Celiachia: “Più preparazione fra medici e ristoratori”

Celiachia: “Più preparazione fra medici e ristoratori”

La vita per un celiaco in Italia non è impossibile, ma certamente un po’ più complicata del consueto. Le agevolazioni nel nostro Paese, a favore di questa categoria di cittadini
consumatori non mancano, eppure diffuse sensibilità e preparazione sociali ancora languono.

Se infatti da un lato, una legge nazionale evoluta prevede sostegni economici per l’acquisto di prodotti alimentari specifici e tutela dei diritti di cura e prevenzione per i celiaci (Legge
123/2005), dall’altro lacune su alcuni fronti di servizi quotidiani e sanitari fanno da zavorra ad uno scatto di qualità civile di settore.

A segnalarlo con forza l’Associazione italiana celiachia, che sottolinea come, ad esempio, il ritardo nella diagnosi della patologia rappresenti un danno a lungo termine per i celiaci. Una
lentezza figlia di un’acerba conoscenza della malattia: “La scoperta di questa intolleranza è relativamente recente – spiega Susanna Neuhold, Area Food dell’Aic – erano gli anni ’40, senza
contare che in Italia di celiachia si è cominciato a parlare seriamente solo dagli anni ’70. La preparazione medica in questo ambito è di conseguenza in ritardo, anche al livello
universitario. A questo si associa il fatto che la sintomotalogia, soprattutto in età adulta, è aspecifica, un fattore che induce lo stesso malato a sottovalutarla. La celiachia,
peraltro, può rimanere “silente” per decenni, fino a quando un fatto stressante come una gravidanza o un intervento chirurgico, non fa si che si conclami”.

Un ritardo, quello italiano, in realtà contraddittorio se si pensa che “sul fronte della ricerca scientifica, ma anche i sostegni legislativi di settore – aggiunge la Neuhold – il nostro
Paese può considerarsi all’avanguardia”.

Dunque, un’Italia a due velocità, che necessita di diffusa informazione e formazione, che l’Aic ha messo in campo da tempo. Esigenza tanto più vera, quanto più ci si accosta
a sevizi di “prossimità” per il cittadino, come la ristorazione, dove i menù ad hoc sono rari. “Una situazione non peggiore che altrove nel mondo – rileva la Neuhold-, ma che
certamente toglie libertà e diritti al celiaco. Per questo abbiamo pensato ad un programma di divulgazione specifico, che possa dare strumenti efficaci a chi voglia aderire”.

Perché mettere in piedi un menù dedicato significa, soprattutto, evitare improvvisazioni e rischiose approssimazioni: “Il ristoratore che voglia aderire al nostro progetto, deve
imparare attraverso corsi che organizziamo – prosegue Susanna Neuhold – come preparare un elenco di pietanze senza glutine, ma, cosa più importante, come bandire le “contaminazioni” da
farinacei, che sono sempre in agguato. Per far questo, dopo il corso, alcuni nostri tutor verificano regolarmente, ogni sei mesi attraverso un monitoraggio, che tutto fili liscio e, soprattutto,
offrono consulenza ulteriore lì dove ve ne sia bisogno”.

Duemila al momento i ristoratori che hanno aderito un po’ in tutta Italia, con un’eccellenza che spicca, la Puglia: “Una zona della Penisola dove ci sono molti locali e dove la nostra
associazione è molto presente. E’ qui la forza della sua adesione di successo”.

A giocare un ruolo cruciale nel moltiplicarsi delle adesioni, conclude la Neuhold, la sensibilizzazione degli stessi clienti, ottime casse di risonanza e di divulgazione: “Se un’etica dei diritti
non bastasse a far cambiare rotta ai ristoratori, basterebbe forse farli riflettere su come si neghino, con menù ordinari, una sostanziosa fetta di guadagno”.

Link:

Aic
www.celiachia.it

Progetto Aic alimentazione fuori casa
www.celiachia.it/afcristoratori/

Documenti:

Legge 123/2005
www.celiachia.it/norme/legge123-2005.asp

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