Zaia risponde alle accuse di razzismo gastronomico

Zaia risponde alle accuse di razzismo gastronomico

 

In due lettere pubblicate su due insigni quotidiani britannici (il Times ed il Guardian), il ministro Luca Zaia ha voluto difendere le eccellenze agroalimentari italiane così come
il patrimonio storico e culturale di cui sono frutto. I due giornali, seppur con modalità distinte, avevano infatti pubblicato articoli accusando gli italiani di ‘razzismo
gastronomico’ nei confronti dei cibi non prettamente italiani.

Pubblichiamo per intero le due lettere che sono apparsi su entrambi i quotidiani.

Caro direttore del Times,

ho letto l’articolo pubblicato dal Times il 31 gennaio scorso sulla vendita di kebab e di cibi stranieri, in cui si cita anche il mio nome. Vorrei quindi dire qualche parola a
commento. La mia non è una battaglia contro qualcuno, ma in difesa di qualcosa: a tutela di un giacimento agroalimentare che è figlio della straordinaria ricchezza
culturale del nostro Paese. Caro direttore, lei conoscerà sicuramente le ville del Palladio, che popolano la riviera del Brenta – in una di queste dimorò anche Byron
– o le Torri di San Gimignano, che svettano nel piccolo paese omonimo della Toscana. Questi esempi di eccellenza architettonica, concentrati in territori relativamente poco
estesi, trovano il loro controcanto nella ricchissima varietà di cui si nutre il patrimonio enogastronomico italiano. La bellezza del nostro Paese, che probabilmente anche molti
dei suoi lettori apprezzano, sta proprio in questa infinita ricchezza di luoghi, paesaggi, monumenti, cibi e tradizioni che le passate generazioni ci hanno lasciato e che vorremmo poter
consegnare in eredità ai nostri figli. Abdicare alla varietà e alla tipicità che contraddistinguono la nostra tradizione culinaria in nome del principio della
mescolanza e della contiguità alimentare ad ogni costo significa, a mio avviso, depauperare un patrimonio. Io stesso mi sono fatto portavoce di una possibile conciliazione,
proponendo di usare i prodotti italiani per preparare piatti tipici di altre cucine, ad esempio il riso alla cantonese con le nostre uova, il nostro prosciutto e una delle straordinarie
varietà di riso che crescono nel nostro Paese. Si tratta di un principio di civiltà che vale per la nostra come per le altre culture, è ovvio. Come è ovvio
che, in questo settore, l’Italia conta su un patrimonio (oltre 4.500 prodotti tipici iscritti nell’Atlante agricolo italiano). Tutto ciò è assai lontano da
quel “razzismo enogastronomico” che si imputa agli italiani. Ma senza un’identità da difendere, non rimarrà neanche più nulla da mescolare. E una
passeggiata per via Fillungo, a Lucca, sarà uguale ad un giro per una strada qualsiasi di una città qualsiasi: stesse insegne, stessi odori, stessi sapori. Non di
intolleranza culinaria – o di altro genere – si tratta dunque, come pure si lascia intendere nell’articolo, ma di insofferenza verso ogni forma di omologazione, e di
amore per la propria cultura, di cui il nostro bacino agroalimentare non è che una delle innumerevoli espressioni.

Caro direttore del Guardian,

ho letto un articolo del suo giornale in cui si scrive che il cibo straniero farebbe infuriare gli italiani e che la cucina italiana per come è conosciuta e amata oggi nel mondo
sarebbe in realtà una creatura relativamente recente, risalente all’Ottocento. Vorrei ribattere innanzitutto a quest’ultima affermazione, per smentirla nel modo
più assoluto. In realtà, la nostra tradizione culinaria affonda le sue radici molti secoli prima, all’epoca dei romani. Ne è prova un trattato di Marco Porcio
Catone, che le consiglio di leggere: il De Agri cultura, in cui il “Censore” ci regala, tra le altre cose, molte ricette dell’epoca, che mostrano straordinarie
somiglianze con il moderno stile italiano di fare cucina. Che poi la nostra cultura alimentare sia anche il frutto di contaminazioni sedimentatesi nei secoli, è un fatto
innegabile. Ma è appunto l’unicità di questa nostra molteplicità che noi cerchiamo di tutelare e che tanto è apprezzata nel mondo. Non si può
perdere la propria identità, alimentare e culturale, nel nome dell’accoglienza, altrimenti si rischia di diventare un contenitore vuoto che non ha più nulla da
offrire. Gli italiani non sono affatto infastiditi dalle cucine straniere, e le posso garantire che conservano sempre enorme curiosità per le pietanze di altri popoli e di altre
culture. Ma mesi sosteniamo con forza (e come non potremmo?) quel ricchissimo giacimento culturale che è l’agroalimentare italiano. È un patrimonio fatto di materie
prime – siamo infatti i primi in Europa per denominazioni di origine certificata – e di tecniche, poiché se si attraversa lo stivale si scoprono mille ricette e
disciplinari, uno diverso dall’altro. Per lo stesso principio della contaminazione, poi, che vuole un pesce del Baltico – il baccalà – cucinato alla Veneta o
alla siciliana, il kebab o il riso alla cantonese possono essere preparati usando la carne ed il riso italiani. La domanda che chiude l’articolo riassume bene il nodo focale della
questione: la globalizzazione non sempre è una forza benevola: quando si pone come agente di appiattimento culturale, e gastronomico, va combattuto. E con energia.

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