Giuseppe Verdi… un grande agricoltore in terre di pianura

Giuseppe Verdi… un grande agricoltore in terre di pianura

By Giuseppe

 Giuseppe Verdi… un grande agricoltore in terre di pianura

Aveva circa 1000 ettari, terreni molto fertili, con 14 fabbricati e casali rurali, da 20 a 30 famiglie fra fattori braccianti bergamini cantinieri casari, 3 stalle di mucche da latte, 2 cantine, 1 caseificio proprio, impianti di irrigazione moderni

Newsfood.com, 4 novembre 2024
IN EPOCA DI CAMBI IN AGRICOLTURA… GIUSEPPE VERDI FU UN GRANDE AGRICOLTORE  INNOVATORE PER LA SUA EPOCA… NON SOLO UN GRANDE COMPOSITORE… MA ANCHE BUONGUSTAIO E VALIDO CUCINIERE PER I SUOI OSPITI. RISOTTO E SPALLA IN PRIMIS.
Il docufilm con regista nientepopodimenoche … di  Pupi Avati sulla vita del grande maestro Giuseppe Verdi che si sta girando in questi giorni  “… nelle sue terre” di pianura, nella bassa piacentina, fra la città di Piacenza e Cremona, esattamente intorno e nei campi a Villa Verdi di Sant’Agata a Villanova, ha risvegliato in molti il valore e l’importanza di curare e dare all’agricoltura il ruolo che merita.
Dal 1848 (anno in cui la provincia di Piacenza, per questo detta La Primogenita, aderisce al nascente stato sabaudo del Regno d’Italia), Verdi inizia ad acquisire e formare le sue proprietà terriere poste fra il torrente Arda e il torrente Ongina. Alla fine circa 1000 ettari di pianura, terreni molto fertili, con 14 fabbricati e casali rurali, da 20 a 30 famiglie fra fattori braccianti bergamini cantinieri casari, 3 stalle di mucche da latte, 2 cantine, 1 caseificio proprio, impianti di irrigazione moderni meccanici in molti campi, importatore delle prime macchine agricole per mietere e imballare, produttore di frumento, erba medica,  barbabietole da zucchero, cipolle, ortaggi, frutta di ciliegie, fichi, mele, pere.
villa Sant’Agata cantina di Giuseppe Verdi
Per 51 anni Verdi visse e “camminò” queste sue terre in un’epoca di grande fermento politico nazionale, critico ma anche sostenitore di una unità nazionale urgente al posto di tanti staterelli. Le sue opere musicali sono una testimonianza inequivocabile. Quello che è poco noto sono le sue capacità (acquisite) motu-proprio in campo agricolo ed enogastronomico dettato anche dal fatto che, girando mezza Europa, aveva avuto modo di assaggiare, conoscere, imparare, vedere.
Si produceva il vino da solo partendo da uve tradizionali dei terreni di pianura, Fortana, Uva Rara, Uva d’Oro, Malvatico, sia rosse che bianche, ottenendo un vino che imbottigliava in fiaschi e che per la maggior parte destinava ad uso dei propri contadini.
Produceva “furmai piasentino” nel caseificio sulla strada di Villanova d’Arda verso Cortemaggiore con il latte delle sue mucche. Conferiva frutta e verdura a chi gli confezionava mostarda e giardiniera. Allevava suini per produrre pezzi di carne preferiti come la Spalletta o Spalla, tranci di carne per i salumi. tutti prodotti che regalava per le feste agli amici, ai librettisti, all’editore Ricordi e ai vari piacentini che lo aiutavano come avvocati, commercialisti, notai, geometri, ingegneri, agronomi e allevatori di cavalli. altra piccola passione insieme ai cani da caccia.

Conoscere i gusti a tavola del Maestro Verdi è facile, basta seguire le ricevute per i regali che faceva e dove risiedeva. A Montecatini Terme beveva soprattutto Sangiovese o Chianti della val di Nievole vicino a Baggiano.  A Genova, dove andava d’inverno, si faceva arrivare da Sant’Agata i salami Gentile piacentini, la bondiola (vecchio nome della Coppa Dop Piacenza, oggi), il formaggio stagionato a granone (oggi il Grana Padano Dop), i marubini di Cremona con il torrone morbido con le cialde, fatto apposta da Cova di Milano il panettone e la colomba classicissima solo con uvetta e canditi ma di pasta molto gialla e umida… chiedeva;  andava personalmente alla bottega di Romanengo a Genova per i frutti canditi e per i biscotti duri tradizionali dell’appennino emiliano-ligure.

Ma arrivava qualche cassa di Champagne e Bordeaux tutti gli anni. Prediligeva il Nebbiolo di Vigna Gustava della Cantina del conte Cavour.  A Villa Verdi di Sant’Agata il maestro Verdi dettava personalmente le ricette mandando in tilt tutti i cuochi che aveva (da qui le lettere per cercare sempre qualche nuovo cuoco molto bravo e… ubbidiente) con ricette personali (scritte da Peppina Strepponi) come quella del risotto zafferano e tartufi (bianco ma non disdegnava quello nero del fiume) oppure la spalla di maiale cotta due volte, in umido, che accompagnava con mostarda mista frutta-verdura e miele, giardiniera tipica in olio di semi prodotta lungo il fiume Po, salsa verde tipica piacentina di prezzemolo uova sode e aglio.

Alla fine della cena (il pranzo era invece leggerissimo)  voleva sempre qualcosa di dolce come la torta di mandorle (oggi chiamiamo Spongata), oppure la pasticceria di offelle accompagnate a un Cortese d’Asti spumante o a un Moscato passito della casa. I biscotti duri che acquistava da un ambulante fermo sotto l’albergo San Marco di Piacenza;  venivano intinti nel caffè che creava da solo acquistando i grani diversi a Milano e a Genova. Beveva anche 16 tazzine di caffè al giorno quando componeva.

 

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