Pasquale Spinelli in “Giovanissima e immensa”
9 Gennaio 2021
Pasquale Spinelli in “Giovanissima e immensa”. Ritratto della nostra società alle soglie del new normal – Libro di Achille Colombo Clerici
Milano, 9 gennaio 2021
“Giovanissima e immensa”. Ritratto della nostra società alle soglie del new normal.
Libro di Achille Colombo Clerici ediz. Casagrande Lugano Milano. Interviste di Antonio Armano. Nelle librerie da Natale.
Anticipiamo uno stralcio del libro in cui si parla di Pasquale Spinelli
I mal di testa dell’ammiraglio
«Sono nato a Catona, porto antichissimo, dove terminava la via consolare
romana Popilia e ci si imbarcava per la traversata dello stretto
di Messina, citato da Dante nella Divina Commedia, VIII canto del Paradiso:
“… e quel corno d’Ausonia che s’imborga/ di Bari, di Gaeta e di Catona/ là
ove Tronto e Verde in mare sgorga”. Oggi fa parte della città metropolitana
di Reggio Calabria.»
Pasquale Spinelli, primario emerito dell’Istituto nazionale dei tumori di
Milano ed editorialista del “Corriere Salute”, di fronte a un bicchiere di
vino – un Cirò Rosato Librandi – nell’attico dove vive, che domina i giardini
Montanelli, si racconta partendo da lontano, dall’infanzia sul mare.
Com’era crescere sul mare negli anni Cinquanta?
«Bellissimo! A maggio scappavamo da casa per andare a fare i primi bagni
e a vedere i transatlantici che attraversavano lo Stretto. Gran parte del
trasporto di persone e merci allora avveniva via mare. Da aprile a giugno
il pesce spada percorre lo stretto poco sotto la superficie ed è visibile con i
sistemi di avvistamento antichissimi, a strapiombo sul mare. Il ricambio di
correnti marine veloci rende l’acqua limpidissima e pescosa. Oggi ci sono
anche le torri di avvistamento sulle barche da pesca, sempre più alte e tecnologiche.
Era ancora tutto verde a maggio, nelle campagne e nel giardino
dietro casa, dove mio padre aveva fatto coltivare piante pregiate ed essenze
rare importate nei viaggi per congressi di chirurgia o per la World Medical
Association.»
Un ritratto della Calabria diverso da quello che emerge oggi nelle cronache.
«Allora Catona, come gran parte della Calabria, era ricca di un’economia
propria: lavorazione del legname, che scendeva dalle foreste dell’Aspromonte,
commercio di arance, limoni, bergamotti, gelsomini, oli essenziali per i
profumi, immensi gelsi per nutrire i bachi da seta, la pesca… Diffusissima
era la fabbricazione di cesti di canna e contenitori in legno di vario tipo per
spedire gli agrumi. Partivano in treno di notte, per i mercati del nord. C’era
lavoro per tutti. Parlo dei primi anni del dopoguerra. Poi…».
Lillo, dove hai studiato medicina e perche?
«L’Università di Messina era la più vicina, dall’altra parte dello Stretto:
30 o 40 minuti di traghetto, a seconda delle correnti e del vento. La mia
è una storia semplice. Il filo conduttore che appare – evidente o nascosto
– lungo tutto il percorso è un grande interesse per il corpo umano. Un
viaggio che parte dai più piccoli animali, lucertole o rane e approda agli
organi interni che ci tengono vivi. Sono cresciuto in una famiglia senza
il dono della fantasia dal punto di vista professionale. Gli anziani erano
tutti chirurghi e in casa il racconto di interventi chirurgici era un tema
molto partecipato da tutti. Non c’era la televisione. Si imparava quello
che non c’era scritto nei libri. Mio padre era componente della Federazione
nazionale degli ordini dei medici e delegato italiano al Consiglio
dell’Associazione medica mondiale, di cui divenne poi presidente. Il suo
nome è legato alla dichiarazione di Helsinki del 1964. Fu il redattore principale.
Nella dichiarazione, ancora in vigore, si trovano indicati i principi
etici sulla sperimentazione umana, una risposta ai misfatti nazisti emersi
col processo di Norimberga.»
Dove hai iniziato la pratica medica?
«Ho iniziato guardando i miei, in famiglia, sia in sala operatoria che seguendo
le visite, nei rapporti col malato. Nel periodo universitario avevo
aiutato mio zio Renato Caminiti e mio padre tutte le volte che si poteva
sostituire un loro collaboratore, particolarmente nei periodi di vacanze. Da
studente universitario, ero stato a Madrid, al Gran Hospital e poi a Londra,
al Lambeth Hospital per periodi di qualche mese, ma la mia formazione
regolare parte da Roma, dove ho lavorato con uno dei migliori chirurghi
d’Europa, Pietro Valdoni. Veniva dalla grande scuola di Vienna, era triestino.
Lui e mio padre avevano lavorato insieme. Quando arrivai a Roma
avevo già pratica di sala operatoria: potei subito rendermi utile. Nel 1969 si
liberò il posto del primario chirurgo a Lanciano e mi proposi. La notte del
primo sbarco sulla luna ero in sala operatoria. Alla fine del 1970 tornai a
Roma, ma Valdoni si ritirò per l’età. Gli ero molto legato.»…
Foto cover:
Pasquale Spinelli, Achille Colombo Clerici, Salvatore Carrubba e Consorte, Marco Romano
Redazione Newsfood.com
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