“Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci …” da I Promessi Sposi
7 Giugno 2026
La madre di Cecilia – Dov’è a Milano la soglia di uno di quegli usci? – Svelato un mistero de “I Promessi Sposi”
Colombo Clerici: ecco dove il Manzoni ha collocato il celebre luogo
| A cura di ASSOEDILIZIA informa |
Milano, 7 giugno 2026
I luoghi di Milano tra storia, leggenda e attualità
“Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci …” da I Promessi Sposi
Colombo Clerici: ecco dove il Manzoni ha collocato il celebre luogo
di Ben Sicchiero
“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci …” E’ la soglia più memorabile della narrativa, da quando l’arte del Manzoni vi ha impresso il bassorilievo funerario della madre di Cecilia, di una potenza di cui è difficile ricordare l’eguale.
Va anzitutto ricordato che l’episodio non è una fantasia letteraria dell’illustre Autore, ma un fatto realmente accaduto, come storicamente provato.
Ma dove il Manzoni colloca la “soglia di uno di quegli usci”?

Alla Società del Giardino il presidente di Assoedilizia, Achille Colombo Clerici, nel corso di una conversazione su Milano, cala nella città di oggi l’immagine della madre di Cecilia, una tra le più potenti e tra le più tremende di tutta la letteratura italiana.
« Pochissimi tra gli studiosi del Manzoni si sono posti la curiosità di sapere in quale angolo della nostra città il Manzoni collochi quella famosa “soglia di una di quegli usci”: il prefetto dell’Ambrosiana Angelo Paredi, don Cesare Angelini e pochi altri.
Eppure si tratta di un episodio storicamente avvenuto, descritto fedelmente da Federico Borromeo nel “De Pestilentia” cap. ottavo “De miserandis casibus” pubblicato per la prima volta nel 1932 dal dottore dell’Ambrosiana don Agostino Saba.
Nella descrizione fatta dal Manzoni nel romanzo ( cap. 34^) l’Autore accompagna Renzo nel percorso alla ricerca di Lucia presso la casa di Don Ferrante e di Donna Prassede.
Renzo incontra i Monatti e la madre di Cecilia
…Renzo si tiene sulla “mancina”. Costeggia l’edificio popolare dove ora sorge il palazzo del Corriere della Sera, poi passa a fianco del tumbun, oltrepassa la chiesa di S. Marco, svolta a sinistra. Pochi passi, attraversa il ponte Marcellino ( dal nome di un appartenente alla famiglia Ajroldi ) ed imbocca la via Borgonuovo.
“In fondo alla via”, ma quasi all’inizio diciamo noi, perchè quella via è un dog leg, secondo la definizione golfistica (cioè una via storta come lo sono a Milano tutte le vie di impronta romana e medioevale, permettevano di scantonare e sottrarsi ai colpi di archibugio, mentre le vie di Milano di impronta napoleonica o asburgica sono tutte diritte e perpendicolari) Renzo incontra il nostro “navigatore satellitare”.

Un prete ‘in funzion di prete’ ( dal farsetto che indossava) che, tenendolo un po’ a distanza con un bastoncino da passeggio puntato a terra, gli indica l’itinerario con il criterio del percorso più breve.
Cosi Renzo prosegue fino a percorrere tutta la via Borgonuovo. Arriva all’incrocio di Croce Rossa (Carrobbio di Porta Nuova, chiesa di S. Anastasia, ora s. Francesco di Paola).
Fin qui la descrizione del percorso fatta dal Manzoni.
Poi l’Autore continua il racconto, lasciando all’intuizione del lettore di immaginare il percorso che Renzo sta compiendo.
Renzo imbocca l’attuale via Montenapoleone, la contrada del Monte verso la contrada S.Andrea. (Non avrebbe avuto senso svoltare nè a sinistra, nè a destra: in un caso sarebbe tornato indietro, nell’altro si sarebbe diretto verso il Duomo. Ma allora il “navigatore” gli avrebbe indicata da percorrere direttamente la via Brera ).

Renzo percorre dunque per un certo tratto la via Montenapoleone, sinche’ arrivato all’incrocio con l’attuale via Verri, svoltato l’ angolo, s’imbatte nell’ immagine del carro dei monatti che raccolgono i morti. “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci e veniva verso il convoglio una donna…..
Ecco dove stava la soglia di uno di quegli usci.
L’episodio più straziante e più poetico al tempo stesso di tutto il romanzo.»
Il celebre passo della “madre di Cecilia”
«Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo.
La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo.

Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio.
Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno…»
Foto Cover: il Lazzaretto di Milano
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