Pet, animali domestici, animali da compagnia… cani e gatti, i nuovi figli della famiglia di oggi

Pet, animali domestici, animali da compagnia… cani e gatti, i nuovi figli della famiglia di oggi

Pet, animali domestici, animali da compagnia… cani e gatti, i nuovi figli della famiglia di oggi

 

In Italia, stando ai dati più recenti (quelli del Rapporto Assalco-Zoomark datato 2020), sono 60,3 milioni gli animali domestici, in media uno per ciascun abitante e 2,3 per ogni famiglia. In testa alle preferenze, neanche a dirlo, i cani con oltre 8 milioni, seguiti dai gatti (circa 8 milioni).

 

Milano, 15 marzo 2022
Testo di
Giovanna Guzzetti

Un’immagine su tutte ci dà il senso dell’importanza (emotivo/affettiva per i proprietari) dei nostri amici a quattro zampe. In questa sorta di pogrom, esodo forzato, degli Ucraini dal loro paese, alcuni giovani, per lo più ragazze, sono stati ritratti con il loro gatto o il loro cane al seguito. Caricati a spalle, come nel caso di un cane lupo anziano diventato virale, messi in uno zaino, tra le poche cose care ed indispensabili da portare con sé, una volta abbandonate, con violenza, le proprie radici.

Immagini che toccano il cuore (non citiamo quelli relative ai bambini perché la commozione ed il dolore sono soverchianti…) e che sintetizzano il ruolo degli amici a quattro zampe nelle nostre vite e nelle nostre famiglie.

 

In Italia, stando ai dati più recenti (quelli del Rapporto Assalco-Zoomark datato 2020), sono 60,3 milioni gli animali domestici, in media uno per ciascun abitante e 2,3 per ogni famiglia. In testa alle preferenze, neanche a dirlo, i cani con oltre 8 milioni, seguiti dai gatti (circa 8 milioni). Vincono però, per numero, i pesci che raggiungono ben quota 30 milioni: ma volete mettere la zampa offerta affettuosamente da Fido o le fusa di Micio rispetto alla pinna del pesciolino rosso? Con lo sguardo ad un orizzonte più ampio, gli Stati Uniti, possiamo vedere che le famiglie in cui è presente un pet (un anglicismo ormai divenuto di uso comune) sono 85 milioni contro i 50 milioni di nuclei in cui è presente almeno un figlio. Anche qui, è diventata un’icona la porta posteriore con apertura a prova di cane piccolo/medio tradizionalmente collocata in direzione del backyard.

I nostri pets rappresentano una interessante area di business e una fonte di esborso rilevante per i loro proprietari, vista la mole di attività ed interessi che si è sviluppata intorno a loro. Oggi i nostri animali d’affezione non raccolgono più quanto rimane nel piatto o nella pentola del padrone, prassi che spesso viene vigorosamente sconsigliata dai veterinari. Esiste tutto un mondo di cibo secco ed umido già pronto per i nostri amici diversamente umani che lo scorso anno, il 2021, ha sviluppato un giro d’affari di oltre 2,4 miliardi (più 8 per cento circa rispetto all’anno precedente).

Non è certo un caso se anche colossi del food del calibro di Nestlé stanno effettuando investimenti nel settore e se il mondo della finanza guarda al comparto con interesse (speculativo). Allianz Global Investors nel 2019 ha dato il via ad un fondo ad hoc, Allianz Pet and Animal Wellbeing, che nei primi due anni di attività, 2020 e 2021 ha fatto registrare crescite, rispettivamente, del 28 e del 27 per cento.

Il citato rapporto Assalco Zoomark individua in 3 le principali area di spesa, in particolare con riferimento al cane. Per la serie quanto ci costi Fido… Riempirgli la ciotola viene al primo posto e per un esemplare del peso non superiore ai 20 kg non costava meno di 400 euro prima dei rincari in corso (solo pochi giorni fa in un programma contenitore della Rai, Rita dalla Chiesa ha denunciato che è triplicato il prezzo di ogni scatoletta che somministra al suo gatto) che diventavano almeno 600 per taglie superiori (con buona pace delle ciotolone degli alani!). Dati corretti nell’ipotesi, non infrequente, che si debba ricorrere a cibi speciali in caso di intolleranze/malattie.

C’è poi la voce salute che, anche in condizioni ottimali, si riassume in vaccinazioni, somministrazione di antiparassitari e controlli di routine dal veterinario. Vero sì che il proprietario del cane può godere di detrazioni fiscali pari al 19% ma, anche per questo capitolo di spesa, vanno messi in preventivo non meno di 300 euro l’anno. Il totalizzatore sale, e non poco, quando il nostro cane ha bisogno dell’ablazione del tartaro o il padrone decide di ricorrere alla sterilizzazione. L’ordine di grandezza in questi casi sono parecchie centinaia di euro.

L’igiene e pulizia sono imprescindibili per la salute del nostro pet… e per una più serena convivenza con gli umani, di riferimento e non solo.  Molto importante, infatti, è la toelettatura, che ancora molti proprietari snobbano. Toelettare non significa semplicemente lavare il cane ma curarne l’intero benessere fisico.
Certo, stanno sempre più fiorendo i cosiddetti Pets’ Parlour (i salotti degli animali domestici) che, dal nome, potrebbero far pensare a qualcosa di superfluo oppure di standing elevato, come se fosse riservato ai corgi della Regina Elisabetta. Ma sappiamo che non si tratta di qualcosa di così elitario…

Un bagno in toeletta mediamente costa dai 20 euro (cani di piccola taglia) ai 70 euro. Bagno e taglio del pelo dai 40 agli 80 euro. Se il taglio è fatto a forbice, il costo può crescere fino a 90 euro (per le razze più grandi). Alcune razze (ad esempio il maltese) hanno bisogno di sottoporsi alla toelettatura più frequentemente, anche una volta al mese. Per gli animali con il pelo raso, invece, ci si può fermare a 2-4 sedute ogni anno.

Non mancano le cosiddette varie ed eventuali, spesso pressoché obbligate. Guinzaglio, giochi, cappottino, eventuale trasportino per i più piccoli, per non parlare del dog trainer, sempre più richiesto per le razze di stazza maggiore e/o potenzialmente più aggressive oppure nei casi di convivenza con bambini piccoli.
Le cifre variano dai 25 ai 50 euro l’ora a seconda che si voglia ottenere solo l’obbedienza ai comandi o si debbano risolvere problemi comportamentali del cane; a fare la differenza è anche la prestazione volta presso il domicilio di  Fido. E per farlo sgambettare allegramente, qualora il padrone fosse impossibilitato, bisogna spesso ricorrere al dog sitter che non costa meno di 7 euro l’ora. Difficilmente scende sotto i 30 euro il costo giornaliero di una pensione qualora dovessimo separarci da lui per viaggi e/o vacanze, a meno di portare Fido con noi in alberghi che ospitano i cani al seguito o sulle cosiddette bau bau beach che, solo in Italia, hanno raggiunto quota 200. Voce su voce lievita, e non poco complice anche l’inflazione tornata su livelli ormai sconosciuti da decenni, la spesa per mantenere il nostro animale d’affezione. Un boom che non deve meravigliare: basti pensare che, sempre negli Stati Uniti, negli ultimi otto anni censiti il totale della spesa per gli animali domestici è aumentato di circa il 50 per cento.

Insomma, Paese che vai cifre che trovi. Resta il fatto che il crescente, e sempre più “intimo”, rapporto di amore (chiamiamolo pure così…)  verso questo genere di amici è piuttosto trasversale rispetto alle latitudini, con una impennata di interesse tra i cosiddetti millenials che hanno superato i baby boomer nella percentuale di proprietari di animali domestici.

Un dato, questo, che tratteggia una in modo inesorabile la nostra società e che si lega, inesorabilmente, al trend di matrimoni e natalità nel nostro Paese (e non solo), ma anche al senso di solitudine che provano parecchi anziani.

I millenials, ovvero coloro che sono nati tra il 1980 ed il 2000, tendono a ritardare il momento di costruirsi una famiglia e preferiscono vivere in aree urbane; tuttavia hanno le stesse esigenze di avere compagnia e lo stesso amore per la natura delle generazioni precedenti. Con una premessa doverosa: mai dimenticarsi che i nostri giovani sono campioni (bel primato…!) della permanenza in casa, con i genitori.
Altro che Tanguy, il celebre protagonista dello splendido film francese del 2001!

Spesso si è parlato, in modo anche (apparentemente) ingeneroso, dei giovani italiani mammoni che rimangono in casa con i genitori a lungo. Ma il fenomeno è reale e, a quanto pare, in ascesa. Secondo i più recenti dati disponibili vivono con i genitori il 72,7% degli uomini e il 59,8% delle donne tra i 18 e i 34 anni. Negli anni 2000, quando già si parlava di queste statistiche, le percentuali erano di circa 5 punti inferiori (!).
Dal 2011, complici anche le incertezze economiche, il dato è aumentato.

Il fenomeno, già di per sé preoccupante anche perché troppo legato al cosiddetto welfare privato ancorato a pilastri come lo stipendio e/o la pensione dei genitori, quando non dei nonni, evidenzia un crescente divario tra ragazzi e ragazze con i primi ad essere sempre più…bamboccioni. Difficoltà sicuramente legate anche all’aspetto occupazionale ma che trovano radici più profonde in una educazione familiare che, ancora oggi, rende più dipendenti i maschi dalla famiglia di origine rispetto alle ragazze alle quali, fin da piccole, vengono demandati compiti pratici avviandole, così, ad una maggiore indipendenza.

In questo cluster la fascia più colpita è quella dei 25-34enni, un’età in cui nel resto d’Europa normalmente si diventa o si è pienamente autonomi dal punto di vita lavorativo ed esistenziale. In Italia poco meno del 60% degli uomini di questa età vive ancora con mamma e papà. Erano il 51,4% nel 2011. Le donne tra i 25 e 34 anni che vivono ancora con i genitori sono il 40%. Anche qui ci troviamo di fronte ad un dato superiore a quello degli anni 2000 ma non così tanto come nel caso degli uomini.

Ne consegue, piuttosto logicamente, che a soffrirne sia la creazione di nuove famiglie. Sono i dati ufficiali a confermarci che ci si sposa meno e, quando lo si fa, sempre più tardi. Nel nostro Paese l’età media delle donne che dicono il fatidico sì è di 32,4 anni, quella dei maschi non prima dei 35. E quando si convola (con il matrimonio religioso in continua progressiva discesa), nonostante l’età, il primo pensiero non è quello della natalità, ferma a 1,24 figli per donna in età fertile. Sono assai numerosi i casi in cui si preferisce volgere lo sguardo ad un cane o ad un gatto, cui dedicare tutte le attenzioni che, in genere, vengono prestate per cura ad un figlio ma con minori responsabilità, continue e sul lungo periodo. E’ stato affermato che “oggi le coppie non figliano per pigrizia”. Per compensare, “adottano” un cane che si trasforma (e viene trattato) come un pargolo”, materializzando quella vocazione alla protezione che, si dice, caratterizzi il genere umano (con buona pace del Leviathano).
Una immagine che si scontra con l’affermazione, più cruda ma potenzialmente realistica, che non si fanno i figli perché costano. Eh no, abbiamo visto che anche i cuccioli (non di uomo) pesano sul portafoglio ma, a quelli, soprattutto separati (ben il 70%) e single non rinunciano.

Ci si sposa sempre meno (secondo i dati Eurostat l’Italia è il paese con il minor numero di matrimoni, pari a 3,1 ogni mille abitanti) ma nonostante questo il sì non appare né più selettivo né inossidabile. Tradotto, diminuiscono i matrimoni ma non separazioni e divorzi che sono in media UE. Nel nostro Paese la durata media del matrimonio è, attualmente, di 17 anni. Solo il 12 per cento delle separazioni avviene nei primi 5 anni dai confetti mentre il picco, pari al 23,5 per cento degli addii tra coniugi, si verifica dopo il 25esimo anno. Le nozze d’argento quindi non paiono né una garanzia né un sigillo. E i divorzi (ricordando che l’istituto è stato introdotto da noi solo a fine 1970 con la legge Baslini Fortuna) ? Sono 48 ogni 100 matrimoni, con una vetta di 99 mila nell’anno 2016. Erano stati 18 mila nel 1971, primo anno di applicazione della legge che resistette ad un tentativo di abrogazione con il referendum del maggio 1974.

Ma perché oggi gli Italiani si separano? Soprattutto per noia/consuetudine e mancata condivisione di un progetto comune. Anche le ingerenze delle famiglie pesano negli allontanamenti tra coniugi (20%) mentre sul fronte infedeltà / tradimento pesa l’evoluzione dei costumi. E delle tecnologie…Con leggerezza si affrontano flirt o relazioni virtuali, non solo attraverso siti di incontri ma anche solo via whatsapp.
Prassi che molto spesso portano alla fine di un legame, con l’ausilio anche della giurisprudenza che, da tempo, considera il tradimento in rete (i.e. la frequentazione/iscrizione a siti o app di dating) al pari di quelli reali, fisici, in quanto chi lo pratica viene meno all’obbligo di fedeltà presente nel contratto di matrimonio (articolo 143 del codice civile). Di qui l’addebito (leggi colpa) della separazione agli aficionados di chat e/o sexting. Insomma, un copione da Perfetti Sconosciuti
A dire addio sono prevalentemente le donne: se le cose non vanno, mostrano maggiore determinazione nel risolvere il legame matrimoniale. I maschi, invece, lasciata alla controparte l’iniziativa più dolorosa e sofferta, mostrano maggiore interesse all’istanza di divorzio.  

Quando il rapporto naufraga si possono buttare all’aria anni di sospiri, affetti, passione, spesso arrivando a sentimenti assai negativi verso l’ex partner ma queste tinte grigie non sembrano però offuscare il legame verso il cane o il gatto prima condiviso. A tal punto che negli ultimi anni hanno ottenuto gli onori della cronaca i casi di separazioni e divorzi, anche non necessariamente Vip, in cui, fra l’assegnazione della casa coniugale e l’assegno per i figli, si è dibattuto anche per l’affido dell’animale di casa ed il mantenimento del medesimo.  

Da anni è ferma in Parlamento una proposta di legge volta a disciplinare il destino di Fido in caso di separazione e divorzio, con l’adozione di un criterio analogo a quello stabilito per l’affido dei figli minori, perché, si sa, “i cani sono come figli”. L’eventuale dettato normativo dovrebbe disciplinare il futuro “famigliare” del nostro amico a 4 zampe (mantenimento compreso) insieme con qualcosa di più sostanziale. L’eventuale modifica dell’articolo 455 ter del Codice Civile, insieme agli artt. 455-bis e 455-quater c.c., dovrebbe sancire nel nostro ordinamento la configurazione di tutti gli animali come esseri senzienti e titolari di diritti. Proprio per questo in caso di separazione, e poi divorzio, tra coniugi, l’affidamento verrebbe deciso senza considerare l’animale domestico come un oggetto.

Al primo posto dovrebbe esserci il benessere dell’animale, così come, nelle medesime circostanze dovrebbe (e qui il condizionale è maggiormente d’obbligo) esserci quello dei figli. Prole che verrebbe sentita per la destinazione (ed il destino) dell’animale. In assenza della norma, però, sono stati i giudici a fare atto di supplenza, stabilendo (Tribunale di Pescara) che il cane doveva essere affidato “al coniuge ritenuto maggiormente idoneo ad assicurare il miglior sviluppo possibile dell’identità dell’animale”.
Il Tribunale di Milano invece ha ritenuto  “che l’animale non possa essere più collocato nell’area semantica concettuale delle “cose”. I giudici meneghini hanno insistito sulla sua natura di “essere senziente”, cioè di creatura capace di “provare emozioni”: in particolar modo – di avvertire “sofferenza”, non solo fisica ma anche psichica (a causa di eventuali abbandoni e/o cambiamenti repentini di ambiente).

Di una cosa però possiamo essere certi. Che il nostro amico a 4 zampe, a differenza del nostro partner, tutto potrà farci meno che tradirci o piantarci in asso… per un nuovo padrone. Fido, quindi, preferibile ad un marito (o ad una moglie per par condicio)? Visti i trend non è da escludere del tutto. Di questo passo il 26 agosto, giornata internazionale del cane, potrebbe superare per popolarità il 14 febbraio, San Valentino. Se non addirittura soppiantarlo.

© Riproduzione Riservata

Giovanna Guzzetti
in esclusiva per

Newsfood.com
Nutrimento & nutriMENTE

NewsfoodTV 
Contatti

 

Leggi Anche
Scrivi un commento