte di enti pubblici, vedono ampliate le sanzioni grazie all’articolo 25-bis.
Molto importanti risultano i nuovi reati codificati come frode alimentare, commercio con indicazioni false, reiterazione della stessa violazione e assenza di controlli lungo la filiera organizzata.
E’ una norma che tenta di contrastare le frodi, ma anche le speculazioni amministrative e di prezzo che possono generarsi nei diversi passaggi della filiera senza una chiara motivazione economica.
Almeno questa è la speranza.
Ovvio che gli organismi di polizia giudiziaria — Nas, Icqrf, Carabinieri, autorità doganali, sanitarie, veterinarie, forestali e dei trasporti — dovranno essere competenti, preparati e attivi nell’intero processo di controllo, indipendentemente dall’inasprimento delle sanzioni.
Quello che ora serve è una uniformità sostanziale in materia di frode, speculazione e mendacità in tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea. Altrimenti tutto rischia di rimanere teoria.
Già oggi Francia, Germania, Spagna e Olanda, per citare alcuni dei principali Paesi produttori e trasformatori, dispongono di strumenti, procedure e sistemi sanzionatori molto differenti rispetto a quelli italiani.
Speriamo che tutti i Paesi dell’Unione facciano la loro parte per eliminare le ancora numerose zone grigie delle frodi alimentari, soprattutto a tutela della salute pubblica.
Altrimenti resteranno, come accade da oltre trent’anni, soltanto parole al vento.
Mario Soldati, il ricordo voluto da Chiara Soldati è un messaggio importante per il vino italiano
Sono 120 anni dalla nascita di Mario Soldati. A Roma l’avvio dell’anno celebrativo voluto da Chiara Soldati, cugina di Mario, una delle poche donne Cavaliere del Lavoro, titolare della azienda vitivinicola “La Scolca” a Gavi, firma di una delle etichette di vino italiano più in voga e più di moda e più ricercato proprio negli anni ’70-’90 del secolo scorso da attori e personaggi.
Ricordo che l’hotel del Paris di Montecarlo e il famoso ristorante cult Il Pirata di Mentone lo avevano in carta fra i pochissimi vini bianchi non francesi.
Lo stesso titolo dell’incontro “Mario Soldati, il gusto di raccontare l’Italia” è emblematico di chi fosse Soldati e di che cosa era riuscito a fare con la televisione di Stato, la Rai, negli anni del boom economico fra il 1960 e il 1970.
Mario fu l’antesignano del giornalista d’inchiesta, di inviato speciale sul territorio per scoprire gli italiani e l’Italia, e lo fa puntando su vino, cibo, natura, ambiente.
Furono puntate in cui la “enogastronomia” di cui parliamo oggi, non c’entra nulla. Eppure accompagnò milioni di telespettatori italiani a conoscere luoghi e prodotti sconosciuti.
Che ne sapeva un cittadino di Foggia o di Napoli del luccioperca pescato nel fiume Po ad Isola Serafini (Piacenza-Cremona) o del Culatello di Zibello (Parma) o delle anguille di Comacchio (Ferrara) o del famoso bollito misto di Bondeno o quello di Cantarelli e San Boseto zona Busseto e Cortemaggiore.
Fu Soldati il primo a raccontare e illustrare queste eccezionali produzioni che oggi chiamiamo “made in Italy”. Parliamo di 60 anni di storia della televisione e della capacità produttiva, enologica e culinaria.
L’aspetto molto interessante, da sottolineare della iniziativa di Chiara Soldati, è che la presentazione romana è solo la prima di una serie di tappe molto più orientate alla valorizzazione estera. Così si fa. Plauso.
Il 26 ottobre a New York e il 18 novembre 2026 a Londra, oltre che a Milano il 6 ottobre. Chiara ha raccontato aneddoti e aspetti del grande scrittore e giornalista da un punto di vista familiare, ma non tanto diverso da come lo abbiamo visto o lo rivediamo oggi nei remake televisivi delle tante puntate “dal vivo e dal vero” che ha condotto, niente di registrato.
Era un ricercatore del dettaglio, curiosissimo… a volte anche due o tre domande sullo stesso tema o aspetto per scrutare bene, per capire la realtà e verità del racconto. Uomo colto difficile da stare al suo passo.
Ovvio che “noi” giovanissimi di allora siamo totalmente diversi dai giovani di oggi. La cosa importante è mai demonizzare, accettare le novità, ma ricordare sempre l’origine e originalità di un prodotto, soprattutto se viene dalla nostra terra.
Un principio, un monito, un consiglio forte e saggio che univa Mario Soldati ad altri due grandi italiani del settore agroalimentare, e li lega ancora, soprattutto negli aspetti culturali: Carlin Petrini, Gino Veronelli.
Attuale perchè tutti loro avevano ben chiaro cosa voleva dire e cosa aveva in sè il dettame “vini naturali”, niente di scabroso, di peccaminoso, di artefatto…. cioè i vini sani e sinceri.
Soldati cercava le bottiglie senza etichetta in cantina, Veronelli camminava le vigne prime di assaggiare, Petrini cercava il profumo prima del gusto. Tutte “particolarità” che li uniscono.
All’incontro Chiara è stata molto Chiara: “L’auspicio è che ci sia da parte dei giovani la capacità di scoprire nuovi vini e territori. E da parte del vino e delle istituzioni la voglia di incuriosire e di rendere questo mondo un po’ più accessibile.”
Italia, carenza suolo. Rubato alla produzione. Suolo agricolo e produzione: senza una svolta l’Italia perde valore e PIL
Perchè non farlo? Perchè non puntare su “blocco totale” di nuovo consumo di suolo agrario e agricolo se non indispensabile per ambiente salute e esercizi.
Per esempio, per sgombrare ogni illazione: sono favorevole alla TAV se elimina trasporti su gomma, se favorisce spedizioni commerciali su rotaia, se limita consumo collegato e adiacente il percorso.
Sono fortemente contrario a un consumo di suolo per 4^ corsia autostradale, nuove autostrade, nuovi cantieri edili per favorire costruzioni nuove.
Sono per il recupero del vecchio: Istat stima che in Italia ci sono oltre 7 milioni di case “non abitate in modo fisso e residenziale” di cui 2 milioni abbandonate e diroccate da recuperare.
Ovvio che sono fuori da centri superurbani, ma possono essere messi a disposizione di “chi non ha una casa o per aiuto sociale” oppure usare quei volumi per sistemare altre case già esistenti più piccole purchè “il vecchio” sia eliminato, bonificato e trasformato in aree verdi o rurali coltivabili.
Il numero maggiore di “questo peso economico” si ha nelle isole maggiori e nelle regioni del Sud (dato Istat e Eurosat). Il tutto legato a spopolamento, crisi demografica, ricerca di benessere a tutti i costi, imitazione di chi vive in città, arrivismo e comodità individuale sfrenata….
Un esempio lampante: i “NO” a impianti di fotovoltaico e solare “a casa mia” …ma imporlo a casa di altri! L’altra faccia della medaglia da ragione ai proprietari passivi in quanto sono gli altissimi (spropositati) i costi di recupero.
Perchè non è stata fatta nel 2020 una legge che puntasse solo a un “Bonus Recupero” vincolato a muri esistenti e abbandonati e precari.
Perchè puntare a nuova bifamiliari (anche abusive) ovunque? Il nuovo costa 1500 euro /mq mentre il recupero costa il doppio.
Il nostro paese consuma “al giorno” tanto suolo quanto 28 campi da calcio. La giornata mondiale della terra (Ispra) lo denuncia da anni, inascoltata.
Eppure più campi coltivati vuol dire più produzione, quindi più cibo ma anche “meno importazione” e un Prodotto Interno Lordo (PIL) sicuramente crescente.
E’ stato detto che si perdono annualmente almeno 1,2 miliardi di euro di cibo. La teoria della “sovranità alimentare” deve trovare subito realtà e concretezza di risultati.
Inoltre quanto cibo potrebbe essere girato a chi ha fame, come dice da anni il vice direttore generale di Fao l’ex ministro Martina!
Troppi controsensi. Troppi menefreghismi.
Non serve a nulla andare in 10.000 (forse!) al Brennero per manifestare contro la UE e terzi (giustamente da punire severamente, senza slogan, se sgarrano e frodano e non rispettano le direttive UE) se non abbiamo fatto quello che dobbiamo fare a casa nostra.
L’Italia perde 10.000 mq di suolo ogni ora della vita di ognuno di noi!
Per esempio importiamo riso, importiamo farina, importiamo ortaggi, importiamo zucchero, importiamo sale e tanto altro in Italia per solo consumo interno (produciamo circa il 10 e max 35% delle necessità totali annue).
Le regioni italiane più ladre di terreno sono, in ordine di numeri: Emilia Romagna, Lombardia, Puglia, Lazio, Campania, Veneto, Piemonte!
In molte di queste regioni al governo da anni ci sono partiti e personaggi progressisti, attenti all’ambiente, inclusivi e molto propensi a servizi sociali utili a tutte le persone che abitano e arrivano sul nostro Paese.
Ebbene, oltre ai proclami e gli impegni elettorali, vogliono – per favore – fare qualcosa di concreto subito? Prima che sia troppo tardi!?
Carlin Petrini, perdo un maestro e punto di riferimento per la formazione mentale più che professionale
Leggi l’articolo appena pubblicato su Newsfood
Italia Vini Bianchi, il Friuli necessita di recupero e rivalorizzazione. Non si vive di solo Pinot Grigio!!
I vini bianchi italiani stanno funzionando. Sul mercato nazionale se non ci fossero le bollicine (metodo italiano come il Prosecco e metodo tradizionale come Franciacorta, Trento, Alta Langa, Classese Oltrepò) e i vini bianchi fermi (Verdicchio, Lugana, Soave, Malvasia, Trebbiano, Passerina, Fiano, e tanto “BiancoDoc” di uvaggi autoctoni) avremmo perso ancor più prodotto e vendite.
Ma anche sui mercati esteri i vini bianchi italiani stanno crescendo rispetto ad anni fa, compreso Inzolia, Grillo, Falanghina.
Ma i successi migliori, sembra dagli ultimi dati Doganali e Ismea, vengono dal Friuli Venezia Giulia.
Il mercato estero ricerca anche vini bianchi con la capacità di invecchiare e di vivere più vendemmie dopo l’imbottigliamento: su questo uve e uvaggi di territori con terre bianche, sassose, ghiaiose, cretacee sono sicuramente più favorite.
Diventa importante nei vari mercati estere essere competitivi con chi è arrivato prima, si è fatto conoscere, ha aperto e mantenuto una forma (notorietà e qualità) e sostanza (valore e domanda) come sono i vini fermi bianchi francesi e tedeschi, della Bourgogne e della Mosella, dello Chablis e della Loira.
Occorre che il Friuli sappia lavorare sia sui vini bianchi freschi per certi mercati e canali, sia su vini invecchiati e affinati per altri paesi.
Alto Adige si sta muovendo da anni in tal senso con alcuni vitigni internazionali e l’innesto di vitigni autoctoni che possono dare una “impronta” qualificante e unica.
Ovvio che se uno Chardonnay incontra il Friulano, oppure un Pinot Grigio incontra un Sauvignon o un Viogner può nascere qualcosa di diverso, di valido, di ricercato che va fatto conoscere e apprezzare per alcune (poche) caratteristiche diverse da tutti gli altri.
Francia e Germania (ma anche Austria) propendono molto per etichette di monovitgno con il nome del vitigno ben evidente in etichetta sia con presenze del 100% che del 90 o dell ‘85%.
E’ una scelta che su certi mercati è stato molto utile: unire la Aoc (doc francese di un luogo molto noto) con il singolo nome di vitigno. Oppure puntare su territori molto noti: Loira, Sancerre, Chablis, ecc..
Il Friuli Venezia Giulia ha tutte le carte agronomiche, toponomastiche, viticole ed enologiche per creare una “sua strada” in cui venga valorizzato come monovitigno una uva tradizionale-storica autoctona e una etichetta invece “di territorio” in cui 2, massimo 3 vitigni a bacca bianca, uniscano tutte le forze e caratteristiche migliori.
Tutte cose già dette, già viste, già fatte. Manca la comunicazione, la diffusione, il rapporto valore/identità, la notorietà.
Su questo la Regione (e produttori devono lavorare).
Come Ovse-Ceves siamo sulla stessa lunghezza d’onda, siamo alla ricerca di etichette che rispondano a due tipi enormemente diversi di mercati: quello maturo ed esperto e quello neofita e giovane.
Ovvio studiando e affrontando canali distributivi, accessi, contatti completamente diversi e in mano a esperti diversi.
Ovvio che un aiuto può venire anche dagli abbinamenti con i prodotti alimentari Top locali conosciuti in tutto il mondo. Ma non punterei tutto su quello.
I nuovi mercati vanno conquistati per il vino e con il vino per non perdere l’interesse e la novità.
E’ arrivato il momento di presentare “vini italiani” ideali per una domanda/offerta alimentare a tavola (domestica e non) completamente diversa dalla nostra. Occorrono supporti gastronomici e culinari in grado di farlo.
Il Friuli ha aziende già valide e portate a questo obiettivo come Zorzettig (Ribolla per esempio o Malvasia) e Cantarutti Alfieri (Friulano FCO) e Tenuta Luisa (Isonzo Bianco o Sauvignon) e Venica (Malvasia e Sauvignon e Pinot Grigio) e San Simone (Pinot Grigio Ramato) e Richenza (Petrussa Bianco per esempio con un mix di Riesling Renano, Friulano, Malvasia).
Nota della Redazione Newsfood
Questo Punto e Virgola tiene insieme tre piani diversi: memoria culturale, responsabilità sul territorio e futuro del vino italiano.
Mario Soldati, Carlo Petrini e Gino Veronelli hanno raccontato il cibo e il vino prima che diventassero linguaggio di marketing. Oggi quella lezione torna utile per leggere il presente: senza terra, senza identità e senza racconto vero, anche il Made in Italy rischia di diventare solo una formula.
Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre
Clicca qui per vedere la rassegna stampa sempre aggiornata di “Il Punto e Virgola di Comolli”





