Piede franco della vite: il grande mistero della fillossera e la sovranità perduta dell’Europa

Piede franco della vite: il grande mistero della fillossera e la sovranità perduta dell’Europa

By Giuseppe

Dalla catastrofe della fillossera alla diffusione dei portainnesti americani: una riflessione storica sulle origini di una delle più grandi trasformazioni della viticoltura mondiale.

Piede franco della vite: il grande mistero della fillossera e la sovranità perduta dell’Europa. Una storia che assomiglia a un giallo

Newsfood.com, 16 Luglio 2026


Dalla catastrofe della fillossera alla diffusione dei portainnesti americani: una riflessione storica sulle origini di una delle più grandi trasformazioni della viticoltura mondiale. Il piede franco della vite: una storia che assomiglia a un giallo

NOTA del Direttore


L’invasione della fillossera, che tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento devastò i vigneti europei, continua a sollevare interrogativi storici e scientifici. Partendo dagli insegnamenti del professor Mario Fregoni, Giampietro Comolli ripercorre le tappe della crisi che portò all’adozione dei portainnesti americani, ponendo alcune domande ancora oggi attuali: come fu possibile importare materiale vegetale senza adeguate precauzioni fitosanitarie? Si trattò soltanto di negligenza o di una sottovalutazione dei rischi? Il risultato fu la quasi totale scomparsa del piede franco europeo e una trasformazione radicale della viticoltura continentale. Oggi gli esemplari originali sopravvissuti rappresentano vere rarità storiche, mentre resta aperta una riflessione sul costo economico, culturale e patrimoniale che l’Europa ha pagato in oltre 150 anni.
Giuseppe Danielli


Il piede franco della vite: una storia che assomiglia a un giallo

Mario Fregoni e una lezione che continua

di Giampietro Comolli
Aver avuto come docente e amico il professor Mario Fregoni è stato un privilegio. Più che un divulgatore, era uno scienziato capace di leggere la viticoltura nella sua dimensione storica, economica e culturale.

Prof Mario Fregoni, uno dei massimi esperti di Vitis Vinifera

Per oltre vent’anni ho avuto il piacere di insegnare, come docente a contratto, Storia economica e geografica della viticoltura. Tra i temi più affascinanti c’è sicuramente quello della fillossera, una vicenda che sembra il copione di un romanzo di Agatha Christie.

La domanda è semplice solo in apparenza.

Come ha potuto un minuscolo afide devastare in pochi decenni il patrimonio viticolo europeo, dopo oltre diecimila anni di storia della vite?

Da dove arrivò realmente?

Il “movente” del delitto è europeo oppure americano?


Il mistero della fillossera tutto nasce negli Stati Uniti

Fillossera della vite

Le ricostruzioni storiche indicano che l’origine del problema è americana.

Come ricorda anche Gaetano Cataldo, fu Thomas Jefferson, futuro presidente degli Stati Uniti, a promuovere tra il 1800 e il 1810 l’importazione di pregiate varietà europee nella sua tenuta di Monticello, in Virginia.

L’esperimento fu però un fallimento: le viti europee morivano rapidamente.

La causa era la presenza della fillossera nei terreni americani. Le viti locali avevano sviluppato una naturale resistenza, mentre quelle europee risultavano completamente vulnerabili.


L’errore che cambiò la storia – La fillossera arriva in Europa

Nel 1854 l’entomologo americano Asa Fitch descrisse scientificamente l’insetto, mentre già si conosceva la particolare resistenza delle specie americane.

Eppure, pochi anni dopo, nel 1863, la fillossera arrivò in Francia, nella zona di Roquemaure (Gard), attraverso materiale vivaistico proveniente da Saint Louis.

Qui nasce il vero interrogativo.

Perché non vennero adottate le necessarie precauzioni fitosanitarie?

Perché le barbatelle furono trasportate con terra aderente alle radici?

Perché non vennero disinfettate o asciugate prima della spedizione?

Possibile che nessuno avesse compreso il rischio?


La rinascita dei vigneti europei con i “piedi americani”

La ricostruzione dei vigneti iniziò nel 1874.

Francia, Spagna, Portogallo, Germania e infine Italia ricostruirono progressivamente le proprie vigne utilizzando portainnesti americani sui quali innestare le varietà europee.

Tra il 1900 e il 1910 la viticoltura europea rinacque, ma non fu più la stessa.


I rarissimi vigneti a piede franco, in Europa

Qualche eccezione esiste ancora.

Celebre è il vigneto della Maison Bollinger, in Champagne, dove sopravvivono ancora ceppi a piede franco.

Anche in Italia si trovano rarissimi esempi di viti ultracentenarie:

  • Cartizze;
  • Alto Oltrepò Pavese;
  • Pantelleria;
  • Sardegna;
  • Basilicata.

Si tratta ormai di autentici reperti storici della viticoltura europea.


Un prezzo enorme, economico e culturale

Le grandi aziende aristocratiche furono le prime ad acquistare costose barbatelle americane per ricostruire i vigneti.

Il loro prezzo era centinaia di volte superiore rispetto alle piante disponibili localmente e molti produttori dovettero ricorrere a finanziamenti bancari.

Ma il costo economico è solo una parte della storia.

Le viti europee originarie potevano vivere anche due secoli.

Molti tecnici osservano che numerosi vigneti moderni innestati su portainnesti americani presentano, in media, una durata produttiva inferiore, spesso compresa tra 30 e 35 anni,  rispetto alle antiche viti europee a piede franco, alcune delle quali hanno superato i 150-200 anni di età.


Una riflessione che resta aperta

Non si può parlare di complotto. Sarebbe storicamente improprio.
Resta però il dubbio che la sottovalutazione del problema abbia favorito una trasformazione irreversibile della viticoltura europea.
L’Europa ha perso una parte della propria sovranità agricola costruita in diecimila anni di storia.

Una domanda, allora, merita ancora una risposta:

quanto è costata davvero questa rivoluzione?

Non soltanto in termini economici, ma anche di patrimonio genetico, culturale e identitario.


 

Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Presidente CevesUni- centro studi ricerche
mercato consumi distretti produttivi

 

 


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