Pratenberg conquista Milano: i vini di Karoline Sinn brillano da Don Juan
11 Maggio 2026
Esistono ancora angoli di Milano capaci di sorprendere. Basta lasciare alle spalle il rumore nervoso di Corso Lodi e della circonvallazione esterna per infilarsi in via Altaguardia, strada raccolta, quasi silenziosa, minuscola e ombreggiata come il suo immenso ginkgo biloba che sembra custodire il quartiere con una calma quasi mitteleuropea. È qui, al civico 2, che il ristorante Don Juan ha ospitato una degustazione dei vini della cantina Pratenberg di Merano.
Una serata primaverile elegante ma non ingessata, dove il vino è tornato ad essere convivialità vera e non semplice esercizio di narcisismo enologico.
Don Juan e quella Milano che resiste alla standardizzazione
Il Don Juan appartiene a quella categoria sempre più rara di ristoranti milanesi che riescono ad avere personalità senza trasformarsi in scenografie artificiali da social network. La cantina sotterranea in mattoni freschi, le luci morbide, il servizio attento ma mai teatrale: tutto contribuisce a creare un’atmosfera quasi fuori dal tempo.
Anche il menu della degustazione ha evitato gli automatismi prevedibili. Empanadas, animelle di vitello alla griglia, entraña di Black Angus, patate rustiche al rosmarino e speck, insalata verde di stagione e soprattutto i panqueque al dulce de leche finali hanno costruito un percorso coerente, ricco ma equilibrato.
Una cucina argentina che non cercava di dominare il vino, ma di accompagnarlo con intelligenza. Cosa assai meno frequente di quanto si immagini nelle degustazioni contemporanee.

Karoline Sinn e il piccolo universo di Pratenberg
Al centro della serata c’era però soprattutto la passione di Karoline Sinn, anima della tenuta Pratenberg. Una figura lontana dagli stereotipi glamour che oggi infestano parte del mondo del vino. Karoline racconta i suoi vigneti con entusiasmo autentico e con la precisione di chi conosce intimamente la propria terra.
Non a caso è geologa. E quando descrive i terreni dei vigneti — sedimenti glaciali, arenaria, porfido, rocce metamorfiche e granitiche — lo fa con una competenza tecnica che però non diventa mai fredda accademia.
La tenuta nasce dal recupero di un antico maso distrutto e ricostruito dalla famiglia dal 2015. Un progetto piccolo, indipendente e profondamente personale, immerso nel clima mite e ventilato delle colline meranesi esposte a sud.
Il risultato sono vini che rifuggono ogni omologazione internazionale.
Gewürztraminer: aromatico ma finalmente elegante
Il vino che ha probabilmente convinto maggiormente molti presenti è stato il Gewürztraminer. Vitigno spesso vittima di interpretazioni troppo zuccherine, eccessivamente profumate e quasi stancanti.
La versione di Pratenberg invece sorprende per equilibrio. I profumi tipici — spezie, rosa, frutta tropicale — sono presenti ma non invadenti. Soprattutto emerge una scelta stilistica molto precisa di Karoline Sinn: evitare qualsiasi deriva stucchevole.
Il risultato è un Gewürztraminer fresco, dinamico, estremamente beverino e persino gastronomico. Un vino aromatico che non diventa caricatura di sé stesso.
E nel panorama contemporaneo non è poco.
La Schiava: il rosso che molti hanno smesso di capire
La vera scoperta culturale della serata è stata però la Schiava, uno dei vini più identitari dell’Alto Adige e al tempo stesso uno dei più ingiustamente sottovalutati.
La Schiava non punta sulla potenza o sulla concentrazione. Non cerca muscoli né effetti speciali. È un rosso chiaro, agile, delicato, floreale, con piccoli frutti rossi e tannini lievissimi. Un vino storicamente pensato per accompagnare l’intero pasto.
Ed è proprio qui la sua grandezza.
In anni in cui molti rossi sembrano progettati più per impressionare degustatori compulsivi che per essere realmente bevuti a tavola, la Schiava rappresenta quasi una forma di resistenza alpina alla spettacolarizzazione del vino.
Quella di Pratenberg è splendida: leggera ma non vuota, elegante ma non fragile, semplice solo in apparenza.
Lagrein: profondità senza pesantezza

Di grande livello anche il Lagrein, probabilmente il vino più strutturato della degustazione. Il colore è intenso e profondo. Al naso emergono mora, mirtillo, ribes nero, leggere tostature, chiodi di garofano, foglia di fico fresca e delicate note vanigliate.
Ma ciò che convince davvero è l’equilibrio tannico.
Il Lagrein Pratenberg mantiene struttura e carattere senza diventare opprimente. Rimane sempre attraversato da una freschezza che accompagna il sorso e invita continuamente a tornare sul bicchiere.
Un rosso importante ma ancora profondamente territoriale.
Il tempo come filosofia del vino
Alla fine della degustazione rimane soprattutto una sensazione: Pratenberg non produce vini costruiti per inseguire le mode del momento. Produce vini che hanno tempo dentro.
Ed è forse questa la vera differenza.
Nel motto della cantina — “avere tempo, prendersi tempo e dare tempo alle cose” — c’è probabilmente anche una piccola critica implicita all’enologia contemporanea fatta di accelerazioni, standardizzazioni e ricerca compulsiva del consenso immediato.
I vini di Karoline Sinn, invece, sembrano chiedere semplicemente di essere ascoltati. E in una Milano che corre continuamente, una serata così assume quasi il valore di un piccolo lusso culturale.






