Australia: influenza suina, è strage di aborigeni
17 Agosto 2009
L’influenza suina sta colpendo l’Australia, ma non tutti gli abitanti della Terra dei Canguri reagiscono alla stessa maniera. Per molti cittadini, il virus H1N1 è qualcosa di fastidioso,
ma non particolarmente mortale; per gli indigeni locali, al contrario, la pandemia è un flagello estremamente pericoloso, oltreché un indicatore delle disuguaglianze tra le varie
etnie.
Spiega il dottor Andrew Pesce, presidente dell’Associazione Medica Australiana “Ciò è deprimente ma prevedibile, e non c è bisogno di evocare complesse spiegazioni
biologiche. Riporta alla mente il fatto, ben conosciuto ad abbastanza triste, che le comunità indigene sono a rischio per vari fattori”.
Come successo in passato (si pensi ad esempio all’ influenza spagnola, che nel 1918 spopolò interi villaggi Inuit), sembra che anche l’attuale pandemia prediliga gli indigeni. In tutto
il mondo (con la parziale eccezione degli Stati Uniti meridionali e del Messico) le comunità indigene, dagli indios dell’Amazzonia ai Pellerossa del Canada sono tra gli individui
più colpiti dall’ influenza A.
Per gli esperti, la vulnerabilità di questi gruppi etnici non è legata a questioni di genetica, quanto a problemi come malnutrizione, malattie croniche e isolamento geografico.
Gli Aborigeni australiani e gli indios sudamericani, ad esempio, non hanno un DNA particolarmente simile ma condividono gli stessi problemi di povertà rurale.
In particolare, la salute del “Popolo del Sogno” (Come gli Aborigeni chiamano sé stessi) è aggravata da malattie come asma, diabete e malattie cardiovascolari in percentuali da
due a sette volte maggiori rispetto a quelle dei cittadini, mentre la loro speranza di vita media è 18 anni più breve. Ed è scontro sulle misure anti-influenza suina, con
le autorità governative che sostengono di aver fatto tutto il possibile, mentre i leader indigeni denunciano come, in realtà, la loro gente sia stata trascurata.
Durante il boom iniziale della pandemia, il governo di Sidney aveva preso provvedimenti severi, come mandare a casa i ragazzi in età scolare per una settimana (anche i sani) nel caso si
trovassero in una zona colpita e mettere in quarantena un’intera nave da crociera. La Sanità pubblica ha usato radio e televisione per condurre campagne pro igiene, basate sul lavaggio
delle mani ed altre misure precauzionali.
I portavoce indigeni sottolineano come tali messaggi hanno avuto efficacia limitata in quanto i loro insediamenti sono remoti, le strutture di cura scarse e il tasso di analfabetismo
alto.
Spiega Alf Lacey, sindaco di Palm Island, communità aborigena nel Queensland settentrionale: “Ci sono molte barriere culturali e di consapevolezza per le persone che lavorano nelle
comunità aborigene. Mettere un poster sul muro non serve a niente se chi lo guarda non sa leggere”.
Come altri centri abitativi, Palm Island è stato colpito dall’influenza suina: i malati sono circa una dozzina, tra cui una 19enne elitrasportata verso centri medici più
attrezzati; le scuole ed altre strutture pubbliche sono state chiuse ed il panico si è diffuso.
Il governo del Queensland ha aperto una clinica sull’isola, diffuso consigli salutistiche mandato scorte aggiuntive di farmaci e attrezzatura medica.
Tali misure non hanno però convinto pienamente né Lacey né alcuni esperti medici, come il dottor Michael Gracy, che da 40 cura le comunità aborigene.
Afferrma il dottor Lacey: “Gli ufficiali sanitari sanno che devono coinvolgere i notabili locali per avere possibilità di successo, ma le comunità aborigene variano molto
per cultura, linguaggio e tradizioni: nel barcamenarsi tra queste cose gli ufficiali spendono più tempo e risorse di quelle che vorrebbero. Il lavoro di cucitura, che coinvolge i capi
locali, gli anziani ed i concili è l’unica strada di successo. Purtroppo molti inviati governativi non lo capiscono, pensando di essere troppo occupati per questo, o non hanno la
pazienza per le trattative. E allora falliscono”.
Matteo Clerici





