I dazi di Donald Trump sono “dazzi amari” by Comolli
3 Aprile 2025
Vino Trump + 20%: che botta! … peggio della pandemia! … sono dazzi amari per tutti!
Giampietro Comolli, presidente OVSE: Trump – Vino – Italia – Europa – Mondo … perchè i dazi? Tiriamoci su le maniche. Una scossa che può servire al vino ma non solo e a tutta la vecchia Europa
Newsfood.com 2 aprile 2025
Vino Trump + 20%: che botta! Tiriamoci su le maniche. Una scossa che può servire al vino ma non solo e a tutta la vecchia Europa
Donald Trump ha deciso. Più forte e più diretto che nel primo mandato da presidente Usa. L’annuncio era nell’aria. Anche il mondo agricolo alimentare – e il vino in particolare – rientra nell’elenco dei prodotti di importazione americana da diversi paesi al mondo (circa 70) che vedranno applicati dei “dazi alla dogana” per entrare nel commercio e sui mercati dei vari stati degli Stati Uniti. Anche le esportazioni italiane – come quelle francesi, spagnoli, portoghesi, cilene…. – subiranno un tariffario nuovo oltre a quello già previsto.
L’Europa negli anni ha cercato sempre di tutelare le denominazioni dei propri vini scegliendo la strada delle DO-IG per creare differenze di qualità, nomi, valori, pregi. Gli Usa puntano solo da sempre su brevetti e su tasse e imposte commerciali merceologiche indipendentemente da altri fattori o parametri. In questo dualismo produttivo-commerciale da sempre si è convissuto creando , per l’Europa, un mercato Americano ricco e attento a certi valori aggiunti. Questo indipendentemente dalle scelte politiche delle varie amministrazioni presidenziali che si sono succedute, chi più e chi meno.
Forse l’Europa – il vecchio continente per tutta l’alleanza atlantica – è stata ferma, distante, indifferente di fronte a segnali forti più volte lanciati non solo da Trump, spesso considerando certe azioni di prassi e non messe in discussione.
L’Europa ha forse dormito negli ultimi 20 anni su molte cose.
Trump ha deciso di mettere un dazio del 20% al prezzo nel cartello-pass alla dogana (cioè esposto in fattura, NB! ). La percentuale è uguale per tutti, tutti i vini e tutti e 27 i paesi europei. Nessuna differenza fra area Euro e altre monete, ad eccezione dei prodotti della Gran Bretagna che ha avuto l’agevolazione del 10%, il 50 per cento di sconto. Perchè è la madre patria, perchè da sempre ci sono accordi bilaterali molto forti (anche quando UK era in Europa!), perchè è fuori dall’Euro, perchè ha deciso la Brexit!
Questo tema sarà oggetto di discussione politica e partitica, ovviamente. Ad ogni modo tale decisione ha e avrà ripercussioni sul settore vinicolo europeo soprattutto per quelle aziende e per quelle etichette fortemente presenti sul mercato americano. Una bottiglia già oggi in vendita a 100 dollari, vuol dire che – come minimo – verrà messa in vetrina o sullo scaffale a 120 dollari. Ovvio che chi in Usa è abituato a spendere 100-150-200 dollari per una bottiglia di vino, sentirà poco l’incremento proporzionalmente alla propria disponibilità e capacità di spesa.
Tutto cambia o può cambiare per le bottiglie a 20 dollari, che salgono a 24 dollari l’una, o più. la domanda è: quanto e come incide sul consumatore e su quale consumatore questo incremento? E chi assorbirà questo dazio aggiuntivo, totalmente e/o parzialmente: il produttore italiano o l’importatore americano? e quanto il tutto si ripercuoterà sul venditore enotecario e ristoratore locale nei vari stati americani? Questo sarà il tema vero.
Al momento la decisione appare un boomerang per tutti, ad iniziare dalle valutazioni di principio e teoriche dei vari economisti. forse per la prima volta negli ultimi 40 anni sono tutti d’accordo che dazi chiamano dazi, costi reclamano costi e quindi il tutto può essere un pericolo per l’inflazione, il mercato, il calo dei consumi.
Ma i dazi incidono solo sull’economia? Questa è una altra domanda interessante. Risposta fra 12 mesi di prove, e speriamo che sia non come l teoria insegna! Nel mondo vinicolo italiano c’è forte preoccupazione perchè proprio l’Italia ha puntato molto sull’export e il mercato Usa è il primo per fatturato e per volumi.
L’Italia primo paese produttore di vino al mondo, primo paese esportatore. L’Italia soprattutto con Docg e Doc di pregio ha vinto mercati spesso non appassionato al vino, spesso più interessati a birra o superalcolici. Un lavoro di qualità e di comunicazione di 30 anni rischia di andare in fumo.
Così dicono tutti i presidenti dei consorzi di tutela DO-IT italiani.
Sarei più cauto proprio perchè il mercato americano è diventato molto fedele a certi prodotti made in Italy, perchè è un mercato ricco per il vino e ristorazione, perchè c’è una sensazione di affidabilità delle imprese. Tutto questo va salvato e diventa prioritario anche rispetto ai dazi. Al momento non appare evidente che i consumatori americano si lasceranno penalizzare rinunciando a certe eccellenze a prezzi competitivi. Ovvio che un sistema di imprese (come di paesi europei) deve cercare sempre innovazione anche nelle destinazioni dei prodotti, in nuovi mercati e in nuovo consumatori per cui – oltre i dazi americani – ci sono altri 40 paesi nel mondo ancora disponibili a conoscere e incrementare il consumo di vino.
Si ritorna a puntare ai viaggi con la valigia in mano da parte dei produttori per crearsi nuovi allori. Lo stesso dicasi per le guide, giornali, esportatori, degustatori americani che dovranno adattarsi e cercare vie alternative e diverse offrendo però sempre il made in Italy. Questi saranno i tavoli su cui battersi nei prossimi anni. Abbiamo scoperto che l’economia non può crescere all’infinito, stiamo e staremo imparando che anche il commercio e i contratti commerciali non si rinnovano automaticamente senza lottare. Un cambio di passo che nessuno si aspettava. Nessuno era pronto.
Sicuramente Canada, nord Europa, Asia, Pacifico, Africa diventeranno per forza nuove destinazioni. Ma con nuove conoscenze, nuove tipologie, nuove etichette. Oggi più che di promozione e pubblicità, occorre saper entrare in mercati, saper far conoscere i vini, saperli proporre secondo linguaggi e costumi e tradizioni dei paesi acquirenti: il made in Italy da solo all’inizio dei contratti non sfonda da solo. Su questo le istituzioni ministeriali e regionali dovranno saper investire per sostenere le imprese. Per esempio anche la nuova Pac europea del vino non è ancora entrata in questa ottica di rivoluzione mentale organizzativa propositiva. La burocrazia giuridica e legislativa è sempre un passo dietro alla innovazione e alle nuove regole di mercato.
Verissimo che un aumento – in dogana – di 4-6 euro a bottiglia nel mercato americano non cambieranno la vita ne al produttore, ne all’importatore, ne al consumatore ma in ogni caso diventa una “prima volta” che deve far riflettere, far capire al vecchio continente (e all’Italia) che ci sono cose urgenti da fare per il vino, ma soprattutto ben oltre e ben più in alto che il settore vinicolo. Anche una revisione e una ricondizione dei consumi, dei costumi legati al consumo di nuovi paesi, deve essere ” un tema” urgente che il modo politico e imprenditoriale deve affrontare.
Questo si può fare se ovviamente c’è da parte dell’Europa (con l’Italia) un lavoro di squadra e coordinato molto efficiente e non burocratico speculativo (i soliti 5 capponi che si beccano fra di loro non è la soluzione) e soprattutto se vengono previsti accordi di investimenti coordinati fra produttori (meglio associati) e i player statunitensi, per esempio di carattere culturale, esperienziale, accompagnatorio, attrattivo, turistico, formativo, occupazionale! Anche l’ecommerce può aiutare in questa fase soprattutto se la digitalizzazione e la logistica distributiva e assicurativa viaggia a livello di massima efficienza e professionalità
Giampietro Comolli
Vedi anche: Giampietro Comolli Vinitaly site:newsfood.com





