Audizione  Ministro Patuanelli alla camera sul PNRR agricolo e pac 2021-2027 da presentare in Europa e polica agricola nazionale

Audizione  Ministro Patuanelli alla camera sul PNRR agricolo e pac 2021-2027 da presentare in Europa e polica agricola nazionale

Audizione  Ministro Patuanelli alla camera sul PNRR agricolo e pac 2021-2027 da presentare in Europa e polica agricola nazionale

Piacenza, 18 marzo 2021
Patuanelli: svelato il PNRR agricolo italiano e l’indirizzo del Mipaaf. Solo 50 miliardi in 7 anni compreso tutto-tutto! Il mezzogiorno d’Italia ha il 45% della Sau agricola nazionale da sfruttare di più.  L’integrazione agro-ambientale-alimentare legata alla vita dell’agricoltore del sud (non alle imprese o ai progetti di filiera) può creare imprese, lavoro, reddito più di altri palliativi
La audizione alla commissione agricoltura della Camera del ministro Stefano Patuanelli ha almeno indicato un percorso e una idea di progettualità che ricalca le parole di Draghi all’insediamento del governo: massima convergenza e integrazione della politiche produttive, ambientali e sociali nel mondo e settore rurale.
Questa è una dichiarazione che piace; però quanta acqua sotto i ponti ci passa fra le parole perfette e la messa in pratica conoscendo i tanti tavoli burocrati, le differenze fra regioni, le deleghe diverse fra fondi. “L’ecosistema rurale è protagonista nel nostro paese”, frase sognata e sentita più volte.  Il neo ministro ha presentato un elenco di “indirizzi e direttive” non di operazioni azioni e misure e non è ancora entrato nel dettaglio.
Probabilmente, e ce lo auguriamo, c’è ancora un breve spazio temporale per esternare qualche contributo. A parte le affermazioni di principio che ricalcano concetti oramai noti agli addetti ai lavori da anni in cui si annuncia più competitività e più protezione dei redditi delle imprese agrarie, più organizzazione delle filiere di prodotto per una agricoltura nazionale sostenibile e più inclusiva…
Una altra espressione mi ha colpito: “… più assistenza agli agricoltori per una gestione sostenibile del capitale naturale,  più salvaguardia dei paesaggi agrari, più manutenzione del territorio (agrario e non sembra di capire), più attenzione al presidio nelle aree rurali, più innovazione tecnologica e telematica e interattiva… e più vitalità dei territori rurali e miglioramento dell’attrattività e inclusività delle zone marginali ”!  
Mi potrei fermare qui.
C’è già una rivoluzione nelle prime parole lette dal ministro: esattamente quanto scrissi come proposta alternativa già nel 2013-2014 in occasione della discussione nel Parlamento Europeo della nuova PAC 2014-2020… che poi non servì a nulla, perché tutto rimase tal quale, nessun Green Deal fu introdotto dalla vecchia Commissione UE Junker.
Una altra novità insita nella presentazione alla Camera è contemplata nella affermazione: “ … miglioramento delle performance climatiche ambientali dei sistemi produttivi… efficientamento del sistema di governance delle diverse strutture con semplificazione di tutti i quadri normativi… più lotta agli sprechi… più modelli e risorse biologiche da impiegare… uso delle rinnovabili”!
Perfetto vien sempre da dire.
Ma secondo me manca una riforma del sistema agroalimentare italiano.

Sicuramente è il comparto che meno di altri ha bisogno di una riforma richiesta e vincolante dell’Europa: le riforme vere e urgenti in Italia sono la Giustizia (ahimè non mi sembra dopo la audizione della ministra), la Sanità, la Burocrazia PA, la Scuola, il Fisco.

Il ministro ribadisce il valore del comparto al consumo fra materia prima agricola e prodotti alimentare posti sul mercato finale pari a 220 miliardi di euro, il 13% del PIL. In questo contesto la scelta politica precedente di seguire la linea “dal campo alla tavola”, viene confermata rappresentando non solo il modello perfetto del made in Italy grazie alla qualità e quantità di piatti, ricette, cibi creati da secoli ma anche come formula di integrazione di varie filiere e di segmenti economici. Per questo che la svolta “ di Patuanelli” può veramente arrivare da un cambio di marcia e da una integrazione verticale e orizzontale di tutte le filiere: fatto salvo la sburocratizzazione, la semplificazione normativa (20 mani-controlli-documenti dal grappolo d’uva alla bottiglia in tavola al ristorante o a casa sono troppe) e completamento dei testi unici in sospeso.
Sul piatto della bilancia il ministro mette 50 miliardi di euro fra piano di ripresa e resilienza, Pac e finanziamenti nazionali e regionali per i prossimi 7 anni. Da qui che il tema integrato di politica agraria nazionale vede sull’altro piatto della bilancia, come scrive il ministro: “transizione ecologica, economia circolare, competitività, contrasto ai cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico”.
Avranno così spazio i progetti per la gestione delle risorse irrigue, i parchi agrisolari, l’agricoltura di precisione collegata al miglioramento produttivo con il calo dell’uso di energia tradizionale, di acqua, di fitosanitari.  
Caro ministro, tutto fattibile se ci sarà – per tutte le aziende agricole italiane tutte e soprattutto quelle più vulnerabili, marginali, sensibili e già in linea sull’eco-biologico – una innovazione tecnologica e digitalizzazione. Altrimenti ci saranno sempre poche grandi imprese agroindustriali competitive attrezzate innovative e un po’ inquinanti in azoto e anidride carbonica e dall’altra parte tantissime aziende familiari non inquinanti estensive ma senza reddito, senza valorizzazione pur essendo una risorsa naturale ambientale in mezzo a montagne, colline, zono svantaggiate e non adeguatamente presidiate come forza lavoro occupata.  
Temi come il green deal,  filiere agroalimentari, efficientamento energetico, produzione di energia rinnovabile, digitalizzazione e innovazione… sono già applicabili e fattibili in quella agricoltura di serie A che è un fiore all’occhiello nazionale. Caro ministro si parla ancora troppo di politiche agroindustriali: meno di 1/3 del suolo agrario nazionale fa riferimento a queste filiere integrate di prodotto.
Il 45% della Sau fa capo al Mezzogiorno d’Italia, ma sono piccole aziende, filiere diverse spesso intrecciate senza organizzazione, logistica, sicurezza del lavoro, occupazione continua, territori abbandonati, terre senza supporti telematici e digitali. Anche l’età anagrafica dell’agricoltore è importante per investire progetti e fondi pubblici: al nord l’età media è quasi doppia. Per il Sud Italia una politica integrata fra azienda agricola e vitalità locale può essere più importante e più utile: meglio un reddito del campo duraturo e crescente che un reddito di cittadinanza minimale passivo e di breve durata. L’agricoltura 4.0 arriverà anche nella Sila e al Gran Sasso, dai Nuraghi alla val Maira, dalla val d’Aveto alla val Chiavenna?
Le terre di montagna e svantaggiate (compreso le isole minori) non sono solo idonee per posizionare impianti fotovoltaici, pale eoliche e per biomasse.  
La parola “integrazione” va bene ma invece di riferirla alla intersecazione di progetti e di filiera diversi  oppure alle imprese e macroimprese che compongono la filiera stessa dal campo alla tavola, quell’altra agricoltura italiana svantaggiata ha bisogno di una integrazione composta da tutti i servigi generici civili e sociali, viabilità e trasporti, scuola e medico e un reddito soddisfacente.
Così l’uomo/donna contadino resta sul territorio rurale anche come curatore e presidio garantendo che la montagna non crolli a valle.
Così si fa integrazione, difesa del suolo, controllo, gestione logistica e innovazione. Per  questo ci vuole anche una “integrazione” fra ministeri come quello economico, quello del lavoro, quello della transizione ambientale e digitale per stendere un PNRR dell’agricoltura riformistico.   

 

Giampietro Comolli
Newsfood.com
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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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