Sindrome da deficit di attenzione e iperattività: la malattia ha radici nel DNA

Sindrome da deficit di attenzione e iperattività: la malattia ha radici nel DNA

La sindrome da deficit di attenzione e iperattività:  (ADHD, Attention-deficit hyperactivity disorder) può essere causato da particolari conformazioni del DNA.

A sostenerlo, una ricerca della Cardiff University, diretta dalla professoressa Anita Thapar e pubblicata su “The Lancet”.

La professoressa Thapar ed il suo team hanno sottoposto ad esami 1413 volontari: 366 bambini con diagnosi di ADHD e 1047 sani. I test hanno rilevato come il 15% dei malati mostrasse
combinazioni genetiche simili a quelle presenti solo nel 7% dei bimbi sani.

Commenta Anita Thapar: “Abbiamo scoperto che, rispetto al gruppo di controllo, i bambini con ADHD hanno un tasso molto più elevato di pezzi di DNA duplicati o mancanti. Questa scoperta
è eccitante perché ci dà il primo collegamento diretto tra la genetica e l’ADHD”.

Tuttavia, ammette la stessa ricercatrice, il cammino è agli inizi: dietro l’ADHD non vi è un singolo gene, ma una pluralità di tali elementi; inoltre la natura sfuggente
del disturbo, non aiuta certo la formulazione di un test per la diagnosi (obiettivo ultimo della squadra della Cardiff).

Conclude la Thapar: “Ci sono un sacco di equivoci sull’ADHD. Alcune persone dicono che non è un disturbo reale, o che è il risultato di cattiva genitorialità. Trovare
questo link diretto con i geni dovrebbe aiutare a superare il problema della stigmatizzazione di questa patologia. I geni appena individuati spiegano perché alcuni bambini soffrono della
patologia e altri no”.

FONTE: Nigel M Williams, Irina Zaharieva BSc, Anew Martin, Kate Langley, Kiran Mantripragada, Ragnheidur Foss, Hreinn Stefansson, Kari Stefansson, Pall Magnusson , Olafur O Gudmundsson,
Omar Gustafsson Peter Holmans, Michael J Owen, Michael O’Donovan Anita Thapar, “Rare chromosomal deletions and duplications in attention-deficit hyperactivity disorder: a genome-wide analysis”,
The Lancet, Early Online Publication, 30 September 2010doi:10.1016/S0140-6736(10)61109-9

Matteo Clerici

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