AGRICOLTURA SOSTENIBILE CIRCOLARE … AGRICOLTURA NON E’ LA MADRE DI TUTTI GLI INQUINAMENTI

AGRICOLTURA SOSTENIBILE CIRCOLARE … AGRICOLTURA NON E’ LA MADRE DI TUTTI GLI INQUINAMENTI

AGRICOLTURA SOSTENIBILE CIRCOLARE … AGRICOLTURA NON E’ LA MADRE DI TUTTI GLI INQUINAMENTI

martedì, 6 luglio 2021

 

Giampietro Comolli
L’agricoltura inquina, dicono. Progetti Onu stimolano la deforestazione e la rivitalizzazione dei territori marginali. Recupero e resilienza in agricoltura sono dati di fatto da sempre. Occorre scegliere certe colture e adattarsi ai cambi climatici. L’uomo agricoltore può essere un esempio. In 30 l’agricoltura italiana inquina il 20% in meno avendo aumentato la produttività del 12%.   
Negli ultimi anni si sono moltiplicati e aumentano sempre più gli studi le ricerche le analisi di come l’uomo stia inquinando e distruggendo il nostro unico e solo pianeta del sistema solare che ci può ospitare. Dati che lasciano sempre a bocca aperta….da anni. Eppure non ho visto e constatato negli ultimi 30 anni grandi rivoluzioni, cambiamenti. Molte dichiarazioni ma pochi fatti. Grandi progetti faraonici con grandi “stop” sulla carta ma poi nulla da fare.

Cina primo inquinatore mondiale, poi gli Stati Uniti, poi l’Europa…

Cina primo inquinatore mondiale, poi gli Stati Uniti, poi l’Europa nel suo insieme, euro o non euro. In Italia, dal 1990 al 2020, il trend di emissioni di CO2 si è invertito, sono diminuite in assoluto del 17%, ovvero da 520 milioni/tonnellate/anno a 420 milioni equivalenti. La forte diminuzione, fra le più importanti dei paesi più industrializzati del mondo, dicono fonti autorevoli, è dovuta soprattutto al cambio della fonte di energia dai fossili (petrolio e diesel) a eolico e idroelettrico, ad un efficientamento dell’uso delle fonti energetiche anche tradizionali nei settori industriali classici (tecnologie meccaniche e produzioni primarie) e a un incremento di macchine di lavoro e di uso moderne con emissioni ridotte. i dati migliori sono quelli degli ultimi 5/6 anni con una riduzione dello 0,9% anno su anno.
Anche l’agricoltura, ovvero il settore-comparto agroforestale alimentare nel suo insieme considerato per anni il “quarto” maggiore inquinante al mondo, sta dando segnali di attenzione e di riduzione soprattutto in Italia. Ricerche recenti di Ispra, Inea, Climate Change e altri studi di centri di ricerca mondiali, dimostrano che le “buone pratiche” anche in un contesto di modello tradizionale produttivo danno buoni risultati. In recenti incontri esperti hanno dichiarato che anche coltivazioni vegetali annuali, intensive ma se sotto stretto esame e controllo, possono essere non solo meno inquinanti ma anche ottimi fattori di riduzione soprattutto di CO2 e di nitrati permanenti, soprattutto se combinati con uso di mezzi meccanici dotati di tutti i presidi opportuni. Infatti è stato calcolato che 1 ettaro di mais assorbe 42 tonnellate di CO2 nell’arco della sua vita vegetativa (dalla semina al raccolto, 140-180 giorni), raggiungendo picchi record in estate di 500 kg/CO2 in un giorno. Sul tema il mondo agricolo, Confagricoltura e Cia, sono molto attenti al modello di coltivazione migliore.
L’agricoltura – come è noto a tutti, in quanto denominato settore primario – è la fonte principale dell’energia nutrizionale e alimentare della popolazione mondiale: una agricoltura molto produttiva è la garanzia primaria per arrivare a ridurre il più possibile il gap con la popolazione sottoalimentata o alla fame. Quindi il tema della estensione e della intensità produttiva colturale e di allevamento è strettamente connesso e legato con la garanzia di riuscire a sfamare tutti gli abitanti della terra. Ma questa produttività è fortemente inquinante, colpevole di gran parte dell’effetto serra e quindi del riscaldamento dell’aria e del suolo e di conseguenza del cambio climatico e ambientale che si sta verificando in tutto il mondo: miliardi di metri cubi di ghiaccio dell’Antartide sciolto, ghiacciai delle Alpi spariti, 45 gradi centigradi a Seattle e in Canada. Sempre secondo altri studi di altri enti, nel 2020, e secondo l’opinione pubblica diffusa, il sistema agricolo mondiale produce il 5,2% di tutta la CO2 mondiale di un anno a confronto della produzione del 4% del sistema globale dei social network.
Uno studio dettagliato e aggiornato riferito all’Europa nel suo insieme di 48 paesi ( il continente) indicano i seguenti dati a proposito delle maggiori fonti che compongono l’inquinamento totale: l’agricoltura forestale contribuisce per il 7,1%, l’industria classica per il 8,4%, l’industria manifatturiera e di consumo diretto il 12,6%, la urbanizzazione e cementificazione il 20,2%,  tutto il settore di produzione delle diverse energie disponibili il 24,8%, i trasporti su gomma aria rotaia e mare contribuiscono per il 25,9%.  Altri dati, sempre a proposito dell’inquinamento dell’agricoltura inteso come tutto il settore primario produttivo, arrivano a stimare una produzione di inquinanti vari intorno al 25%, comprendendo tutta la deforestazione artificiale indotta e quella naturale, tutte le fertilizzazioni da fonti fossili, tutta la combustione da biomasse. Ennesimo dato diverso dai precedenti: molto importante sarebbe avere dati statistici omogenei, fonti analitiche affidabili e certe, parametri e fattori uniformati.
In particolare deforestazione, fertilizzazione, irrigazione e allevamenti animali sia a stabulazione fissa che pascoli sono le principali cause cui aggiungere lo speco e lo smaltimento degli alimenti, le deiezioni e rifiuti, la coltivazione del riso in acqua causa soprattutto di produzione di metano e dei nitrati. Di qui anche l’indicazione di incrementare tutte le coltivazioni arboree, di cambiare metodo e luogo di coltivazione di piante annuali erbacce, la eliminazione dalla tavola alimentare quotidiana le proteine di origine animale, la eliminazione di tutti i presidi di origine chimica sia sanitari che fertilizzanti il terreno.
Ecco in base a queste ultime considerazioni – assai diffuse in molteplici settori della ricerca e della analisi sperimentale sia agricola che economica demografica e sociale – emerge sempre più l’urgenza di attivare un sistema integrato strategico legato al mondo agricolo dove sicuramente la tecnologia, la innovazione, la digitalizzazione e pratiche 4.0 diventano fattori di riduzione degli inquinanti insieme a una prioritaria educazione sociale nutrizionale da diffondere in tutti i paesi e a tutti i livelli. Ma diventa anche un fattore determinante la scelta di un ri-utilizzo civile e ri-attivazione produttiva e ri-occupazione sociale delle aree e terreni “marginali” in un contesto di riduzione di tutti gli inquinanti. Un uso anche ampliato, distribuito e allargato di servizi sociali e civili, seppur con costi individuali e collettivi maggiori, diventano un elemento aggiuntivo alla non concentrazione degli inquinanti e alla non concentrazione dello sfruttamento, oltre che una ri-appropriazione di luoghi ambientali diventati determinanti con l’innalzamento dello zero termico invernale e della quota di temperatura media per certe coltivazione.
Ricordo sempre agli studenti che a parità di superficie fogliare attiva (numero di stomi, cioè di assorbenti CO2) la pianta di vite risulta essere quella che ne assorbe di più giornalmente in tutta la fase vegetativa per 210 giorni l’anno.  L’agricoltura diventa più sostenibile, non a parole ma nei fatti, facendo ricorso ai terreni vulnerabili, difficili, svantaggiati dove la produttività non è da record e da primato, ma di qualità e di sanità si.
Gli stessi allevamenti zootecnici allo stato brado e al pascolo su ampie superfici dove la biodiversità è naturale e non artificiale, la concentrazione di animali è bassissima risultano meno inquinanti.  Connesso a un recupero di case e paesi abbandonati c’è sicuramente un aumento della biodiversità colturale e la forte riduzione dello spreco alimentare con l’adozione di una dieta alimentare equilibrata e contenuta.
Oggi come oggi, nel breve periodo, difficilmente è cambiabile anche con tutti gli incentivi economici possibili del PNRR e della PAC il modello di agricoltura delle pianure fertili e irrigue dell’Europa e dell’Italia, mentre è possibile da subito incrementare e incentivare delle “soluzioni naturali produttiva in adozione del cambio del clima” che includano il recupero e il riuso di arre di alta collina e montagna. Al di sopra dei 600 mslm in Italia c’è circa il 10% del suolo agrario coltivabile: certo non a mais o a pomodoro da industria, ma certamente con prodotti specializzati, di nicchia e altamente remunerativi.  Queste pratiche consentono di mantenere stabile e spostare anche la quantità di carbonio e di nitrati prodotti risultando anche più diluiti e mono impattanti sulla salute umana.
Le stesse Nazioni Unite stanno intervenendo nei paesi in via di sviluppo con programmi di prevenzione della deforestazione in modo che vengano applicati modelli alternativi che diano lo stesso un reddito confacente. Stessa cosa deve essere fatta – parametri e temi differenti – in Italia attraverso proprio opere di mitigazione dello spopolamento dell’incoltura e ripristinando ecosistemi. Diventa quindi normale “finanziare” chi contribuisce con la propria presenza fissa e continua nel lungo periodo e il proprio lavoro a generare minori emissioni. In primis dovrebbero essere le grandi multinazionali dell’energia, dell’acciaio, della meccatronica, dei social network… a spingere e a sostenere politiche di recupero e resilienza sociale e civile nelle terre vulnerabili: una ridistribuzione della popolazione nazionale con però tutti i servizi sociali e civili garantiti ed efficienti automaticamente genererebbe un indice “negativo” di emissioni inquinanti.  
Le biomasse sono una opportunità ma con sistemi avanzati di controllo delle emissioni quimdi con impianti sotto totale controllo endogeno.  Come molti esperti e competenti scrivono sulle riviste scientifiche mondiali “…. la prevenzione della deforestazione non solo consegue benefici climatici e ambientali, ma promuove lo sviluppo sociale ed economico delle popolazioni locali che la ospita e contribuisce al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite”.
Spero che i ministri del Governo Draghi siano sul pezzo….

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
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Curatore Rubrica Discovering in libertà
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