Regge il settore agroalimentare italiano

 

Il comparto agroalimentare dovrebbe superare l’attuale crisi finanziaria ed economica mantenendo una buona performance del ritorno degli investimenti (ROI: 0.6 nel 2008 rispetto
all’anno precedente e di un altro 0,5 nel 2009) grazie ad un graduale processo di specializzazione in filiere integrate ed internazionalizzazione. Questa è la conclusione
dell’Assessore alle Politiche Agroalimentrari della Provincia di Forlì-Cesena, Gian Luca Bagnara, sulla base del modello econometrico sviluppato nell’ambito del
dottorato di Ricerca in Economia Alimentare dell’Università di Bologna.

Il modello econometrico è stato costruito su un sistema di indicatori di bilancio e di variabili macroeconomiche, predisposto per 6 paesi europei, 9 settori (7 riferiti
all’industria alimentare, 1 al commercio di prodotti alimentari e 1 all’agricoltura), per un periodo di 9 anni: in totale, sono stati calcolati gli indicatori di bilancio di
circa 9 mila imprese a livello europeo.

Il clima di depressione finanziaria indurrà poi le imprese a contenere il capitale investito permettendo così un ulteriore miglioramento del ritorno degli investimenti. La
variabile negativa può invece derivare dalla tensione dei crediti al commercio inseriti in una politica più ampia di innalzamento del deficit pubblico necessario per far
fronte alla crisi finanziaria ed all’esigenza di investire per far ripartire il ciclo economico: un allungamento di 10 giorni di pagamento indurrebbe un peggioramento del ROI
dello 0.2.

Tale situazione, che conferma la definizione di «settore anticiclico», afferma Gian Luca Bagnara, nasconde però alcune criticità gestionali che si potrebbero
rilevarsi pericolose nel medio periodo. In uno scenario macroeconomico in calo, cioè di crisi, occorre infatti tener presente gli effetti sulla gestione operativa e quelli
sulla gestione finanziaria delle imprese agroalimentari:

Effetti sulla gestione operativa: Una situazione di ciclo economico negativo favorisce una minore domanda o domanda stagnante con maggior vantaggio, nel breve periodo, per
il prodotto indifferenziato o di minor valore aggiunto. Questo richiede così minori investimenti strutturali (es. immobilizzazioni tecniche) ma maggiori di tipo organizzativo
(es. avviare partnership commerciali) per sviluppare comunque il fatturato. In tale situazione viene avvantaggiato il posizionamento sui marchi privati (private label) della grande
distribuzione il quale, sul breve periodo, si traduce in redditività per l’industria alimentare anche se diventa poi rischioso in una successiva fase di ripresa in quanto
viene compromessa la potenzialità di differenziazione sul mercato. Se la stagnazione o, meglio, il calo è accompagnato anche da una minore apertura verso i mercati
internazionali, vi è un minor rischio sul flusso di cassa dell’industria stessa, evidenziando così una esigenza meno forte di strategie di differenziazione.
All’opposto la situazione è più critica se il ciclo economico in calo è accompagnato da una maggiore apertura dei mercati.

• Effetti sulla gestione finanziaria: La difficoltà economica potrebbe favorire poi un maggior peso del deficit sul Pil anche per mantenere politiche di
investimento pubblico necessarie a fare da spinta al ciclo economico. A seguito delle relative politiche finanziarie, il maggior deficit si può riflettere in una maggiore
pressione sulla gestione finanziaria da parte del settore commercio con ulteriori difficoltà per la redditività dell’industria alimentare.

I settori che più dovrebbero beneficiare in termini di ritorno degli investimenti dovrebbero essere quello ortofrutticolo, le bevande ed i prodotti alimentari elaborati.
Più in difficoltà sono il settore del latte, delle carni rosse e della mangimistica a causa del maggiore indebitamento delle imprese.

Purtroppo, l’agroindustria soffre di costi fissi elevati ed imprese sotto-capitalizzate. Questi fattori rendono poi difficile il rapporto con il sistema bancario alzando
così il costo del danaro ed i relativi oneri finanziari. I tempi medi di incasso dei crediti commerciali (90 giorni in Italia), infatti, sono sensibilmente superiori rispetto a
quelli europei (53 giorni). I bilanci delle imprese italiane, in particolare, evidenziano una durata media delle scorte di 77 giorni ( 26 in Europa), probabilmente legata a prodotti
più elaborati e stagionati, ma che incidono sensibilmente sul capitale investito. Tutto questo comporta maggiori difficoltà nel fare fronte agli impegni di breve periodo:
l’indice di liquidità primaria dell’IT (0,61) è infatti decisamente inferiore a quello europeo (0,83) e, più in generale, a quella soglia
(l’unità) che convenzionalmente segna il confine con la possibilità dell’insorgenza di tensioni finanziarie nel breve periodo (come previsto dall’accordo
di Basilea II). In altri termini, la liquidità dell’impresa, compresi i crediti, non è sufficiente per coprire i debiti correnti.

E’ un aspetto di forte criticità poiché, generalmente, questo fabbisogno di breve periodo è coperto ricorrendo al sistema bancario (anticipi in conto corrente
e fidi). L’industria alimentare italiana è perciò fortemente esposta all’indebitamento con gli istituti di credito (il rapporto tra debiti finanziari e mezzi
propri è quattro volte superiore a quello europeo: 1,6 contro 0,4).

Un’altra causa dell’indebitamento elevato risiede nella sottocapitalizzazione tipica dell’impresa italiana. Il rapporto di indebitamento (rapporto tra il totale delle
fonti ed il patrimonio netto) è, infatti, compreso tra 5 e 6 per l’Italia, rispetto al 2,9 dell’Unione Europea. I mezzi propri, inoltre, coprono appena il 50-60%
delle immobilizzazioni contro 88% in Europa.

 

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