Un’azienda agricola spende ogni ora 2 euro per pagare la burocrazia, i suoi adempimenti, i suoi ritardi e impiega otto giorni al mese per riempire le carte

Un’azienda agricola spende ogni ora 2 euro per pagare la burocrazia, i suoi adempimenti, i suoi ritardi e impiega otto giorni al mese per riempire le carte

Due euro ogni ora di lavoro, 20 euro al giorno, 600 euro al mese, 7200 euro l’anno. Tanto spende, in media, un’azienda agricola italiana per pagare i costi della burocrazia, dei suoi adempimenti,
dei suoi ritardi. Non basta. Occorrono otto giorni al mese per riempire le carte richieste dalla Pubblica amministrazione centrale e locale. In pratica, cento giorni l’anno. Un compito che
difficilmente l’imprenditore agricolo può assolvere da solo e, quindi, nel 58 per cento dei casi è costretto ad assumere una persona che svolge tale attività e per il
restante 42 per cento si rivolge ad un professionista esterno, con costi facilmente immaginabili. Un dato emblematico che conferma le difficoltà di un produttore davanti al “mostro”
burocratico emerso oggi a Bruxelles nel corso della Conferenza, promossa dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori, sulla semplificazione della Politica agricola comune (Pac).

I lavori della Conferenza, alla quale hanno partecipato esponenti delle istituzioni italiane ed europee (tra cui il presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo Paolo De
Castro), esperti e rappresentati del mondo economico e scientifico, sono stati aperti da una relazione di Giordano Pascucci, membro della Giunta nazionale confederale e presidente della Cia
Toscana, e conclusi da Giuseppe Politi, presidente della Cia.

La burocrazia – è stato rilevato durante la Conferenza Cia – rappresenta ormai un fardello molto pesante per l’intero settore agricolo che ogni anno si vede sottrarre da questo vero e
proprio “divoratore” di risorse più di 4 miliardi di euro, il 30 per cento dei quali addebitabile ai ritardi, ai disservizi e alle inefficienze della Pubblica amministrazione. Cifre che
diventano ancora più macroscopiche se si prende in considerazione l’insieme dell’imprenditoria del nostro Paese che spende in burocrazia – i dati sono relativi al primo semestre del 2009 –
la bellezza di oltre 21 miliardi di euro l’anno. In pratica, più di duemila euro ad impresa. E così la burocrazia si mangia in media ogni mese uno stipendio. E questo nonostante
negli ultimi anni ci siano state delle semplificazioni a livello amministrativo, unitamente all’avvento di Internet e della digitalizzazione.

Una situazione, quindi, allarmante che crea insormontabili problemi all’imprenditore. Sta di fatto che proprio nel settore agricolo si riscontrano palesi difficoltà per le aziende. Basti
pensare che, secondo un sondaggio della Cia tra gli agricoltori, la “malaburocrazia”, subito dopo i costi produttivi e contributivi, è l’incubo maggiore (ha risposto in questo senso il 64
per cento degli intervistati).

Sempre nell’indagine della Cia si riscontra che il 6 per cento degli imprenditori agricoli chiede una semplificazione amministrativa in quanto la ritiene fattore indispensabile per lo sviluppo.
Sta di fatto che, proprio a causa di questa “zavorra”, il 34,3 per cento delle aziende agricole del nostro Paese ha rinunciato, nel 2008, ad assumere nuovo personale, il 25,5 per cento ha messo
da parte progetti di ammodernamento, innovazione e ricerca, il 21,5 per cento non ha compiuto alcun tipo di investimento, il 18,7 per cento è stato costretto a ridurre le
coltivazioni.

Per le imprese, comunque, l’ammontare delle spese burocratiche – è stato sottolineato nell’iniziativa della Cia – è da addebitare per il 46 per cento a costi esterni e al restante
54 per cento a costi interni all’azienda.
Oltre al costo economico, l’aspetto che più denunciano le imprese è costituito dalle lungaggini e dai tempi “scandalosi” richiesti per una semplice pratica di carattere
amministrativo, per la quale sarebbero sufficienti solo poche ore, se non minuti.

Difficoltà che incontrano soprattutto i giovani imprenditori agricoli. Basta rilevare che per avviare un’azienda in Italia costa 18 volte in più rispetto alla media europea. Stesso
discorso per ottenere le autorizzazioni a costruire una struttura aziendale: bisogna espletare più di venti pratiche, aspettare mediamente circa 300 giorni (negli Stati Uniti ne bastano
60) e spendere il triplo rispetto ad un paese come la Spagna.

E ancora. Per pagare imposte e contributi, divisi in più di venti diversi versamenti nel corso dell’anno, il titolare di un’impresa agricola italiana perde complessivamente 360 ore, contro
le 203 della media europea.
Da rilevare ancora che l’impatto per gli adempimenti amministrativi è oscillato in media, nel 2008, tra il 22 e il 28 per cento sui costi sostenute dalle imprese agricole. Eppure
basterebbero poche misure per garantire un effettivo risparmio economico. Un esempio per tutti: una riduzione del 25 per cento del carico dell’apparato burocratico, che nel nostro Paese pesa per
il 4,5 per cento sul Prodotto interno lordo (contro il 3,5 per cento dell’Unione europea), per determinare un risparmio di quasi 31 miliardi, pari all’1,7 per cento del Prodotto interno lordo.
Una somma considerevole con la quale si possono mettere in moto interventi a sostegno della ripresa economica e, quindi, dei vari settori produttivi.

La semplificazione amministrativa, lo snellimento delle procedure e la riduzione degli oneri burocratici rappresentano un’esigenza fondamentale per una società che deve crescere. Gli
orientamenti dell’Europa vanno tutti in questa direzione, mentre l’Italia, purtroppo, è ancora di gran lunga indietro su tale particolare versante.
Nella Conferenza di Bruxelles, la Cia ha elencato le sue priorità per la semplificazione: domanda unica per l’accesso ai benefici della Pac; il fascicolo aziendale digitale e
l’unificazione dei registri gestionali; dichiarazione unica per l’accesso alle prestazioni sociali; lo sportello unico per le attività produttive e la sussidiarietà; le procedure in
materia di lavoro; la legislazione sulla sicurezza alimentare; la razionalizzazione dei controlli; semplificazioni amministrative in materia ambientale.

I principali punti di criticità della attuale gestione burocratico-amministrativa sono, secondo la Cia, l'”ipertrofia normativa”, talvolta non giustificata o sproporzionata rispetto agli
obiettivi dichiarati di politica agraria; la moltiplicazione delle date di intervento e conseguente duplicazione degli iter istruttori, anche per informazioni congruenti o correlate, con un
incremento ingiustificato di costi sia per i produttori che per la pubblica amministrazione; la duplicazione degli iter istruttori comportano, inoltre, un incremento del rischio di errore
amministrativo sia da parte del produttore che dell’amministrazione, con ulteriori perdite di tempo e di fiducia nel rapporto imprese-pubblica amministrazione.

L'”ipertrofia normativa” comporta, infine, il forte rischio (in parte già verificato per il primo pilastro della Politica agricola comune) di un utilizzo delle risorse comunitarie molto
inferiore a quanto potenzialmente disponibile per l’agricoltura italiana.

Per la Cia, pertanto, è assolutamente necessario non derogare dall’indicazione della domanda unica modulare e flessibile, che raccoglie con una sola data di presentazione tutte le
richieste e le dichiarazioni dell’imprenditore. Per quando possibile la domanda deve essere semplificata e pluriennale con semplice conferma annuale, valorizzando appieno il fascicolo
aziendale.

L’accoglimento delle proposte della Cia – è stato evidenziato durante la Conferenza di Bruxelles – comporterebbe, soprattutto una riduzione mediamente del 30 per cento (per alcune aziende
anche molto di più) dei tempi impiegati dai produttori nella predisposizione delle diverse domande Pac. Altri importanti benefici riguardano una riduzione significativa dei costi di
sistema da parte della pubblica amministrazione; un migliore utilizzo delle risorse comunitarie; una riduzione di vincoli alla libera iniziativa imprenditoriale; un miglioramento del clima
relazionale tra imprese, pubblica amministrazione e decisori politici.

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