Persi i valori del mondo contadino, rischiamo di perdere anche il vino
18 Febbraio 2025
Cosa e come è cambiato il mondo contadino in questi ultimi decenni.
Quale sarà il futuro del vino visto che le nuove generazioni non lo apprezzano e i consumi stanno calando?
Intervista a Giampietro Comolli fondatore e presidente di osservatorio.ovse.org
Newsfood.com, 18 febbraio 2025
Giuseppe Danielli intervista Giampietro Comolli
La moltitudine di imprese piccole famigliari distribuite su tutto il territorio nazionale è finito con la migrazione, la ricerca di una vita migliore, il bisogno di un reddito certo e più alto, garanzia di creare una famiglia e il suo futuro. Anche l’ ultima “evoluzione” del mondo contadino italiano in 60 anni (1960-2020) non è più immaginabile.
Un ritorno di valori, impegno, scelte, occupazione, sacrifici… è possibile (secondo me auspicabile e urgente) perchè se si resta passivi arriva una catastrofe che va oltre il mondo contadino. La visione è quella oligopolistica verso il mercato, concentrazione produttiva, imprese latifondiste senza averne proprietà. Il ritorno a una priorità agricola (ambientale stavolta) è obbligatorio, ma con chiari investimenti (non enormi) di Governi nazionali ed europei in servizi extraurbani concreti alla persona e alla piccola impresa in multilaterialità e polifunzionalità. Una deregulation sindacale-datoriale ma rispettosa di regole minime, senza protezionismi di maniera
Finita o persa la generazione che nel 2025 ha dai 45 a 70 anni, fatta qualche eccezione che non fa mercato e politica, sono troppi i problemi.
Difficoltà ad allargare azienda con acquisti e affitti, a crearsi una famiglia che resti sulla terra, a creare una aziende al passo con i tempi tecnici, a trovare braccianti, a gestire la invadente burocrazia nazionale ed europea. Difficoltà a godere di servizi vicinali e trasporti utili, una tecnologia interattiva veloce e continua, norme agevolanti l’impresa a “cielo aperto”, riconoscimenti europei che il piccolo imprenditore svolge anche a favore per il resto degli abitanti. Incombenze gravose per contratti professionali liberi e una vera tutela della qualità certificata che ha un valore superiore non solo per le carte prodotte; difficoltà a creare una generazione futura che ci creda.
Certi esempi felici “sulla stampa” sono sporadici e non utili, tipo in Emilia Romagna i 30.000 euro a fondo perduto se ristrutturi la casa del nonno (!) : dove ce n’è uno, ce ne vogliono almeno 10, ma fissi e sicuri sul posto per almeno 20 anni a fronte degli investimenti pubblici
Sono le coltivazioni di collina, alta collina, montagna che hanno costi “fissi” a volte superiori del solo incasso lordo di prodotto: con 30/60 centesimi al chilo di uva Doc o non Doc non si coprono neanche le spese. Se non sei anche pensionato o fai anche il dipendente pubblico o lavori anche in conto terzi o hai la moglie insegnante alla scuola del paese… non riesci a far quadrare i conti di una vita normale senza alcun eccesso, compreso mettere al mondo figli e farli studiare.
Chi coltiva “uva” oggi se non fa anche una assicurazione prodotto contro calamità rischia un anno senza reddito. Chi oggi si prende un rischio del genere? Altro che gridare al lupo per il solo cambio del clima, le calamità, le inondazioni, bisogna attivare subito una vera “politica nazionale” di servizi efficienti dovuti pagando le tasse, non assistenza gratuita. Non parlo di “bonus” elargiti a capocchia e lineari, neppure sostegni PAC al reddito (per anni ha creato un buco enorme che non ha prodotto nulla).
Un ettaro di vigna rende in uva (e in vino sfuso) quando va bene con la cooperativa o con il potente vicino senza terra che acquista, da 3.950 a 5.700 euro l’anno, con spese medie (escluso vitto e alloggio della famiglia) intorno a 4.650-5.600 euro se le annate sono buone. Non resta nulla. Come si fa a innovare l’azienda, oltre che accendere il fuoco sotto i fornelli e nella camera da letto?
5) Il marketing territoriale promuove il territorio, porta turisti e cresce l’economia locale ma, oltre certi limiti, può stravolgerne le peculiarità culturali e tradizionali…
Innanzitutto il marketing territoriale inteso come studiato all’università negli anni 1980-1999, oggi presenta carenze sostanziali e formali poichè la globalizzazione, internet, gli hotspot, i nuovi super cash&carry, i meme, i selfies ecc.. hanno spostato la definizione, l’origine, l’obiettivo e l’operatività su cosa è il “marketing” e cosa è il “terroir”. Negli ultimi anni che ho insegnato illustravo la funzione del “distretto” più che del territorio, il valore dello “storylife identitario” piuttosto che marketing.
Il turista oggi non gira con la cartina in mano chiede servizi, novità, emozione, esperenzialità, soddisfazione, velocità e… ovviamente, sempre più con un approccio informato e legato a una preview della destinazione per notorietà o almeno diffusione social della meta, quale narrazione, quale è il prodotto identitario che può essere anche composto da più facce e… ovviamente, oggi più di ieri, l’occhio cade sempre più sul prezzo. Per questo gli attori e il distretto stesso devono essere messi nelle condizioni di poter offrire un costo sia contenuto che alto spendente, nello stesso luogo, con giuste segnalazioni, indicazioni. Purtroppo o per fortuna si va a Venezia e si spende 25 euro al giorno oppure si spende 500 euro. E’ una scelta opposta, ma nello stesso “distretto story”. Il rischio di una non chiarezza nel rapporto costo-beneficio è il caos, un boomerang controproducente
Non credo ci sia una ricetta sola, quindi non una sola medicina. Per il vino (non solo consumi, ma anche commercio mondiale e regole nuove che avanzano da USA vs UE) il futuro deve partire dalla vigna, dal campo, dall’ambiente, dalla funzione naturale e paesaggistica culturale-ospitale del “distretto territoriale” su cui costruire narrazione. Partire dal consumo sarebbe un grave errore irrimediabile di presunzione. Ovviamente il vino va venduto anche perchè rappresenta un “biglietto da visita e ambasciatore” di un paese. Si dovrà puntare più che a vini alternativi, il dealcolato (da non chiamare vino e non certo DO e IG) o il biologico o biodinamico o organico avranno una loro fetta di mercato ma non tutto nel medio periodo, per cui il vino “normale naturale” resisterà: bisogna creare prodotti per un primo prezzo (non ci sarà più la classificazione fra beverino e di meditazione) che deve soddisfare più consumatori nazionali e non; bisogna soddisfare anche una fascia (entro cui finiranno anche i vini e le bevande alternative) premium nel prezzo, nel tipo di vino, nei luoghi di consumo e tipo di consumatore. Sicuramente bisognerà scordarsi il record di 23 milioni di ettolitri di vini tricolori esportati nel mondo, ma il valore marginale unitario crescerà, i canali e i volumi dei vari paesi cambieranno, anche i gusti, soprattutto ci sarà più concorrenza (spero leale) fra i grandi paesi produttori. Fra questi anche la Cina!
Redazione Newsfood.com
Nutrimento & nutriMENTE
Direttore e Fondatore
Giuseppe Danielli





