Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli – Agosto 2026 – Agroalimentare, Economia, Territorio
2 Agosto 2026
(Rubrica mensile in continuo aggiornamento – 13 articoli pubblicati alla data del 17 Agosto 2026)
Riflessioni, analisi e testimonianze di Giampietro Comolli sui grandi temi: vino, agroalimentare, territori, politiche europee, turismo e cultura del cibo
Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli (Agosto 2026)
- Vino: bollicine spumeggianti e viticoltura da rinnovare.
- Consumi alimentari e rincari… per esempio il pomodoro
- L’Intelligenza Artificiale (AI) fa male alla salute …
- Limonate dei bambini sotto casa, vendita vietata.
- Acqua, il petrolio dell’Italia: quarant’anni senza una vera strategia
- L’Intelligenza Artificiale fa male alla salute…
- Italia in vacanza. Ma il turismo ha ancora il diritto…
- Acqua, il vero petrolio dell’Italia.
- Vino, vino vero: DOCG, DOC e IGT. Finalmente è…
- La Francia accelera sul vino. Un solo regista, un piano nazionale. E l’Italia?
- Chi e come, quando e quanto oggi si consuma vino
- Il vero problema del vino? Il prezzo della bottiglia al consumo
- Mattarella a Pantelleria, occasione mancata per rilanciare lo Zibibbo
17 Agosto 2026
Vino: bollicine spumeggianti e viticoltura da rinnovare.
Piace rileggere certi testi storici. Edme Beguillet, chimico enologo di Dijon, nel 1770 e Cyrus Redding, cultore del vino, nel 1833 scrissero testi molto interessanti sullo status della vite e del vino in Europa e in Francia. Camille Moreau-Berillon nel 1924 e René Gandilhon nel 1968 raccontano la nascita e il Paese dello Champagne, ancora oggi indiscusso re dei vini con le bollicine. Questi testi di enologia e conoscenza dei vini moderni ci raccontano come lo Champagne sia stato il primo territorio viticolo al mondo ad avere una patria con confini assoluti, limitati, invalicabili. Oggi sarebbe ancora così?
Dal 1855 al 1891 hanno luogo a Parigi e in Italia le prime grandi kermesse di assaggio e conoscenza pubblica dei vini, frequentate da una sparuta compagine di intellettuali, ricchi e rivoluzionari personaggi europei. L’Italia nel 1873 vince i primi premi a un’esposizione mondiale con ottimi spumanti di Moscato di Asti e un ottimo Vermut, come era scritto in etichetta: due creatività nazionali, il Moscato dolce con bollicine e il Vermut secco, bianco fermo. Già nel 1891 alcune cantine americane, argentine e uruguaiane riportano in etichetta i termini “Asti” e “Champagne”, imitando gusti, sapori e formule di questi vini europei.
Sono gli anni in cui Guyot, noto ricercatore e tecnico della vite, fra il 1863 e il 1870 scopre a Gard, nel Sud della Francia, il flagello della fillossera nelle radici dei vitigni autoctoni francesi. Dal 1880 la fillossera entra in Italia fra negligenza, insipienza e superficialità di molti tecnici e viticoltori. I primi portainnesti Usa erano molto sensibili al calcare dei nostri terreni, per cui fu fondamentale scegliere gli innesti giusti. In Champagne il tutto coincise con la caduta dello stile “demisec e douce”, puntando sul brut grazie al farmacista Jean-Baptiste François che inventò “la réduction”: meno zucchero e meno bottiglie rotte durante la seconda fermentazione. Ma ai francesi piaceva il demisec. Il Crémant nasce in Alsazia nel 1900, per opera di champagnisti, anche per rispondere a questa domanda.
Il flagello della fillossera comportò la perdita di gran parte dei vitigni autoctoni nazionali. Si abbandonò la coltivazione promiscua, si adottarono nuovi modelli d’impianto e il filo di ferro al palo per sostenere il tralcio della vite “che non toccasse terra”. Le isole maggiori e piccole furono in parte salvate, come lo Zibibbo di Pantelleria e la Malvasia delle Lipari.
Oggi tutte le regioni vitivinicole mondiali puntano a crearsi le proprie bollicine. Il boom produttivo e di consumo è eccezionale e arriva anche alle No Alcol Bubble del Nord e Sud America. La Sicilia non è da meno. A parte la scelta – o imposizione – infelice di produrre lo Zibibbo Spumante metodo classico con il marchio Doc Sicilia e Igt Terre Siciliane, un controsenso rispetto alla tutela delle Doc territoriali, sono ormai 140 (!!) le imprese e 340 le etichette isolane e tutto si muove in questa direzione.
Ma che fine hanno fatto la cultura e la storia del Marsala, Grillo, Inzolia, Catarratto? I Consorzi, per sopravvivere e dare un segnale di vita, sono i primi a creare questo caos: se non si rispettano i disciplinari di produzione legati al territorio diventa molto difficile sostenere il valore economico e produttivo di una Docg o Doc. Già biologico, biodinamico, naturale, orange, no-alcol… stanno creando un grave caos fra i consumatori. La non chiarezza commerciale è il primo motivo dell’abbandono di un acquisto, più del prezzo e della marca!
Ovvio che turismo-accoglienza faccia rima con bollicine-convivialità, ma non è possibile stravolgere una comunicazione e conoscenza del consumatore costruita in 50-60 anni sull’importanza dei disciplinari, dei territori DO e delle rispettive tipologie di prodotto. Si rischia di “svendere” una DO solo per accontentare commercio e business.
Sono altre le strade, più difficili e rischiose, che le imprese devono percorrere. Soprattutto quelle grandi, note, rinomate e ricche della Sicilia. Non c’è “manifesto” che tenga. L’Istituto Regionale Vino e Olio (IRVO) sbaglia ad assecondare imprenditori che puntano sull’oggi e non sul domani. Le belle parole su biologico, sostenibile, cultura e resilienza non coprono e non sostituiscono il danno reale alla terra e alla viticoltura.
La fillossera non c’è più, ma in certe regioni vitivinicole sembra esserci una volontaria rincorsa a farsi del male all’insegna del “tutto e subito”. E l’AIS regionale approva!
16 Agosto 2026
Consumi alimentari e rincari… per esempio il pomodoro. Ma perchè….?
Agosto, tempo di ferie, vacanze e imprese chiuse? Certamente uno “stop” serve e consente anche di fare qualche bilancio. Ma veramente tutti gli italiani sono in vacanza?
Tre interessanti indagini di noti Istituti di Analisi e Ricerca di Milano, Mestre e Roma (Cia), pubblicate nei primi giorni del mese, constatano che il calo dei consumi alimentari degli italiani prosegue e si consolida negli ultimi mesi del 2026: maggio, giugno e luglio.
Cause? Forse anche il caldo “fa mangiare meno”, ma il prezzo dei pomodori – in periodo di raccolta, nb – è triplicato al Nord mentre è stabile al Sud Italia. Addirittura il prezzo allo scaffale è uguale nelle diverse insegne sia nel Lazio che in Veneto: conviene fare scorta al Sud. Al chilo, per lo stesso tipo di prodotto fresco, si passa da 1,60 a 5,20 euro.
Il pomodoro in Italia è un mistero. La produzione maggiore di pomodoro fresco è in Puglia, la trasformazione è concentrata soprattutto in Campania, mentre in Emilia e Lombardia si produce la quasi totalità del concentrato. Ma veramente noi italiani – o peggio chi ci rappresenta a vari livelli, soprattutto locali, in primis i sindacati dei commercianti – consideriamo il caldo… una tassa o un’imposta? Siamo così bisognosi di “ristori” a tutti i costi? E poi sempre agli stessi indirizzi?
Non parliamo di asparagi, mirtilli, lamponi, albicocche… Forse carne e pesce hanno ancora un prezzo al bancone decente: da 20 a 30 euro al chilo si compra un buon prodotto. I rincari hanno colpito uova (+14,1%), latte, formaggi e derivati (+11,7%) e cereali (+11,7%). Anche l’UE è sempre più parte in causa, soprattutto per la produzione agroalimentare: entro il 2040 l’elettrificazione green dovrebbe essere portata al 50% (oggi il 23%), ma non si dice che i primi a essere “green” dovrebbero essere imprese, strutture, uffici, enti e banche pubbliche. Il pubblico dovrebbe dare sempre l’esempio: era il diktat di Mitterrand in Francia. Mentre gli sgravi fiscali sono per le imprese industriali!
Basta gas, diesel, petrolio in campagna: tutto batterie, pompe di calore, geotermia… senza specificare i costi di produzione e soprattutto di smaltimento di questa energia alternativa. Un costo che stiamo spostando sui nostri figli e nipoti. Anche “noi” abbiamo più volte studiato questi temi, ma fornendo sempre una proposta operativa alternativa. Discutibile e migliorabile, sempre!
La storia più che trentennale – since 1991 presso UniCattolica Piacenza – dell’Osservatorio statistico economico Ovse e CevesUni ci porta a “sfrucugliare” (un po’ più che indagare e analizzare) i dati economici dell’agroalimentare, oggi in particolare i consumi domestici delle famiglie italiane negli ultimi sei anni.
Parliamo quindi del periodo post-pandemia, post crescita dei risparmi italiani, post inflazione sotto zero, post Superbonus 110%, superammortamenti alle imprese e reddito di cittadinanza.
Partiamo da un dato confermato e consolidato da Eurostat, Istat e Ismea, sul quale oggi pochi riflettono.
Nel 2025 la spesa domestica in Italia è cresciuta del 5,2%, superando i 184,8 miliardi di euro annui, a fronte di un’inflazione media fra il 2,1 e il 2,9% per i prodotti alimentari più consumati e presenti nel paniere ufficiale Istat. Ogni famiglia avrebbe quindi speso da 440 a 477 euro al mese per il solo cibo, con pasta, pane e biscotti fra i prodotti più consumati.
Nel 2021-2023, facendo una media e tenendo conto del recupero post-stop pandemico, la stessa spesa domestica era di circa 170 miliardi annui, anche se nel 2023 ha toccato i 195 miliardi di euro. Gli incrementi anno su anno sono variabili ma significativi, dal 4,5% all’8,1% circa: non sono bazzecole, ma miliardi.
Eppure tutti parlano, ieri come oggi, dei rincari delle uova, di latte e formaggi, dei cereali.
Un dato accomuna tutti: volumi ridotti e spesa aumentata.
È questo il punto sul quale occorrerebbe riflettere, recuperando anche quella visione di “economia sociale e civile di mercato” sulla quale economisti e pensatori come Einaudi e soprattutto il tedesco antinazista Wilhelm Röpke hanno espresso riflessioni importanti.
Non va meglio negli altri Paesi europei. Due sondaggi nazionali ci informano che in Germania, nel primo trimestre 2026 rispetto allo stesso periodo del 2022, il calo di spesa e consumo nell’alimentare è stato di oltre il 24%, con picchi del 32%. In Germania il calo della spesa è molto parallelo al calo dei volumi.
Su questo occorrerebbe riflettere più che chiedere “ristori per i negozianti”!
Dopo la Brexit, anche nel Regno Unito i cali dei consumi alimentari sono enormi, mentre la spesa totale è fortemente aumentata: un alimento su due arrivava dall’UE. Ma analizzando tutti i dati emerge un elemento allarmante e, nello stesso tempo, forse positivo dal punto di vista salutistico: le famiglie italiane hanno comprato meno cibo e bevande per i consumi domestici.
Dal 2022 al 2025 la spesa totale domestica degli italiani per cibo e bevande è aumentata del 26,4%, a fronte di un calo dei volumi acquistati dell’8,1%. Sicuramente la “dieta” ci può far solo bene… per poi non abbuffarci al ristorante! Per scoprire, purtroppo, che nello stesso periodo gli scarti alimentari italiani, in volume, sono diminuiti soltanto del 5%.
Una meditazione sarebbe d’obbligo.
L’Intelligenza Artificiale (AI) fa male alla salute… e non solo.
Abbiamo visto negli ultimi 20 anni quanto una “formidabile” idea, progetto, impresa che abbiamo chiamato Internetabbia portato tante cose utili: risposte, facilitazioni, contatti, ecc…
Ma abbiamo anche riscontrato, soprattutto negli ultimi 10-12 anni, un assalto alla diligenza senza scrupoli e senza il minimo autocontrollo.
Quindi – sintetizzo molto – non sempre la libertà assoluta e la possibilità di parlare sempre e comunque di tutto e con tutti portano solo significati ed esempi positivi.
Un abuso, un non controllo, una deregulation, una massima libertà di pensiero… hanno portato alla continua scoperta di scorciatoie o altre strade occulte e nascoste, soprattutto alla portata di pochi che sanno smanettare o smanettano solo per attaccare.
Quindi un danno al singolo e alla collettività.
Impossibile liberarsi da 20-30 telefonate al giorno, da 100 e centomila frasi distorte, cattive e false contro chiunque. Anche se, a volte, sicuramente un minimo fondamento di rivalsa o di risposta sarebbe naturale e logico.
Oggi è impossibile tornare indietro: troppo forte, alto e diffuso il potere economico e soprattutto finanziario acquisito da 4-5 società mondiali che governano, controllano, misurano e guidano miliardi di persone e triliardi di messaggi difficili da eliminare.
Ebbene, dopo l’esperienza “Internet”, non vogliamo mettere “qualche picchetto” all’Intelligenza Artificiale?
Anche Internet, per esempio, avrebbe dovuto semplificare la vita a tutti, renderci più felici e sul pezzo, sburocratizzare, eliminare la carta e rendere certe pratiche pubbliche facili con un click!
Anzi, peggio di prima: ci sono uffici pubblici che chiedono la stessa pratica via web e anche per raccomandata cartacea.
14 Agosto 2026
Limonate dei bambini sotto casa, vendita vietata.
Sono rimasto allibito – purtroppo per l’ennesima volta negli ultimi 2-3 anni nel mio bel Paese, l’Italia – perché tre bambini, sotto i 12-14 anni, vendono sul marciapiede davanti al portone la limonata fatta in casa con la mamma, a un prezzo irrisorio ma ricaricato il giusto (forse il 50%), e un commerciante di zona – meglio non fare nomi e location – li denuncia per occupazione di suolo pubblico e assenza di licenza.
Il bello è che i vigili “ligi e non gili” arrivano immediatamente per far sgombrare e chiudere tutto.
I bambini volevano fare gli imprenditori o lavoratori autonomi (buona didattica) per comperarsi un motorino usato!
Mi auguro e imploro il Sindaco della città a emettere un’ordinanza speciale, temporanea e limitata, perché possano operare. Eccezionale, certo, ma sarebbe un segnale pro-iniziativa, pro-creatività, pro-libertà, pro-indipendenza. Meglio che mantenerli sulla poltrona davanti a TV, TikTok o cellulare, a diventare “estranei” alla società.
Da allibito ad allibito.
Sembra un controsenso, una voglia di menare il cane per l’aia, un voler fare una marmellata – o “palude” – di tutto pur di scrivere insulti o sproloqui, anche sul turismo e la salute.
Eppure, stando anche all’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – e alle ONG che cercano e diffondono la massima libertà di scelte di vita, il tema esiste.
Ci sono organizzazioni che vendono e propongono pacchetti turistici già confezionati o creati su misura, curando non solo le destinazioni ma anche la “salubrità” dei luoghi e degli utenti.
Benissimo, diremmo tutti, ma…
Scopriamo, per esempio, che l’OMS sta monitorando il rapporto fra “assunzione di alcol, danni sociali, preclusioni a contatti, trasmissione di malattie mentali e destinazioni turistiche dove il modello di vita non è dei più salubri”.
Cioè esiste una “piattaforma paludosa” che unisce la meta delle vacanze con l’assunzione di alcol!
In via marginale viene citata anche l’Italia per l’alto consumo di alcol, il numero notevole di esercizi che servono e vendono a qualunque ora alcol (e vino!) e l’eccesso di consumo con comportamenti non idonei per strada e verso gli altri.
Lodevole affrontare il problema.
Ma fare indagini dispendiose, lunghe nel tempo, arrivare a “denunciare” discrasie socio-politiche-economiche senza una proposta risolutiva rispettosa delle libere scelte dei cittadini, dei governi, degli Stati e delle tradizioni appare estremamente inutile.
Scrivere che nelle destinazioni dove la droga è libera, l’alcol scorre a fiumi, la prostituzione è ancora forte in strada… anche le tradizioni a tavola finiscono accusate di fare danni alla mente e alla salute.
Addirittura l’accoglienza viene vista come seduzione e istigazione al consumo di alcol (e vino)… sinceramente mi sembrano indagini un po’ stiracchiate.
Giusto affrontare e denunciare fatti negativi, ma con prove e soluzioni compatibili con lo status quo dei singoli Paesi e continenti.
È un po’ come chiedere all’Europa di essere Green al 70% entro il 2040 e vedere che Cina e altri Paesi saranno sì e no al 20%. Certo, qualcuno deve iniziare.
L’OMS scrive addirittura nella guida che l’alcol è fonte di “esclusione”: da chi e da che cosa diventa difficile capirlo.
E suggerisce “una pianificazione inclusiva e una comunicazione rispettosa”, con checklist, ricette per bevande, esempi di attività e materiali informativi. In alternativa: più bingo umano, più speed dating, più infusi di acqua e tisane, perché non è corretto che la società “marginalizzi” chi è astemio.
No comment!
E sembra che le DMO innovative puntino tutto su overtourism, sostenibilità, resilienza, morigeratezza, meno cibo per strada, meno lunghe sedute nei ristoranti, meno crociere mangia-bevi, meno sfrenatezza, alcol e musica assordante…
Non male!
Molte “mete storiche” stanno però facendo karakiri proprio sulla governance, sulla gestione e sull’assunzione degli operatori e addetti al lavoro, seguendo tendenze salutistiche che dovrebbero gestire flussi e regole.
Il cane si morde la coda… ed è felice?
Occorre sempre una valutazione integrata e strategica prima di dire no o sì.
Le DMO sono diventate dei tavoli politici di commissioni comunali, assunzioni di giovanissimi a basso costo, comunicazione limitata a pacchetti standard preconfezionati, prezzi alti in vetrina e poi sconti importanti.
Il turismo moderno (come la salute) ha bisogno di azioni in parallelo fra buonsenso, governance, ottimizzazione, soddisfazione e liberalità delle richieste della domanda.
Anche il rapporto Turismo-Territorio-Cibo-Salute deve avere una linea di gestione e comunicazione comune, inclusiva e resiliente… ma non accusatoria, repellente, escludente!
Anche il turismo sembra sia già diventato succube della (AI) intelligenza artificiale prima ancora di vederne tutti gli aspetti.
14 Agosto 2026
Acqua, il petrolio dell’Italia: quarant’anni senza una vera strategia
Siccità e alluvioni. Campi che chiedono acqua mentre precipitazioni violentissime scaricano in poche ore quantità enormi che non sappiamo conservare.
È questo uno dei grandi paradossi italiani.
Secondo Istat, nel 2022 il 42,4% dell’acqua immessa nelle reti comunali di distribuzione non arrivava agli utenti finali: circa 3,4 miliardi di metri cubi.
Eppure continuiamo a discutere dell’acqua soprattutto quando manca.
Il caso della diga del Brugneto è emblematico. L’invaso, fondamentale per l’approvvigionamento idrico di Genova, interessa attraverso i rilasci nel Trebbia anche l’agricoltura piacentina.
Per settimane Genova e Piacenza si sono confrontate duramente sulle quantità da rilasciare. A fine luglio è finalmente arrivata un’intesa preliminare: almeno 4 milioni di metri cubi all’anno alla Val Trebbia durante la stagione irrigua, salvaguardando prioritariamente le necessità idropotabili genovesi.
Bene. Ma non possiamo avere una “guerra dell’acqua” per ogni diga italiana.
Servono piccoli e grandi invasi dove sostenibili, reti efficienti, recupero delle acque meteoriche, riuso delle acque depurate, tutela delle falde e una gestione dei fiumi che superi i confini amministrativi.
Serve, soprattutto, una strategia nazionale.
Perché l’acqua è già diventata il nuovo petrolio.
Per l’Italia, probabilmente, vale ancora di più.
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8 Agosto 2026
L’Intelligenza Artificiale fa male alla salute… e non solo.
Negli ultimi vent’anni abbiamo visto quanto una straordinaria innovazione come Internet abbia portato benefici enormi: informazioni immediate, nuove opportunità, semplificazioni, contatti e conoscenza condivisa.
Ma abbiamo anche assistito, soprattutto nell’ultimo decennio, a un vero e proprio assalto alla diligenza digitale. La libertà assoluta di comunicare, senza adeguati controlli e responsabilità, ha spesso favorito abusi, manipolazioni, truffe, campagne di odio e disinformazione.
La libertà è un valore fondamentale. Ma libertà non può significare assenza di regole.
L’esperienza di Internet dimostra che una deregulation totale ha consentito a pochi soggetti, spesso molto preparati sul piano tecnologico ma privi di scrupoli, di utilizzare gli strumenti digitali per attaccare persone, imprese e istituzioni. Il danno non ricade soltanto sul singolo, ma sull’intera collettività.
Oggi conviviamo con telefonate indesiderate, phishing, truffe informatiche, fake news, identità rubate, recensioni false e campagne diffamatorie che si diffondono in pochi minuti. Tornare indietro è ormai impossibile.
Nel frattempo, poche grandi piattaforme mondiali gestiscono miliardi di utenti, controllano flussi di dati e influenzano informazione, consumi e opinione pubblica con un potere economico e finanziario mai visto nella storia.
La domanda allora è semplice.
Dopo quanto abbiamo imparato con Internet, vogliamo davvero affrontare l’Intelligenza Artificiale senza fissare fin dall’inizio alcuni paletti chiari?
Anche Internet avrebbe dovuto semplificarci la vita, ridurre la burocrazia, eliminare la carta e rendere più efficiente la pubblica amministrazione. In molti casi è accaduto l’opposto: ancora oggi numerosi uffici chiedono la stessa pratica online e, contemporaneamente, anche in formato cartaceo.
L’Intelligenza Artificiale offre opportunità enormi nella medicina, nella ricerca, nell’industria, nell’agricoltura, nell’istruzione e nella pubblica amministrazione. Può aumentare produttività, qualità dei servizi e capacità decisionale.
Ma proprio perché il suo impatto sarà molto più profondo di quello di Internet, occorre affrontarla con prudenza.
Il rischio non riguarda soltanto il lavoro o la privacy. Riguarda anche la salute mentale, la qualità delle relazioni umane, la formazione dei giovani, la manipolazione delle informazioni e la progressiva perdita del senso critico se ogni decisione verrà delegata a un algoritmo.
L’Intelligenza Artificiale deve restare uno strumento al servizio dell’uomo, non sostituire la responsabilità, il buon senso e la capacità di giudizio.
Una buona notizia: le regole stanno arrivando
A differenza di quanto avvenne con Internet, questa volta governi e istituzioni stanno cercando di intervenire prima che lo sviluppo tecnologico sfugga completamente al controllo.
L’Unione Europea ha approvato l’AI Act, il primo regolamento organico al mondo dedicato all’Intelligenza Artificiale. La normativa introduce un approccio basato sul livello di rischio: vieta alcune applicazioni considerate inaccettabili, impone obblighi rigorosi ai sistemi ad alto rischio (ad esempio nei settori sanitario, scolastico, occupazionale e della sicurezza) e stabilisce requisiti di trasparenza per gli strumenti di AI generativa.
Parallelamente, il Consiglio d’Europa ha adottato la prima Convenzione internazionale sull’Intelligenza Artificiale, mentre anche il G7, l’OCSE e le Nazioni Unite stanno lavorando a principi comuni per garantire uno sviluppo responsabile della tecnologia.
Le leggi, da sole, non basteranno.
Serviranno controlli efficaci, responsabilità chiare, formazione dei cittadini e soprattutto una cultura dell’uso consapevole. L’innovazione non deve essere frenata, ma accompagnata da regole certe che tutelino persone, imprese e democrazia.
La sfida non è fermare l’Intelligenza Artificiale. La vera sfida è governarla prima che sia lei a governare noi.
7 Agosto 2026
Italia in vacanza. Ma il turismo ha ancora il diritto di essere spontaneo?
Prima erano 26 milioni di auto in viaggio, poi improvvisamente sono diventate 11 milioni. I numeri cambiano, ma resta una domanda: tutte le destinazioni e tutti i modi di viaggiare fanno davvero bene? E soprattutto, chi lo decide?
Sono rimasto allibito leggendo la notizia di tre bambini che vendevano limonata fatta in casa davanti al portone di casa. Un commerciante della zona li ha denunciati per occupazione di suolo pubblico e mancanza di licenza. I vigili sono intervenuti e hanno fatto chiudere tutto.
Quei bambini volevano semplicemente guadagnare qualche euro per comprarsi un motorino usato. Più che un’infrazione, mi sembrava una piccola lezione di imprenditorialità.
Mi auguro che il sindaco possa trovare una soluzione intelligente, magari con un’ordinanza temporanea. Sarebbe un bel messaggio a favore dell’iniziativa, della creatività e dell’autonomia dei giovani, molto più educativo che lasciarli per ore davanti a smartphone e social.
Questo episodio mi ha fatto riflettere anche sul turismo.
Esistono ormai organizzazioni che progettano pacchetti di viaggio valutando non solo le destinazioni, ma anche la “salubrità” dei luoghi. L’intento è condivisibile. Meno convincente è quando alcune analisi arrivano a collegare direttamente turismo, consumo di alcol, relazioni sociali e perfino salute mentale.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità dedica crescente attenzione al rapporto tra consumo di alcol e comportamenti sociali, citando anche l’Italia per la diffusione di locali e punti vendita dove il consumo è facilmente accessibile.
Studiare questi fenomeni è giusto. Molto meno utile è limitarsi a descrivere i problemi senza proporre soluzioni realistiche e rispettose delle tradizioni, delle culture e delle libertà individuali.
Arrivare a considerare l’accoglienza come una forma di incentivo al consumo di alcol o suggerire che la convivialità possa trasformarsi in un rischio sociale appare una lettura piuttosto forzata.
Nelle linee guida dell’OMS si propongono attività alternative come bingo umano, speed dating, infusi e tisane, per evitare che chi non beve si senta escluso. Obiettivo condivisibile, ma forse con un approccio eccessivamente teorico rispetto alla realtà.
Anche molte Destination Management Organization (DMO) stanno cambiando impostazione. Overtourism, sostenibilità, resilienza, riduzione del consumo di alcol, meno cibo di strada, meno grandi tavolate, meno crociere “mangia e bevi”: sono temi ormai al centro delle nuove strategie turistiche.
Sono obiettivi legittimi. Tuttavia il rischio è trasformare il turismo in un insieme di regole, divieti e protocolli, perdendo spontaneità, autenticità e libertà di scelta.
In molti casi le DMO sembrano diventare più tavoli politico-amministrativi che laboratori di sviluppo territoriale, con offerte standardizzate, comunicazione uniforme e scarsa capacità di valorizzare le identità locali.
Il turismo, come la salute, richiede equilibrio.
Servono governance, sostenibilità e rispetto delle persone, ma anche buon senso, libertà, qualità dell’accoglienza e capacità di rispondere ai desideri dei viaggiatori.
Turismo, territorio, cultura, cibo e salute devono dialogare tra loro. Ma senza trasformare ogni esperienza in un regolamento e ogni turista in un potenziale problema. Il rischio è che il turismo finisca per diventare prigioniero delle linee guida prima ancora che dell’intelligenza artificiale.
6 Agosto 2026
Acqua, il vero petrolio dell’Italia. Da quarant’anni
Le recenti dichiarazioni di sindaci, presidenti di Regione e amministratori locali lasciano perplessi. Ancora una volta emerge l’assenza di una vera strategia nazionale sulla gestione dell’acqua, il bene più prezioso che abbiamo.
Ne riparleremo affrontando il caso del Po e dei suoi affluenti, ma il problema è molto più ampio: da oltre quarant’anni manca un piano organico per raccogliere, conservare e regimare l’acqua piovana, quella che la natura ci offre gratuitamente e che continuiamo a lasciare scorrere verso il mare.
Bisogna tornare agli anni Sessanta e Settanta, ai programmi dei piccoli laghi collinari promossi durante i ministeri Fanfani e Marcora. Erano invasi destinati all’irrigazione agricola, ma anche strumenti di tutela ambientale, di ricarica delle falde e di protezione in caso di emergenze.
Quel progetto si fermò tra vicende giudiziarie, sprechi, timori per la sicurezza degli argini e progressiva perdita di volontà politica. Eppure Toscana ed Emilia-Romagna avevano investito seriamente in reti irrigue, invasi e fognature bianche proprio per contrastare la siccità.
Da allora tutto si è sostanzialmente arrestato.
Anche l’agricoltura di montagna ha pagato questo immobilismo. Con una maggiore disponibilità idrica sarebbe stato possibile mantenere coltivazioni più redditizie e contrastare lo spopolamento delle aree interne. Oggi si parla di “Contratti di Fiume”, ma spesso senza una vera visione strategica che coinvolga i bacini montani e non soltanto i tratti terminali dei corsi d’acqua.
Nel frattempo il clima è cambiato radicalmente. Piogge intense concentrate in poche ore si alternano a lunghi periodi di siccità. Il Po continua a riversare enormi quantità di acqua dolce nel mare, favorendo la risalita del cuneo salino e rendendo sempre più difficile utilizzare quell’acqua per acquedotti e irrigazione.
Qualche esempio positivo esiste: la Sicilia sta cercando di aggiornare il proprio sistema idrico, Rimini ha investito nella rete di distribuzione e Pantelleria insegna da secoli come recuperare ogni goccia d’acqua piovana attraverso l’architettura dei dammusi.
Il caso della diga del Brugneto dimostra però quanto il tema sia ancora irrisolto.
L’invaso, costruito nel 1959 sul torrente Brugneto, raccoglie circa 25 milioni di metri cubi d’acqua destinati principalmente all’approvvigionamento di Genova. Nel tempo, però, i costi ambientali e agricoli sono rimasti soprattutto a carico del territorio piacentino, che ha perso risorse idriche, aree agricole e perfino alcuni insediamenti oggi sommersi.
Nel frattempo Genova continua a dipendere da quell’acqua, mentre la rete acquedottistica disperde ancora circa il 40%dell’acqua trasportata. È inevitabile chiedersi quando i gestori, oggi rappresentati da Ireti e Iren, investiranno realmente nell’ammodernamento delle infrastrutture invece di limitarsi alla gestione ordinaria.
La questione del Brugneto è soltanto un esempio di un problema nazionale.
L’Italia ha bisogno di un vero Piano nazionale dell’Acqua Piovana: nuovi invasi, piccoli bacini diffusi, casse di laminazione integrate, reti efficienti e una gestione coordinata delle risorse idriche.
Le dighe moderne possono inoltre produrre energia idroelettrica pulita, con consumi d’acqua limitati alle sole perdite per evaporazione. Anche i Contratti di Fiume acquisterebbero così un significato concreto, trasformandosi da semplice principio amministrativo a reale strumento di pianificazione.
Naturalmente non mancheranno opposizioni, ricorsi e resistenze locali. Ma di fronte a un’emergenza che riguarda l’intero Paese occorre superare la logica del “non nel mio cortile”.
Lo stesso vale per impianti eolici e fotovoltaici. Se vogliamo continuare ad aumentare i consumi energetici delle nostre case, dovremo anche accettare alcune scelte infrastrutturali. Oppure avere il coraggio di cambiare stile di vita.
L’acqua non è più soltanto una risorsa naturale: è una questione di sicurezza nazionale, sviluppo economico e futuro delle prossime generazioni.
5 Agosto 2026
Vino, vino vero: DOCG, DOC e IGT. Finalmente è l’azienda
Nessuna blasfemia e nessuna provocazione gratuita. Ma finalmente – come Ovse, CevesUni e Il Punto e Virgolasosteniamo da almeno tre anni, anche nei Master della Sapienza e della Bocconi – anche l’Unione Italiana Vini, per voce del presidente Lamberto Frescobaldi, ha affermato che servono “scelte urgenti e coraggiose”.
Era ora. Il vino italiano ha bisogno di decisioni concrete, anche drastiche, non di continuare a piangersi addosso attribuendo ogni responsabilità a fattori esterni. I ritardi si conoscono da almeno quattro o cinque anni, se non addirittura dal 2003, primo anno delle grandi anomalie climatiche, e dal 2015, quando affrontammo questi temi anche durante Expo Milano.
Ora aspettiamo che alle parole seguano i fatti. Le risorse di OCM, PAC, PNS e dei Programmi regionali dovrebbero essere utilizzate con criteri comuni, controlli rigorosi e obiettivi condivisi.
La tutela dei vini DOCG e DOC deve passare anche attraverso Consorzi realmente autorevoli e non semplici organismi burocratici. Federdoc e Consorzi dovrebbero avere il coraggio di assumere decisioni difficili, anche quando scontentano territori o interessi consolidati.
In alcune aree vitate, qualche estirpo programmato, accompagnato da un voucher garantito per 10-15 anni, potrebbe rappresentare una soluzione razionale. Le giacenze, oggi intorno ai 55 milioni di ettolitri, equivalgono già a una vendemmia e mezza proprio mentre sta iniziando la raccolta 2026.
Il mercato dei vini rossi continua a rallentare. Interessante l’esperimento del Gutturnio DOC frizzante a gradazione contenuta, pensato per un consumo più fresco ed estivo. Vedremo se produrrà risultati.
Intanto molte DOCG e DOC vengono declassate a IGT o vino comune pur di essere vendute. Non è raro trovare bottiglie che fino a poco tempo fa uscivano dalla cantina a 12 euro oggi proposte a 5 o 6 euro. Può servire a svuotare i magazzini, ma non risolve i problemi strutturali del comparto.
Accanto alle difficoltà emergono però anche nuove opportunità. Negli Stati Uniti, primo mercato per il vino italiano, si affaccia WineAmazon, con consegne in 24 ore in tutti i cinquanta Stati americani. Se manterrà gli standard tipici di Amazon – servizio, rapidità e prezzi competitivi – potrebbe cambiare profondamente la distribuzione. Battuta finale: dopo Amazon arriverà anche Temu nel vino?
Quanto ai tanto temuti dazi americani, i danni sono stati inferiori alle previsioni più pessimistiche. L’export italiano ha continuato a crescere, pur tra difficoltà e incertezze.
Molto più pesanti continuano invece a incidere imposte e accise, alcune addirittura risalenti al secolo scorso, che gravano sui costi di imprese e consumatori. La loro revisione resta un tema aperto.
Per aggirare parte delle difficoltà commerciali, alcune aziende stanno sperimentando piattaforme logistiche dedicate negli Stati Uniti, come una nuova struttura nel Missouri, sul modello di esperienze già operative anche in Italia, ad esempio a Pescara.
Sono da sempre favorevole a queste formule di fulfillment condiviso: il consumatore acquista direttamente, con un solo ricarico commerciale, mentre il servizio logistico si occupa di consegna e distribuzione. Che il margine sia del 10% o di pochi euro a bottiglia conta relativamente: ciò che importa è offrire un accesso più semplice, trasparente e conveniente.
Questa, almeno, è una soluzione concreta.
5 Agosto 2026
La Francia accelera sul vino. Un solo regista, un piano nazionale. E l’Italia?
La Francia ha avviato un progetto strategico, urgente e di lungo periodo, per affrontare gli effetti del cambiamento climatico sulla viticoltura e aggiornare i disciplinari di produzione. Il coordinamento è affidato a un solo soggetto: INAO (Institut National de l’Origine et de la Qualité).
Circa venti istituti di ricerca e sperimentazione lavorano sotto un’unica regia, con finanziamenti pubblici e regionali. L’INAO è l’organismo che garantisce il riconoscimento e la tutela delle denominazioni di origine e qualità dell’agroalimentare francese (SIQO) e coordina ricerca, controlli, gestione delle AOC, innovazione agronomica ed enologica, valutazioni economiche e adattamento ai cambiamenti climatici.
Al suo fianco opera il Comitato nazionale AOC dei vini e delle bevande spiritose, sostenuto direttamente dalle imprese del settore. Insieme gestiscono risorse che sfiorano il miliardo di euro all’anno.
Il confronto con l’Italia è inevitabile. Da noi competenze e responsabilità sono distribuite tra numerosi soggetti pubblici e privati, spesso con posizioni differenti che rallentano decisioni e interventi.
Durante l’assemblea unificata di giugno, alla quale erano presenti anche collaboratori di CevesUni, è stato approvato all’unanimità un programma di rafforzamento delle denominazioni francesi.
Due le priorità.
La prima riguarda la revisione di tutti i disciplinari attraverso una linea guida nazionale che affronti irrigazione sostenibile, pratiche agronomiche ed enologiche, adattamento climatico e gestione del territorio.
La seconda punta a un profondo rinnovamento del Comitato nazionale AOC per renderlo più operativo e rapido nelle decisioni.
Le nuove linee guida affrontano temi molto concreti: equilibrio tra domanda e offerta, tutela dei valori fondanti delle AOC – origine, tipicità, trasparenza e credibilità –, irrigazione gestita in funzione dello stress idrico della vite, nuovi sesti d’impianto, densità variabili, rese, gestione della chioma e valorizzazione del paesaggio viticolo, senza compromettere l’identità delle denominazioni.
Ogni tema viene affidato a gruppi di esperti indipendenti, esterni ai tradizionali organismi decisionali. Grande attenzione è riservata anche alle nuove varietà resilienti, comprese PIWI e altre selezioni capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici, nel rispetto delle caratteristiche dei diversi terroir.
Sono già coinvolti diciotto grandi organismi delle AOC francesi. Particolarmente attivi risultano Bordeaux, Provenza e Champagne. Non si escludono, dove necessario, anche spostamenti delle aree vitate per garantire la competitività delle imprese e la sostenibilità del sistema.
Entro la fine del 2026 è prevista la definizione delle nuove norme operative del settore vitivinicolo francese.
Nel frattempo, l’Italia continua a convocare tavoli di crisi senza un vero piano strategico nazionale.
La differenza è evidente: la Francia programma il futuro. Noi continuiamo soprattutto a discutere del presente.
4 Agosto 2026
Chi e come, quando e quanto oggi si consuma vino e quale tipologia
Qualunque riflessione, proposta o programma politico di settore deve sempre tenere conto di più componenti, fattori e parametri. Raramente una criticità si risolve con una sola “medicina”. La complessità della realtà impone, soprattutto a ricercatori, analisti e giornalisti specializzati, di mettere insieme dati, idee e punti di vista per formulare ipotesi concrete e sostenibili.
Da questo principio nasce il lavoro che Ovse-CevesUni di Piacenza porta avanti dal 1991 sul mercato del vino. All’inizio del 2026, alla luce del riposizionamento del settore e della riduzione dei consumi, abbiamo realizzato una nuova indagine: “Chi e come, quando e quanto oggi si consuma vino e quale tipologia?”
L’indagine ha preso in esame anagrafica degli intervistati, luoghi e momenti di consumo, modalità di acquisto, prezzi nella GDO, in enoteca, al ristorante e online, tipologie di vino, vini tradizionali, naturali, dealcolati e altre bevande, sia nei Paesi storicamente produttori sia in quelli emergenti.
La ricerca si basa su 1.546 interviste, articolate in 54 domande e 162 sottodomande, elaborate da tre ricercatori di statistica economica e sociale. Oltre 250.000 dati hanno permesso di analizzare consumatori e non consumatori, esperti e non esperti, suddivisi per età, reddito, titolo di studio, area geografica e nazionalità (gli italiani rappresentano circa il 65% del campione).
Emergono risultati molto chiari, accanto ad altri che richiedono ulteriori approfondimenti, soprattutto se inseriti nel contesto economico generale.
Un’annotazione pratica. Su Instagram @vinospiccio vengono segnalati ottimi vini italiani a prezzi molto accessibili, situazione impensabile fino a pochi anni fa. Personalmente ho trovato anche in Esselunga, tramite Fidaty, interessanti Bordeaux, Loira e Provenza tra 3,99 e 5,99 euro, bottiglie che solo un anno fa costavano oltre 11-14 euro. Segno che il mercato sta cambiando rapidamente.
Mi soffermo su due dati particolarmente significativi.
Tra i minori di 18 anni e i giovani fino ai 25 anni l’interesse verso il vino è ormai molto limitato: meno del 10% manifesta curiosità o competenze, quasi sempre perché proviene da famiglie di appassionati o operatori del settore. La maggioranza non beve alcol, non conosce il prodotto o non dimostra alcun interesse. Diventa quindi indispensabile ripensare completamente il linguaggio, i luoghi e le modalità di comunicazione, affrontando temi come sostenibilità, ambiente, salute e socialità con strumenti vicini alle nuove generazioni.
All’estremo opposto, tra gli over 60, soprattutto oltre i 65 anni e con una presenza femminile crescente, si registra una diminuzione dei consumi, pur mantenendo interesse, cultura e tradizione del vino. Cresce la preferenza per vini bianchi e per prodotti percepiti come più leggeri, con gradazioni alcoliche moderate.
Nel complesso, il consumo medio risulta diminuito di circa il 27% rispetto al 2016.
I due estremi generazionali, pur per motivazioni diverse, condividono oltre il 60% delle risposte su tre aspetti fondamentali: salute, disponibilità economica e costo del vino, oggi considerato spesso non proporzionato al reddito disponibile.
Sono proprio questi i fattori che dovrebbero orientare qualsiasi politica dedicata al comparto vitivinicolo. Servono interventi coordinati che coinvolgano produzione, distribuzione, consumo e comunicazione. Soluzioni parziali o temporanee rischiano infatti di produrre effetti peggiori dell’immobilismo. Un settore complesso richiede inevitabilmente una visione complessiva.
3 Agosto 2026
Il vero problema del vino? Il prezzo della bottiglia al consumo
La vendemmia è iniziata. È stato un vero fotofinish fra Oltrepò Pavese, Franciacorta e Alta Langa per le uve bianche destinate alla spumantizzazione, mentre in Sicilia sono già protagoniste varietà bianche di grande qualità come Grillo e Inzolia, quella autentica.
Per fortuna, i “soliti noti” quest’anno non si sono azzardati, finalmente, a sparare numeri e giudizi sulla vendemmia 2026. Qualche televisione è comunque riuscita a strappare la solita frase: “Vendemmia difficile, a macchia di leopardo, rese scarse, raccolta anticipata… ma qualità eccezionale.
“ Una formula generica e qualunquistica, pronunciata più per chi la dice che per chi dovrebbe ascoltarla.
La realtà è che fino ai primi mesi del 2027, con l’arrivo sul mercato dei nuovi bianchi, dei frizzanti e del Prosecco, non sapremo davvero come sarà andata questa vendemmia. (Leggi tutto)
2 Agosto 2026
Mattarella a Pantelleria, occasione mancata per rilanciare lo Zibibbo
La visita del Presidente della Repubblica sarebbe potuta diventare una grande vetrina nazionale per lo Zibibbo, la viticoltura eroica e l’identità agricola dell’isola. Giampietro Comolli: «Chiamarlo semplicemente passito ne indebolisce storia e riconoscibilità».
La visita del Presidente Sergio Mattarella a Pantelleria ha celebrato i dieci anni del Parco Nazionale e richiamato l’attenzione sulle isole minori. Secondo Giampietro Comolli, tuttavia, si è persa l’occasione di valorizzare con maggiore forza lo Zibibbo, simbolo agricolo, culturale ed economico dell’isola.
Pantelleria ha accolto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una grande festa e con l’omaggio di una confezione di Passito di Pantelleria. Un gesto significativo che, secondo Giampietro Comolli, avrebbe potuto trasformarsi in un messaggio ancora più forte: mettere al centro il nome Zibibbo, la vite che da secoli identifica l’isola, il suo paesaggio e il lavoro di tante famiglie pantesche… ( Leggi tutto l’articolo)
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Nota della Redazione
“Il mondo, dell’agroalimentare e del buon vivere si osserva e si gusta giorno dopo giorno.” Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli è la rubrica mensile di Newsfood dedicata a: vino, agroalimentare, territori, politiche europee, turismo e cultura del cibo. Ogni mese raccoglie riflessioni, analisi e spunti su temi di attualità, con attenzione al rapporto tra economia reale, imprese, consumatori e identità italiana.
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Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre. Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano. Giampietro Comolli |
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