Allarme siccità – Acqua, il petrolio dell’Italia: urge un Piano nazionale
16 Agosto 2026
Siccità, alluvioni, reti che perdono e acqua piovana che non riusciamo a trattenere: l’Italia ha urgente bisogno di una politica nazionale capace di raccogliere, conservare e utilizzare una risorsa che vale più del petrolio.
Non si può più perdere tempo: “decenni senza una strategia sufficiente e continuativa” ma si incomincia a fare qualcosa…
Newsfood.com, 13 agosto 2026
Allarme siccità – Acqua, il petrolio dell’Italia: urge un Piano nazionale
Siccità, alluvioni, reti che perdono e acqua piovana che non riusciamo a trattenere. Il caso della diga del Brugneto riapre una questione decisiva: l’Italia ha urgente bisogno di una politica nazionale capace di raccogliere, conservare e utilizzare una risorsa che vale più del petrolio.
Acqua gratis dal cielo. Ma non sappiamo conservarla
Recenti interviste e dichiarazioni di amministratori pubblici lasciano spesso di sasso.
Da anni parliamo di siccità, alluvioni, agricoltura in difficoltà, fiumi in sofferenza. Ma dov’è una vera strategia generale per raccogliere, conservare e governare le acque piovane? Quelle che, per dirla semplicemente, il Buon Dio ci manda gratis.
Per trovare una stagione nella quale l’Italia ragionava sistematicamente anche su piccoli invasi e laghetti collinari dobbiamo tornare indietro di decenni.
Erano opere utili all’irrigazione, ma potevano avere anche una funzione ambientale e territoriale: trattenere parte dell’acqua, renderla disponibile nei periodi asciutti, sostenere coltivazioni altrimenti impossibili e offrire una riserva in caso di emergenza. Poi quella progettualità si è progressivamente fermata.
Senza acqua muore anche l’agricoltura di montagna
Credo che la perdita di questa capacità progettuale abbia contribuito anche all’abbandono dell’agricoltura di montagna.
L’acqua significa possibilità di coltivare. Significa reddito. Significa poter scegliere colture di maggiore valore.
E quindi significa anche dare una ragione economica per continuare ad abitare territori che altrimenti rischiano di spopolarsi.
Oggi tutto è diventato ancora più urgente. Periodi molto lunghi senza precipitazioni si alternano a eventi meteorologici estremi durante i quali enormi quantità d’acqua cadono in pochissimo tempo creando anche disastri..
Il problema non è più soltanto quanta acqua abbiamo. Il problema è quanta ne riusciamo a conservare quando arriva.
Il paradosso italiano: tanta acqua e perdite enormi
C’è un numero che dovrebbe essere scritto sulla scrivania di ogni amministratore pubblico.
Secondo Istat, nel 2022 il 42,4% dell’acqua immessa nelle reti comunali di distribuzione italiane non è arrivato agli utenti finali. Parliamo di circa 3,4 miliardi di metri cubi dispersi.
Una quantità che, secondo la stessa Istat, potrebbe soddisfare per un anno le esigenze idriche di 43,4 milioni di persone.
Prima ancora di cercare nuova acqua, dunque, dovremmo chiederci che cosa stiamo facendo di quella che già abbiamo.
Il caso Brugneto: l’acqua di Genova che serve anche alla Val Trebbia
Facciamo un esempio concreto.
La diga del Brugneto, sull’Appennino ligure, può accumulare circa 25 milioni di metri cubi d’acqua ed è una fonte fondamentale per l’approvvigionamento idropotabile genovese. Ma l’acqua rilasciata dall’invaso interessa anche il Trebbia e quindi l’agricoltura piacentina. Da qui nasce una disputa che dura da anni. Genova deve giustamente proteggere l’acqua potabile dei propri cittadini.
Piacenza deve altrettanto legittimamente difendere il Trebbia, l’agricoltura e il proprio territorio. Chi ha ragione?
La vera domanda dovrebbe essere: come possiamo gestire insieme una risorsa che appartiene a un sistema idrografico e non ai confini amministrativi disegnati sulla carta?
Brugneto, qualcosa finalmente si muove
A fine luglio 2026 è arrivato un fatto nuovo. Liguria, Emilia-Romagna e le Autorità di bacino competenti hanno raggiunto un’intesa preliminare che prevede, durante la stagione irrigua, un rilascio verso la Val Trebbia di almeno 4 milioni di metri cubi d’acqua all’anno, rispetto ai 2,5 milioni previsti dalla precedente concessione.
Se le disponibilità dell’invaso lo consentiranno, il quantitativo potrà aumentare.
Resta giustamente prioritaria la sicurezza dell’approvvigionamento idropotabile di Genova.
È già un bel un passo avanti. Ma proprio il caso Brugneto dimostra che non possiamo affrontare l’emergenza acqua con una trattativa diversa per ogni fiume, ogni diga e ogni Regione.
Non basta costruire nuove dighe
Occorre un Piano nazionale dell’acqua. Ma attenzione: non significa semplicemente costruire grandi dighe ovunque.
Significa mettere insieme:
- manutenzione e ammodernamento degli acquedotti;
- riduzione delle perdite;
- piccoli e medi invasi dove tecnicamente ed ecologicamente sostenibili;
- bacini collinari destinati all’agricoltura;
- casse di espansione;
- raccolta delle acque meteoriche;
- riutilizzo delle acque depurate;
- tutela delle falde;
- gestione coordinata dei bacini fluviali;
- produzione idroelettrica dove possibile e sostenibile.
Una strategia mirata, non cento interventi scollegati.
I Contratti di Fiume possono servire. Se servono davvero
Esistono anche i Contratti di Fiume, strumenti volontari di programmazione e gestione integrata dei territori fluviali. Benissimo, ma devono produrre interventi concreti.
Un Contratto di Fiume non può diventare solo una stelletta da mettere sul programma elettorale di qualche amministratore. Deve significare progetti, responsabilità, finanziamenti, tempi, controlli e risultati. E deve guardare al fiume intero: dalla sorgente alla foce.
Da Pantelleria una lezione antica
A volte non occorre inventare nulla. Basta osservare ciò che l’uomo ha imparato nei secoli.
I dammusi di Pantelleria sono stati costruiti anche per raccogliere la preziosissima acqua piovana. Quando l’acqua è poca, è preziosa e ogni goccia conta. Forse noi abbiamo dimenticato questa semplice regola perché per troppo tempo abbiamo creduto di averne sempre a disposizione.
Dovremo anche imparare a rinunciare a qualcosa
Vogliamo acqua, energia, agricoltura produttiva, paesaggi perfetti, turismo, aria condizionata, elettrodomestici in ogni stanza e nessun impianto visibile dalla nostra finestra. Forse non sarà possibile avere tutto.
Io una scelta sono disposto a farla.
Meno consumi, meno elettrodomestici, maggiore attenzione all’ambiente. Non possiamo continuare a consumare senza limiti e contemporaneamente opporci a qualsiasi infrastruttura necessaria alla comunità. La politica dovrà decidere in fretta; e dovrà farlo guardando ai prossimi cinquant’anni, non alle prossime elezioni.
Perché l’acqua è già diventata il nuovo petrolio.
Per l’Italia, probabilmente, vale ancora di più.
Giampietro Comolli
BOX 1
I numeri: qui Comolli ha centrato il problema
Il dato nazionale più solido è impressionante: nel 2022 l’Italia immetteva nelle reti comunali circa 8 miliardi di m³, ma ne erogava agli utenti soltanto 4,6 miliardi. Le perdite erano quindi 3,4 miliardi di m³, pari al 42,4%. Istat stima che quell’acqua sarebbe sufficiente a soddisfare per un anno 43,4 milioni di persone.
C’è però un aggiornamento interessante: nei soli capoluoghi, nel 2024 l’efficienza delle reti è stata del 64,8%, quindi le perdite sono nell’ordine del 35,2%. Il problema rimane enorme, ma eviterei nell’articolo di attribuire automaticamente un “40% di perdite” alla sola Genova senza un dato specifico aggiornato.
Non facciamo molto da 40 anni”, ma oggi qualcosa si sta facendo: a luglio 2026 il MIT ha comunicato il completamento di 48 sistemi idrici e 79 interventi, nell’ambito di circa un miliardo di euro PNRR destinato a 124 interventi. Inoltre il PNIISSI ha già pianificato 418 interventi per circa 12 miliardi di euro ammissibili.
Istat – dati sull’acqua in Italia
MIT – investimenti PNRR nelle infrastrutture idriche
BOX 2
Brugneto: i numeri dietro la “guerra dell’acqua”
La diga può accumulare circa 25 milioni di m³ ed è una risorsa primaria dell’acquedotto genovese. La vecchia concessione prevedeva 2,5 milioni di m³ destinati al Trebbia. Dopo settimane di tensione, il 28 luglio 2026 Liguria, Emilia-Romagna e le Autorità di bacino hanno raggiunto un’intesa preliminare: almeno 4 milioni di m³ ogni stagione irrigua, dal 15 maggio al 15 settembre, con possibili quantità aggiuntive quando le condizioni dell’invaso lo consentono. La priorità dell’approvvigionamento potabile genovese viene salvaguardata.
Questo cambia parecchio la lettura del testo originale di Comolli: la contrapposizione Genova-Piacenza esiste ed è stata molto forte ancora a luglio, ma proprio nelle ultime settimane si è trasformata in un primo tentativo di gestione condivisa.
ANSA – accordo Brugneto del 28 luglio 2026

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici
mercato consumi distretti produttivi






