Il Punto e Virgola di Comolli – Giugno 2026 Vino, viticoltura, consumi, territorio e futuro dell’agroalimentare italiano

Il Punto e Virgola di Comolli – Giugno 2026 Vino, viticoltura, consumi, territorio e futuro dell’agroalimentare italiano

By Giuseppe

(Rubrica in continuo aggiornamento – ultimo inserimento 19 giugno 2026) 

Riflessioni, analisi e testimonianze di Giampietro Comolli sui grandi temi che attraversano il mondo del vino e dell’agroalimentare: consumo di suolo, viticoltura, demografia, politiche agricole, nuovi consumatori, strategie di filiera e prospettive per il Made in Italy.

Un mese di analisi, commenti e spunti firmati Giampietro Comolli. Dal consumo di suolo alla valorizzazione dei territori, passando per turismo, sostenibilità, vino e nuove sfide del mercato agroalimentare.


NOTA della Redazione
Il Punto e Virgola di Comolli – Newsfood – Giugno 2026
Nei primi articoli di giugno, Giampietro Comolli affronta temi centrali: il consumo di suolo agricolo e le sue conseguenze sulla capacità produttiva del Paese, il ruolo dell’identità territoriale nello sviluppo turistico delle città medie italiane e la necessità di un piano strategico capace di rilanciare il vino italiano di fronte ai cambiamenti generazionali e alle nuove dinamiche dei consumi.


  • Giugno 2026 – 12 contributi pubblicati

Il Punto e Virgola di Comolli
Gli aggiornamenti proseguono per tutto il mese di Giugno per poi ricominciare con  Luglio.

17 giugno 2026 – Champagne

17 giugno 2026 – Consorzi Agrari

16 giugno 2026 – Economia italiana

15 giugno 2026 Foreste italiane in crescita

12 giugno 2026 – Le api. Tutela, valore, sviluppo e futuro

12 giugno 2026Enogastronomia e agriturismo, progetto unitario

10 giugno 2026Bologna. Congresso mondiale sulla demografia

9 giugno 2026Giorgia Meloni, la viticoltura e il congresso Assoenologi.

9 giugno 2026 – Vino Italia? Come al solito fra idee diverse

7 giugno 2026Congresso Assoenologi n. 79

3 giugno 2026Modena, Festival Economia Pulita e Forum Città Medie

1 giugno 2026Allarme: consumo suolo continua



19 giugno 2026

Champagne tra consumi in calo, nuove maison e qualità confermata: Bologna scopre etichette poco conosciute

Il mondo dello Champagne sta attraversando una fase di cambiamento tra contrazione dei consumi, revisione delle rese produttive e ricerca di nuove identità di gusto. A Bologna, una degustazione dedicata a piccole maison e vigneron francesi ha offerto l’occasione per approfondire la cultura di uno dei territori vitivinicoli più celebri al mondo.

Champagne en plein air: Bologna incontra nuove etichette francesi

Champagne en plein air ha aperto la stagione estiva degli incontri professionali e culturali organizzati dallo storico Club dei Sapori di Bologna, nato anni fa grazie alla passione e all’impegno dell’editore e giornalista Giulio Biasion, figura nota nel settore dell’ospitalità e del turismo di qualità.

Negli spazi verdi di Palazzo Albergati, sede dell’associazione e delle attività professionali della famiglia Biasion, si è svolto un pomeriggio dedicato alla degustazione di alcune etichette di Champagne poco conosciute dal grande pubblico ma particolarmente interessanti per selezionatori, operatori e appassionati alla ricerca di nuove interpretazioni delle bollicine francesi.

La degustazione, riservata a un numero limitato di partecipanti, è stata curata dal distributore Patrick Comai e ha proposto diverse tipologie di Champagne, tra Brut, Extra Brut, Millesimati e Dosage Zéro, provenienti da maison e produttori quali Verrier, André Robert, Jean Sandrin, Dauvergne, Joannès-Lioté et Fils e Le Brun-Servenay.

Un territorio unico che continua a evolversi

Oggi il sistema Champagne conta oltre 5.400 marchi tra maison, cooperative, vigneron e aziende familiari distribuiti su circa 30.000 ettari nei territori compresi tra Reims, Épernay e la valle della Marna.

Durante l’incontro è stato dedicato ampio spazio alla conoscenza del territorio produttivo e alle differenze che caratterizzano comuni, suoli, esposizioni e pratiche viticole. Pur nel rispetto di regole produttive molto rigorose, ogni produttore riesce infatti a esprimere una propria identità attraverso le scelte di assemblaggio, affinamento e dosaggio.

Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Meunier continuano a rappresentare i pilastri dello Champagne, ma le loro diverse proporzioni consentono di ottenere interpretazioni molto differenti in termini di struttura, profumi, freschezza e complessità.

Una situazione che richiama quanto avviene anche nelle principali denominazioni italiane dedicate al Metodo Classico, come Franciacorta Docg, Trento Doc e Alta Langa Doc.

Proprio il lavoro di assemblaggio e la capacità di valorizzare le caratteristiche del territorio rappresentano gli elementi che permettono ai singoli produttori di distinguersi, soprattutto tra i piccoli vigneron che stanno conquistando una crescente attenzione da parte degli appassionati più esperti.

La degustazione bolognese ha confermato come, nonostante le difficoltà che interessano il mercato mondiale delle bollicine e la revisione di alcuni parametri produttivi in Champagne, la qualità complessiva resti molto elevata e continui a rappresentare un punto di riferimento per la cultura del vino a livello internazionale.

 


17 giugno 2026

Consorzi Agrari: una storia lunga oltre un secolo tra mutualità, crisi e nuove sfide per l’agricoltura italiana

I Consorzi Agrari hanno rappresentato per oltre un secolo uno dei principali strumenti di sviluppo dell’agricoltura italiana. Dalla loro nascita alla crisi degli anni Novanta, fino alle più recenti evoluzioni societarie, il dibattito resta aperto sul ruolo che queste strutture dovranno svolgere nel futuro del settore primario.

Dalle cattedre ambulanti alla Federazione dei Consorzi Agrari

La storia dell’agricoltura italiana moderna si intreccia con quella delle cattedre ambulanti, dei tecnici che percorrevano le campagne per assistere gli agricoltori, e con la nascita dei Consorzi Agrari. A Piacenza nacquero alcune delle prime esperienze che contribuirono alla successiva costituzione della Federazione Italiana dei Consorzi Agrari.

Per decenni il sistema consortile rappresentò una forza economica, tecnica e commerciale fondata sulla mutualità, sull’assistenza agli agricoltori, sugli acquisti collettivi e sulla diffusione dell’innovazione. Nel tempo si sviluppò anche un forte rapporto con il mondo delle organizzazioni professionali agricole e con la politica nazionale.

Chi scrive conserva un legame personale con questa storia: il bisnonno fu tra i tecnici ambulanti delle origini, mentre il padre divenne direttore del Consorzio Agrario di Piacenza nel secondo dopoguerra.

La crisi degli anni Novanta e la ricostruzione territoriale

All’inizio degli anni Novanta la Federconsorzi fu travolta da una gravissima crisi finanziaria che portò allo scioglimento del sistema storico. La vicenda fu oggetto di approfondimenti, commissioni e dibattiti che ancora oggi vengono ricordati come una delle pagine più controverse dell’agricoltura italiana contemporanea.

Nel frattempo molti agricoltori, provincia per provincia, ricostruirono nuove realtà consortili partendo quasi da zero. Alcuni Consorzi sono tornati a svolgere un ruolo economico di primo piano nei rispettivi territori, raggiungendo dimensioni rilevanti e contribuendo allo sviluppo delle filiere agricole locali.

CAI, governance e interrogativi sul futuro

Nel 2020 è nato il progetto Consorzi Agrari d’Italia (CAI), promosso con il sostegno di importanti soggetti del mondo agricolo e imprenditoriale. L’obiettivo dichiarato è stato quello di creare una struttura capace di rafforzare la competitività dell’agricoltura italiana sui mercati nazionali e internazionali.

Accanto alle aspettative positive, una parte del mondo agricolo continua tuttavia a manifestare dubbi e richieste di maggiore trasparenza riguardo agli assetti societari, alla governance e alla gestione patrimoniale del sistema consortile.

Negli anni non sono mancate interrogazioni parlamentari, richieste di chiarimento e confronti pubblici sul tema. Tra queste si ricorda l’interpellanza presentata dal senatore Saverio De Bonis nel corso della XVIII Legislatura, nella quale venivano richiesti approfondimenti e verifiche su alcuni aspetti della gestione del comparto. Si tratta di atti parlamentari pubblici che testimoniano l’esistenza di un dibattito ancora aperto.

Resta quindi una domanda di fondo: il sistema consortile del futuro riuscirà a mantenere e rafforzare quei principi di mutualità, assistenza e partecipazione che ne hanno caratterizzato la storia, coniugandoli con le esigenze finanziarie e organizzative dell’agricoltura moderna?

È una riflessione che riguarda non soltanto gli agricoltori, ma l’intero sistema agroalimentare italiano.

 


16 giugno 2026

Economia italiana 2026: crescita del Pil, inflazione e lavoro.
L’Italia sta davvero meglio dell’Europa?
I dati economici diffusi da Eurostat e Istat descrivono un’Italia in crescita rispetto a molti Paesi europei. Ma dietro Pil, spread e occupazione si nascondono criticità che riguardano inflazione, debito pubblico, lavoro nero e fuga dei giovani.


È vero o non è vero che l’economia italiana va bene? 

È sicuramente evidente che i grandi “commis” europei e mondiali faranno le scelte che più tornano ai loro conti. È così da sempre: non dipende da von der Leyen, da Meloni, da Macron, da Starmer o da Trump.

L’inflazione è sicuramente una brutta bestia, non tanto dal punto di vista finanziario quanto soprattutto per i consumatori, le piccole imprese, i piccoli risparmiatori e tutti quei giovani che hanno già acceso un mutuo per la casa o che avrebbero intenzione di farlo in questi giorni.

PIL, spread e risparmio privato: i punti di forza dell’Italia

Perché l’economia italiana va bene, “decisamente meglio di quasi tutti i Paesi europei”, come sostengono Eurostat e Istat, organismi che dovremmo considerare super partes? La Spagna (Pil 1.600 miliardi) fa meglio, dicono. È vero in valore assoluto, ma se guardiamo tutti i parametri necessari, la crescita spagnola deriva anche da una situazione di partenza molto più bloccata rispetto ad altri Paesi.
Il tanto vituperato “spread” degli anni berlusconiani, poi quasi dimenticato, è ormai da anni sotto gli 80-90 punti, ovvero neppure un punto percentuale reale di differenza fra Italia (Pil 2.700 miliardi) e Germania (Pil 5.300 miliardi, il doppio).

È vero che l’Italia presenta produttività, redditività e remunerazioni spesso inferiori rispetto ad altri Paesi a parità di lavoro, ma abbiamo meno disoccupati, più soldi in banca, più oro in cassa, maggior risparmio privato e più proprietà immobiliari. Non sono aspetti di poco conto.

Inflazione, debito pubblico e lavoro nero: le criticità da affrontare

Per questo motivo l’inflazione non dovrebbe essere calcolata soltanto sui prezzi al consumo. Personalmente considero un grave errore alcune scelte anticipate della Banca Centrale Europea. Una volta potevano avere una logica quando i cicli economici erano lunghi; oggi i cambiamenti avvengono su base trimestrale.
In Italia abbiamo e avremo sempre più un ritorno del lavoro nero e del caporalato. Secondo diverse stime il fenomeno vale circa 80 miliardi di euro l’anno. Quante tasse non vengono pagate?

Sicuramente è importante e utile, anche se parziale e sotto stretto controllo come deve essere, la flessibilità concessa dall’Unione Europea su alcune poste di bilancio per il triennio 2026-2028.

Ma è altrettanto vero che una parte dei circa 200 miliardi del PNRR dovrà essere progressivamente accantonata per la restituzione. Pensare, proporre o sperare che il continuo aumento del debito pubblico possa rappresentare la soluzione a tutte le carenze, mancanze e ritardi accumulati da questo Paese negli ultimi trent’anni significa lasciare ai figli e ai nipoti un Paese sempre più fragile.

Giovani, mutui e fuga dei talenti: il vero nodo del futuro

Forse anche per questo molti giovani italiani studiano in Italia e poi scelgono di trasferirsi all’estero senza fare ritorno. I benefici previsti per il “rientro dei cervelli” appaiono ancora insufficienti. Una fiscalità agevolata per un periodo più lungo potrebbe rappresentare una possibile soluzione.


 

15 giugno 2026

Foreste italiane in crescita: oltre 100.000 km² di boschi tra ambiente, economia e sviluppo del territorio

La superficie forestale italiana continua ad aumentare e oggi copre circa un terzo del territorio nazionale. Un dato positivo per l’ambiente, ma che apre anche nuove riflessioni sulla gestione delle montagne, sulle biomasse, sul legno, sulla tutela del paesaggio e sulle opportunità economiche legate al patrimonio forestale.

La superficie forestale italiana cresce da anni

Decenni fa era un argomento da portare nelle piazze a difesa delle piante e dei boschi. Oggi?

Oggi sono oltre 100.000 km² le foreste presenti in Italia, cioè circa 1.000 volte l’intera provincia di Biella o l’intera Valsesia, per fare un esempio. Un terzo del territorio nazionale, da anni in crescita continua e regolare.

Perugia e Rieti, e non Belluno o Aosta, risultano le province con la maggiore presenza di boschi, secondo il rapporto PEFC Italia e Legambiente.

La superficie forestale italiana è ormai superiore a quella agricola coltivata. Un fenomeno che non si verificava dal Medioevo.

Foreste, biomasse e sviluppo della montagna: una risorsa da valorizzare

Anche il sistema bosco-forestale-montano necessita di un piano strutturato. Abbiamo una fonte straordinaria di aria sana concentrata nelle aree montane, una risorsa importante per la produzione di materiali in legno, per la realizzazione di abitazioni sostenibili, per i vivai, per il rilancio della montagna e per il riutilizzo dei sottoprodotti attraverso biomasse, energie alternative e biocarburanti.

Piano troppo grande? Sono un sognatore?

Le foreste producono servizi ecosistemici, richiedono governance territoriali specializzate, creano occupazione e rappresentano un patrimonio che verrà ereditato dalle future generazioni.

Per la prima volta disponiamo di numeri certi e confortanti. Sta ora alla politica, alle amministrazioni e alle comunità locali decidere come valorizzare questa ricchezza naturale.


12 giugno 2026

Tutela, valore, sviluppo e futuro: un’agricoltura che recuperi i motori del settore primario. Come le api.

Si parla molto di come fare – scusate i termini ormai abusati – resilienza, sostenibilità, sussidiarietà, inclusione e assistenza, puntando soprattutto su interventi di carattere economico, finanziario, industriale ed energetico. Eppure il mondo agroalimentare si basa ancora su poche cose certe, sicure, antiche e tradizionali che possono offrire un contributo eccezionale e indispensabile.

Certo, siamo nel Terzo Millennio, con l’Intelligenza Artificiale alle porte – e alle finestre – di tutti noi. Così come è vero che produttività, distretti, innovazione e tecnologia rappresentano un supporto sostanziale allo sviluppo. Tuttavia, la produzione agricola necessita anche di regole e misure che restano fattori nevralgici.
Lo stesso cambiamento climatico non è soltanto una questione di ambiente, suolo, temperature o maturazione delle uve. Soprattutto per la viticoltura, viene coinvolto l’intero processo vegetativo.

Dicono gli agronomi e gli esperti viticoli che il cambiamento climatico stia ridisegnando molti equilibri. Più ancora degli enologi e degli enotecnici, oggi è il viticoltore a dover affrontare quotidianamente le conseguenze di questa evoluzione.

È vero che le api non influenzano direttamente l’allegagione della vite. È il vento a impollinare i fiori della vite, che peraltro non attirano le api. Tuttavia le api svolgono un’importante funzione indiretta e sono indispensabili per l’ecosistema del vigneto. Aspetto da non sottovalutare, soprattutto oggi, quando il cambiamento climatico impone nuovi processi di supporto alla salute e alla sanità della vite.

Per esempio, durante primavere particolarmente piovose, successive all’avvio della vegetazione e alla fioritura, le api possono contribuire all’ampliamento dell’azione del polline. Soprattutto, le api rappresentano il motore fondamentale della biodiversità agraria. Senza alveari e senza api, la biodiversità regredisce.

L’impollinazione delle erbe da sovescio e delle piante arboree presenti attorno ai vigneti può risultare essenziale per ottenere determinate caratteristiche e specifiche tipicità territoriali. Lo stesso terreno migliora la propria fertilità grazie alle fioriture delle essenze che crescono tra i filari. Queste coperture vegetali contribuiscono inoltre a mitigare gli effetti del cambiamento climatico.
Anche l’ambiente microbiologico ne trae beneficio, favorendo la forza vegetativa e l’equilibrio nutrizionale della vite.

Importanti ricerche hanno inoltre evidenziato che, dopo eventi calamitosi come la grandine, quando i grappoli sono già formati, la fuoriuscita di zuccheri attira le api che contribuiscono alla cicatrizzazione delle lesioni, limitando la diffusione del marciume acido e di altre patologie indesiderate. Per queste ragioni api e alveari devono essere incentivati, così come va tutelata la presenza delle specie più importanti.

Le api sono vere sentinelle ambientali: la loro assenza in un vigneto o in un frutteto rappresenta spesso il segnale della presenza di sostanze nocive o di condizioni ambientali incompatibili con la loro sopravvivenza.

Non va poi dimenticato il ruolo del miele. L’Italia è tra i principali produttori mondiali e il miele è stato il primo grande conservante naturale utilizzato dall’uomo per garantire nel tempo la salubrità di frutta, ortaggi e altri alimenti.

Anche grazie a questo contributo si è preservata nei secoli una parte importante della biodiversità agricola e alimentare. Ripartiamo dunque dalle origini dell’agricoltura, se vogliamo tutelare e confermare la qualità delle produzioni Doc e Dop.
Molti alimenti naturali rischiano di perdere una parte importante della loro identità senza il contributo delle api.
In Italia il numero degli alveari risulta in aumento, ma con un progressivo spostamento geografico e logistico. In diversi Paesi europei, invece, gli alveari sono in diminuzione da anni senza segnali di recupero.

Può sembrare una constatazione scomoda, ma la presenza delle api è generalmente maggiore dove vi è minore antropizzazione e minore diffusione delle monocolture intensive. Anche le api, infatti, stanno progressivamente spostandosi verso le montagne e gli Appennini.

 


12 giugno 2026

Enogastronomia e agriturismo, progetto unitario in sintonia con un turismo “glocal”

Siamo di fronte a nuove esigenze, bisogni, interessi e disponibilità da parte dei turisti. I volumi turistici sono in crescita quasi ovunque, in tutti i Paesi europei e non solo, ma stanno cambiando diversi aspetti collegati al viaggio. In primis è in corso una rivoluzione, più o meno obbligata, in termini di destinazione, tempi e spese.

Al viaggio non si rinuncia. A cambiare sono le abitudini quotidiane. Ovvio però che i budget sono fortemente ridimensionati, o meglio: c’è chi deve ridimensionarli e chi, invece, parte già con una disponibilità limitata. È vero che circola più denaro, che molte località sono stracolme, che le strutture ricettive non tradizionali crescono e sono più piene delle altre, che i giorni di vacanza diminuiscono e non sono concentrati, che si preferisce il viaggio tutto compreso senza rischi e il viaggio “fuoriporta”. Si evolve un modello o si involve una aspettativa. Allo svago non si rinuncia.

Chi è costretto a rinunciare per motivi diversi lo fa pesare in ogni caso e spesso in modo molto deleterio. È un lato della medaglia che nessuno sta affrontando: molti non si possono permettere neppure uno svago. Cresce però l’attenzione verso luoghi naturali, fuori dai tragitti abituali, molto fai-da-te o scelti per passaparola. In ogni caso si tratta di scelte personali che non sempre producono ricchezza.

Spesso si leggono dati su “indotti” stratosferici procurati da una località, un evento, una mostra, una gara sportiva, uno spettacolo in piazza o una sagra. A ben guardare non è sempre così: fra viaggio, autostrada, panino, parcheggio e ingresso, il budget è finito.

Ovvio che le imprese dell’accoglienza sono molto attente e cercano di offrire soluzioni per tutte le tasche. Come è da sfatare che un evento enogastronomico in piazza attiri e crei automaticamente pernottamenti, così è sempre più frequente assistere a presenze e arrivi “mordi e fuggi”, più alla ricerca di una autentica esperienza culinaria, di una emozione paesaggistica o di una presenza artistica di grande valore.

La componente territorio-ambiente acquisisce sempre più valore aggiunto nella scelta della meta, ma non sempre determina un aumento della spesa. Esistono anche opportunità agrituristiche ed enoturistiche di grande valore con costi accessibili. Il turismo di campagna, sempre più ricercato, offre oggi scoperte e soluzioni per tutte le tasche.

Da qui l’importanza di proporre, in ogni luogo, una opportunità autentica ed esclusiva che generi valore. La sfida del periodo 2026-2030 è proprio questa: creare più valore rispetto a una domanda crescente di destinazioni e di esperienze.

Come in molti altri settori, forse in tutti, la forbice della domanda si allarga sempre di più e di conseguenza anche l’offerta deve adeguarsi. Anche fra luoghi marginali, B&B e Airbnb deve crescere una comunità di host capace di rispondere a una nuova filosofia del viaggio, a nuovi bisogni e a nuove aspettative.

Non è più la località da sola ad attirare il visitatore — vale per Rimini, ma al contrario anche per Venezia — bensì un insieme di proposte che spesso non possono essere vissute tutte in ventiquattro ore. È una alchimia fatta di demografia, budget, spazi, accessibilità, aggregazione, distribuzione delle opportunità di svago, passaparola, attrazione digitale e recensioni sui social.

Il turismo e l’enoturismo italiano crescono, spesso molto bene e talvolta perfino troppo. Per questo occorre riorganizzare il modello in modo da soddisfare esigenze e bisogni della singola persona, in tempi diversi e nello stesso luogo. È qui che si gioca una partita che vale miliardi di euro in termini di valore, spesa e PIL.

L’Italia può e deve essere il primo Paese al mondo per accoglienza turistica, sia per presenze sia per arrivi. Ma deve saper distribuire meglio i flussi, destagionalizzare, accompagnare i visitatori verso luoghi meno conosciuti, valorizzare emergenze culturali, mostre e musei capaci di interessare famiglie giovani, studenti universitari, lavoratori a basso reddito e anche italiani di prima generazione.

Far conoscere il Paese è anche una potente forma di integrazione. Ecco i potenziali turisti-spendenti che oggi mancano all’Italia, pur disponendo di budget limitati. Spagna e Grecia stanno da anni puntando sulla ridistribuzione del turismo e delle risorse disponibili. L’Europa dovrebbe essere il primo motore economico capace di sostenere questi nuovi bisogni, queste nuove mete e questi nuovi modelli di costo.


10 giugno 2026

Bologna. Congresso mondiale sulla demografia. Anche la demografia incide su viticoltura, alimentazione e agricoltura

Il tema della demografia non è mai stato considerato, da molti se non da tutti, un fattore determinante e imprescindibile come guida e come motore di scelte, progetti e programmi di vita sociale, civile ed economica.

Negli ultimi 40 anni (lo ripetiamo oramai troppo spesso, cioè dal 1985 al 2025) nessuno ha incentivato studi e ricerche e soprattutto ha analizzato, commentato e discusso i vari dati e numeri che emergevano. La demografia come fosse una materia per teorici, filosofi, psichiatri, ecc. Nulla di più errato e fondamentale per i programmi di prospettiva.

Oggi un architetto o uno scrittore o un cantautore o un artista, o peggio ancora un blogger o un influencer o un costruttore di fake o un inventore di marchi di consumo elitari o inutili, sono considerati “più sul pezzo” sociale e civile, più esperti nell’analisi della società antropologica, delle imprese e della vita sociale e quindi “indagatori e interpreti” dei bisogni, diritti e aspettative dei cittadini e/o consumatori. Nulla di più errato.

Abbiamo preso per buoni numeri di indagini e sondaggi costruiti spesso sul nulla, il più delle volte in grado di rispondere alle domande necessarie al finanziatore della ricerca. Bologna tenta di dare una risposta innovativa: su 8.000 comuni in Italia sono solo 96 i “demografi socio-economici” assunti e solo circa 100 all’anno le consulenze richieste. Troppo poche.

Come fa un Comune o un Sindaco – penso in primis a quelli di Torino, Genova, Milano, Roma, Napoli, Palermo, Firenze e Bologna stessa – a predisporre piani sociali, economici, abitativi, alimentari, scolastici e sanitari senza la conoscenza e il supporto dello sviluppo, del processo e del cambiamento demografico?

L’European Association for Population Studies ha riunito a Bologna, presso il complesso Belmeloro di via Beniamino Andreatta, 1.000 esperti provenienti da oltre 100 Paesi, docenti universitari e titolari di centri studi per analizzare le nuove sfide reali che riguardano trasformazioni sociali, invecchiamento, migrazioni, declino demografico europeo, calo delle nascite e trasformazioni del welfare.

Anche il mondo agricolo, l’agricoltura, l’alimentazione, il cibo, il vino e i relativi fabbisogni, sprechi, cambiamenti di consumo, nuove necessità, alimenti diversi e ricerca di cibi e piatti etnici… tutto si assimila al cambiamento demografico. Quindi anche noi del mondo del vino cosa dire, cosa pensare, come reagire e come programmare il futuro?

Il mondo agroalimentare, e viticolo in particolare, ha bisogno di conoscere quale tipo di consumatore e quale domanda si troverà di fronte fra 10, 20 o 30 anni almeno. I tempi agricoli non sono quelli del web, dei social o della IA. Necessitano quindi di un quadro completo e ampio. Il tema è complesso perché, a fronte di una riduzione di consumatori di un certo tipo di prodotto, cresce un altro tipo di consumatore, utente e prodotto, ma anche l’attore agricolo cambia o deve cambiare.

Quindi è l’intero incontro tra offerta e domanda, ovvero fattori esecutivi compreso il welfare, che necessita di conoscere i cambiamenti demografici anche in termini di vita sociale e di aspettative di vita per poter programmare un vero Piano agroalimentare del futuro. È pronto il mondo agricolo oppure il sistema datoriale-sindacale è bloccato, fermo, incapace di leggere questi cambiamenti? O non li vuole leggere demandando il problema alle future generazioni?

La demografia può aiutare. Basta darle voce e spazio.


9 giugno 2026

Giorgia Meloni, la viticoltura e il congresso Assoenologi. Il governo italiano che intende fare?

Innanzitutto plaudo al fatto che il capo del nostro governo parli di “viticoltura” in termini di pilastro dell’agricoltura, strettamente legato ad un modello culinario e di alimentazione, simbolo del made in Italy, forte componente della parte attiva della bilancia dei pagamenti, fattore determinante non solo del PIL ma dell’intero “valore venale” del Paese Italia. “Siamo una leadership a livello globale”, ha detto. Mi fa anche molto piacere che al congresso Assoenologi abbia parlato di viticoltura più che di enologi, tecnica e vini.

L’accenno ai vitigni – sicuramente suggerito dal ministro competente – è molto importante se collegato al valore aggiunto della biodiversità e al settore dell’arte e della cultura storica nazionale, in cui la pianta di vite, il grappolo d’uva, il calice di vino sono componenti qualificanti e quasi sempre collegati alla bellezza che offre il nostro Paese in termini di paesaggi accoglienti di visitatori e turisti.

Non sta a me giudicare se Meloni è stata più incisiva o più partecipe di presidenti della Repubblica o di altri presidenti del Consiglio sul tema vite-vino. Sta di fatto che la questione vite-vino-Italia deve entrare a pieno titolo e completamente in un progetto nazionale di rivitalizzazione e di rivalutazione alla luce di tanti cambiamenti. C’è questa consapevolezza? È questo che mi interessa al di là della “presenza” con messaggi e parole.

Sempre la Meloni: “….siamo al fianco dei viticoltori per scelta e per sostenere (!!) un comparto che possa sfidare e essere in un mercato internazionale estremamente volubile e complesso anche dalla parte della domanda, dei consumatori …”. Fa piacere, ripeto, ma nel concreto, a quando un Piano Nazionale Agricolo che abbia sinergie e strategie di lungo periodo? Questo serve al nostro comparto.

A dire il vero manca anche un Piano strategico industriale che metta in sicurezza e garantisca determinate produzioni che devono essere strategiche per il nostro Paese. Manca un Piano dei Trasporti, collegato a energie alternative e al non inquinamento, per citare i più urgenti. Ovvio che la politica dell’ordinaria amministrazione oggi aiuta e sostiene poco. Ovvio che le politiche agricole devono essere comunitarie e salvaguardare le produzioni comunitarie senza che siano in balia di contratti continentali con regole diverse o senza regole.

Il mondo agricolo, e il vino, hanno l’obbligo di avere regole per la loro stessa condizione logistica produttiva. Domando e chiedo, egregio/a Presidente del Consiglio: un determinante “aiuto e sostegno al settore” non può essere solo e prioritariamente quello del business, del commercio, dei contratti economici. Occorre una visione più ampia e fuori dai legacci e lacciuoli con le imprese private e cooperative del vino.

L’impresa è per sua natura a rischio, mentre la viticoltura intesa come “disegno del terreno, salvaguardia, paesaggi, vita agreste, presidio territoriale …” riveste un ruolo superiore di tutela generale del Bel Paese e su questo mi piacerebbe finalmente vedere un Governo che si spende guardando in faccia tutti, motivando scelte per il bene comune, senza privilegi.

Il vino costa troppo? C’è una sleale concorrenza? C’è bisogno di innovare le aziende? Anche le cantine 5.0 necessitano di ammortamenti del 140%? Ebbene, forse abbiamo interpretato male un progetto di Piano Nazionale Strategico del Vino italiano.

Meloni, manca un anno ancora alle elezioni: c’è tempo per un bel segnale “nazionale super partes”… e poi succeda quel che succeda nell’urna italica degli italiani avvezzi al “regalino”. La Politica alta è soprattutto una scelta utile per il Bel Paese.

 


9 giugno 2026

Vino Italia? Come al solito fra idee diverse, vecchi progetti copiati, nessuna scelta drastica, visione obbligata ad almeno 30 anni di vita del vigneto!

Come al solito, oramai da 5-6 anni (se non più), ascoltiamo e leggiamo “…tutto e il contrario di tutto” scritto (e firmato) dalle stesse testate, stessi giornalisti, stessi presidenti di enti e consorzi, stessi governatori, stessi ministri. Ma un progetto vero, unitario, unico, forte, decisivo… le nuove generazioni (i 50enni-60enni) che governano il settore, comparto e filiera sono in grado di proporlo?

Chi scrive ha 72 anni suonati, esattamente 53 nel cibo e vino (da produttore a manager di enti) e quando si è dovuto intervenire… la mia generazione… lo ha fatto. 1974 i primi veri consorzi di tutela e applicazione DPR 930, 1986 metanolo e legge 164, nuovi consorzi di tutela, crollo vini frizzanti, erga omnes, politica differenziata in UE, sviluppo vigneto Italia, distretti produttivi, enogastronomia, enoturismo, boom di spumanti e bollicine… sono stati momenti di grandi iniziative.

Ed ora? “Tante occasioni perse” scrive una testata leader, oggi. Già nel 2019 abbiamo lanciato il problema dei vini dolci naturali passiti, ma siamo stati inascoltati dalle potenti cantine e dalle lobby fra testate e associazioni che governano tutto, o che tentano di governare.
Vale ancora la pena fare un vino liquoroso e venderlo per passito naturale? A prezzi infimi? Siamo stati con il Franciacorta nel 1993 i primi a puntare sulla destagionalizzazione, sui deabbinamenti, sulla deregulation a tavola e per strada con gli aperitivi… anche contro le grandi associazioni sommelier. Tutto finito?

Oggi i grandi manager di associazioni e consorzi non hanno soluzioni e idee? Sono solo passacarte del presidente di cantina di turno? Non c’è visione. Non c’è autonomia. Non c’è capacità di rischiare il posto per un progetto. E i presidenti di consorzi pensano ancora prima alla propria azienda? Allora meglio un presidente di consorzio non produttore, come fu una volta: soluzione per accelerare le scelte.

È vero che 50 anni fa i potenziali consumatori potevano essere contattati, incontrati. Bene o male tutti avevano visto una bottiglia di vino in tavola, spesso non eccelso. Oggi non si riesce ad incontrare la Generazione 00 o Z? C’è chi crede di spumantizzare lo Zibibbo. I vini dolci, se fatti bene e moderni, hanno ancora oggi spazi sicuri, non enormi e non per tutti. Bisogna lavorare, crederci.

Troppe parole alla ricerca di alibi, anche di mega-prof di coltivazioni arboree che sono diventati enologi, sommelier, trendsetter. Oggi bisogna affrontare con i potenziali consumatori qualche passo più indietro… quasi a spiegare che cosa è un grappolo d’uva, una bottiglia, un tappo di sughero.

Certo bisogna sudare… ma anche noi nel 1986 ci siamo sentiti “senza la terra sotto i piedi” come produttori e come direttori di consorzi di tutela. Spesso colpevolizzati per non aver fatto il nostro dovere. E all’estero eravamo a quasi zero, per valore e volumi. Dobbiamo “allevare” direttori di consorzi che siano esperti di tutto ma anche demografi e antropologi, perché occorre studiare, capire e rispondere a chi il vino non lo conosce.

Basta proclami inutili. Basta interviste ai soliti che non hanno una visione pur guidando federazioni e associazioni.
Certamente estirpare deve essere l’ultimissima spiaggia, ma alcuni territori hanno spinto troppo e allargato le vigne. Bisognerebbe spostare le vigne in zone più idonee per fare vini “facili”: così si inizia un nuovo percorso e approccio. La Franciacorta ha iniziato solo ora un nuovo tragitto.

Ricordo: il mondo del vino è a cicli. Negli ultimi 50 anni abbiamo assistito a una produzione dell’88% di vino da tavola e oggi dell’84% fra Docg, Doc e Igt; nei primi anni tutti volevano i vini rossi tranquilli da pasto, poi i rossi frizzanti da pasto e non solo, poi i vini da meditazione passiti, dolci e densi, poi i vini rossi corposi in legno di territori specifici, poi le bollicine, ora i bianchi fermi freschi, giovani e a bassa gradazione… e domani?


7 giugno 2026

Congresso Assoenologi n. 79. Sono tre anni che sento dire e scrivere le stesse formule, proposte e riflessioni. E basta!

Ha perfettamente ragione l’amico, da almeno due generazioni, Carlo Cambi quando dice ancora una volta che i consumi di vino continuano a calare, da generazione a generazione, senza un preciso piano strategico. Così si è espresso al Congresso Assoenologi svolto a Conegliano, fra i soliti noti da decenni, fra le stesse considerazioni, gli stessi numeri e le stesse voci.

Mi sarei aspettato qualcosa di più in uscita dal cilindro del pluri-presidente Riccardo Cotarella e dai diversi enologi chiamati a confrontarsi sui temi ormai arcinoti. Ma qualche soluzione concreta, non estemporanea, non occasionale e non per sentito dire, sarà mai possibile leggerla o ascoltarla? Un vero piano di rivitalizzazione, ricambio e rivalorizzazione del vino italiano?

Ovvio che il mondo del Prosecco, delle bollicine top nazionali come Franciacorta, TrentoDoc e Alta Langa e dei super wine non ha molto da dire, perché il loro mercato funziona ancora molto bene. Ma per quanto tempo ancora?

Il ricambio generazionale nelle cantine dovrebbe andare a braccetto con le nuove generazioni del vino, quelle tra i 18 e i 30 anni. Chi meglio dei nuovi dirigenti e titolari può conoscere bisogni e aspettative dei giovani consumatori? Ma sono davvero consumatori? Conoscono il vino? Non sono interessati a tannini, mineralità o glicemia. Forse sono più attenti al prezzo, alla semplicità, alla facilità di accesso e ad altre bevande.

Come avvicinarli? Come convincerli? Come creare un piano di contatti e di conoscenza? Sono tutte domande che non ho sentito affrontare in modo concreto da Assoenologi e dai giovani enologi ed enotecnici presenti.

Sono rimasto deluso anche dall’intervento di Nomisma Wine Monitor. Oltre a tabelle, numeri, confronti e grafici perfetti, non ho sentito una proposta concreta, una interpretazione accompagnata da una soluzione immediatamente applicabile per affrontare il nuovo modello di mercato e di consumo locale, nazionale, europeo e internazionale.

La segmentazione oggi non riguarda soltanto i consumatori ma anche i canali distributivi e i singoli mercati. Certo, vendere vino è più difficile. Ma come reagire? Come evitare di rincorrere continuamente i problemi senza affrontarne le cause?

È brutto da dire, ma il vino deve essere comunicato come una bevanda di largo consumo: facile da comprendere, accessibile e vicina ai bisogni e ai luoghi frequentati dalle nuove generazioni. Una comunicazione da adulto esperto a giovane neofita non funziona più. Occorre cambiare canale prima ancora che linguaggio. Forse una ricerca universitaria di demografia socio-economica potrebbe aiutare a capire meglio il fenomeno e a costruire nuove strategie di contatto e coinvolgimento. Forse.


3 giugno 2026

Modena, Festival Economia Pulita e Forum Città Medie per Arte, Cultura e un Turismo a Identità di Territorio

Si è svolta la sesta edizione del “Futuro Impresa Sostenibilità” a Modena con il contributo di Camera di Commercio di Modena, Comune, Fondazione, Regione Emilia-Romagna, Consorzi Aceto Balsamico, Consorzio Parmigiano Reggiano e i grandi marchi della Motor Valley e dell’Automotive. Presenti diversi sindaci della Regione e del Veneto.

Giornate intense che hanno affrontato lo stato dell’arte sui vari temi creato dagli ultimi 10-15 anni di investimenti e scelte strategiche dell’intera provincia, distretti compresi come Sassuolo, Mirandola, Carpi e Vignola, e le nuove traiettorie da intraprendere su settori che negli ultimi anni hanno assunto un maggiore e più diffuso interesse, come il turismo delle città medie italiane (150-300 mila abitanti) e la cultura integrata come volano di sviluppo e di connessione telematica e sostenibile dell’intero territorio provinciale.

Modena ha scoperto il grosso incremento turistico avuto negli ultimi dieci anni, triplicando un dato storico che era appannaggio soprattutto del centro Ferrari di Maranello con circa 800.000 visitatori all’anno. In questo contesto hanno avuto un ruolo maggiore i tavoli che hanno affrontato il tema della mobilità, della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale nello sviluppo del turismo, portando esempi concreti di come oggi il consumatore locale, nazionale o internazionale scelga una destinazione in base all’attrattività e alla qualità della vita della meta stessa.

A Modena, come Ovse-CevesUni (Centro Studi, Ricerca, Analisi Mercato, Consumi e Distretti Produttivi Turistici), siamo stati invitati da VisionUp Consulting, organizzatore dell’evento, a chiudere il tavolo sul tema “Motori e Sapori nella ricerca della identità territoriale”. Abbiamo fatto notare che oggi vince il brand identitario leader e forte anche se il territorio esprime 5, 10 o 20 marchi, imprese o luoghi di grande pregio. L’identità territoriale deve essere immediata, diretta, semplice, ovviamente arricchita da tutti gli altri attori nella fase organizzativa della DMB.

Sono superate le DMC e le DMO proprio per un eccesso di collettività, di offerta, di organizzazione e di management. Siamo di fronte a un cambiamento, non a un crollo, della globalizzazione nata trent’anni fa. Oggi abbiamo una globalizzazione segmentata e multilaterale che si ripercuote in tutti i contesti e settori, anche a tavola, anche nella scelta di una auto o di una moto.

Non è più una globalizzazione basata esclusivamente sul rapporto internazionale tra prodotto e Paese. Oggi è una segmentazione globale fondata sui bisogni della persona. Una visione totalmente nuova che parte dalla domanda e non dall’offerta. L’Italia degli 8.000 comuni possiede almeno 80.000 prodotti leader di territorio, di brand e di marca. Troppo patrimonio culturale, artistico e alimentare.

Oggi il successo solido e proiettato al futuro di un territorio si basa su una DMB che individui uno o due prodotti capaci di soddisfare insieme i bisogni richiesti dal mercato, bisogni che cambiano fortemente in base alla provenienza e alla disponibilità di spesa, con annesse divagazioni dinamiche di diversa tipologia. Meglio avere due lati della stessa medaglia: uno più costoso dell’altro, con tutto quello che ne consegue in termini di Leader Brand e servizi all’utenza.


 

1 giugno 2026

Allarme: consumo suolo continua senza rispetto limiti, norme, buonsenso e futuro. Tanti proclami e propaganda eppoi…

Appare sempre più urgente, impellente, fondamentale, imprescindibile arrivare ad educare e a sensibilizzare tutti: siano consumatori, genitori, studenti, politici, giornalisti, benpensanti, tutelanti. Sono oramai più di 20 anni che un modello di “lotta e critica” è portato avanti dal mondo ambientalista e da associazioni parallele e assimilabili (Onlus, Terzo Settore, ecc.) in merito al consumo del suolo, soprattutto terreno agrario, da parte di tutti i governi (Italia ed Europa insieme) che si sono succeduti dal 1994 in poi e soprattutto dal 2004 in poi. Date politiche e partitiche fondamentali che hanno visto enunciazioni di proclami, tazebao per le città, appelli, proposte di legge depositate in tutti i parlamenti e consigli dei ministri di questo nostro continente.

Convegni, discese in piazza, manifesti, cortei in strade, autostrade, blocco di stazioni ferroviarie (tutto condivisibile e sostenibile nel segno della protesta e denuncia democratica) che hanno portato, forse, in pochissimi casi (anche Regione per Regione), a emanare leggi ottime e di buona volontà. Leggi che imponevano limiti massimi, assai ridotti, di consumo del suolo soprattutto quello coltivabile, fertile, agrario. Per l’Italia, ovvio, è una tutela evidente per le pianure ampie, a iniziare dalla Pianura Padana.

L’Emilia-Romagna ha imposto da anni un massimo di “consumo del 3%”, ma solo per opere già avviate, già deliberate e soprattutto di utilizzo e servizio totalmente pubblico. Dato ISPRA del 2024: l’Italia perde 23 ettari al giorno di terreni per altri scopi, non solo pubblici. Questo riduce la capacità produttiva agricola e riduce gli spazi ecosistemici e le ecoschede della biodiversità naturale. Ma non solo: stando ai parametri necessari per fruire delle risorse rinnovabili, con il 3 maggio 2026 abbiamo già esaurito tutte le risorse dell’intero anno 2026, ovviamente a scapito della produzione alimentare e con l’aumento dei trasporti su gomma.

Una riduzione della coltivazione territoriale locale non solo impone più importazioni da Paesi UE ed extra UE (con tutte le aggravanti dei costi e dei prezzi, maggiore necessità energetica e sbilancio dei pagamenti), ma anche l’impossibilità di distribuire il superfluo a chi ha fame, a chi ha meno. Un circolo vizioso molto pesante per la società e per il futuro. In questo contesto nazionale, la mia città, Piacenza, come scrive la Coldiretti, è in uno stato preoccupante. Sono 700,45 mq di maggior suolo consumato e/o usato e/o portato via dalle coltivazioni per ogni abitante della provincia di Piacenza. Nel 2024 sono stati 700 metri quadrati a testa tolti ai piacentini, contro i 453 dell’intera Regione Emilia-Romagna e la media nazionale di 365,85 mq pro capite.

Secondo Coldiretti, nel 1970 in Italia erano coltivati e agricoli 250.000 kmq di terreni (pianura e montagna), oggi siamo a meno di 165.000 kmq. Un ultimo dato importante: la frutta è l’alimento più sprecato a tavola, in cucina e nelle case italiane. Oltre 1,2 chili pro capite all’anno finiscono in pattumiera.

Propongo che la scuola ritorni a essere, dalla materna, un luogo soprattutto educativo oltre che didattico e istruttivo. Soprattutto la scuola dell’obbligo deve educare e sensibilizzare in tutti i campi, non solo sul suolo. Parlare e scendere in piazza per i diritti senza una educazione degli stessi a priori, fin da bambini e fuori dalla famiglia, è segno di libertà, democrazia e accoglienza. Ovvio che la famiglia è il luogo primario dell’educazione, ma “un aiutino” forte è obbligatorio.

 


Il Punto e Virgola di Comolli

Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.

Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare, vitivinicolo, turistico e dei consumi.


Qui tutti gli articoli “Il Punto e Virgola di Comolli”

 


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