L’errore che cambiò la storia – La fillossera arriva in Europa
Nel 1854 l’entomologo americano Asa Fitch descrisse scientificamente l’insetto, mentre già si conosceva la particolare resistenza delle specie americane.
Eppure, pochi anni dopo, nel 1863, la fillossera arrivò in Francia, nella zona di Roquemaure (Gard), attraverso materiale vivaistico proveniente da Saint Louis.
Qui nasce il vero interrogativo.
Perché non vennero adottate le necessarie precauzioni fitosanitarie?
Perché le barbatelle furono trasportate con terra aderente alle radici?
Perché non vennero disinfettate o asciugate prima della spedizione?
Possibile che nessuno avesse compreso il rischio?
La rinascita dei vigneti europei con i “piedi americani”
La ricostruzione dei vigneti iniziò nel 1874.
Francia, Spagna, Portogallo, Germania e infine Italia ricostruirono progressivamente le proprie vigne utilizzando portainnesti americani sui quali innestare le varietà europee.
Tra il 1900 e il 1910 la viticoltura europea rinacque, ma non fu più la stessa.
I rarissimi vigneti a piede franco, in Europa
Qualche eccezione esiste ancora.
Celebre è il vigneto della Maison Bollinger, in Champagne, dove sopravvivono ancora ceppi a piede franco.
Anche in Italia si trovano rarissimi esempi di viti ultracentenarie:
- Cartizze;
- Alto Oltrepò Pavese;
- Pantelleria;
- Sardegna;
- Basilicata.
Si tratta ormai di autentici reperti storici della viticoltura europea.
Un prezzo enorme, economico e culturale
Le grandi aziende aristocratiche furono le prime ad acquistare costose barbatelle americane per ricostruire i vigneti.
Il loro prezzo era centinaia di volte superiore rispetto alle piante disponibili localmente e molti produttori dovettero ricorrere a finanziamenti bancari.
Ma il costo economico è solo una parte della storia.
Le viti europee originarie potevano vivere anche due secoli.
Molti tecnici osservano che numerosi vigneti moderni innestati su portainnesti americani presentano, in media, una durata produttiva inferiore, spesso compresa tra 30 e 35 anni, rispetto alle antiche viti europee a piede franco, alcune delle quali hanno superato i 150-200 anni di età.
Una riflessione che resta aperta
Non si può parlare di complotto. Sarebbe storicamente improprio.
Resta però il dubbio che la sottovalutazione del problema abbia favorito una trasformazione irreversibile della viticoltura europea.
L’Europa ha perso una parte della propria sovranità agricola costruita in diecimila anni di storia.
Una domanda, allora, merita ancora una risposta:
quanto è costata davvero questa rivoluzione?
Non soltanto in termini economici, ma anche di patrimonio genetico, culturale e identitario.