Nel turismo il nanismo ci penalizza

Nel turismo il nanismo ci penalizza

Nel turismo il nanismo ci penalizza – Articolo su QN IL GIORNO dell’ 11-6-2022

di Achille Colombo Clerici                       

Gli operatori turistici italiani si dichiarano soddisfatti per i segnali positivi che giungono dall’inizio di stagione.  Ma molto più soddisfatti devono essere i colleghi spagnoli, greci,  croati.

 Infatti, secondo  Eurostat, in Italia gli incrementi delle presenze  sono stati inferiori.  Tra il 2011 e il 2019 il fatturato dei settori legati al turismo in Croazia è quasi raddoppiato, mentre in Grecia è cresciuto del 50,6%, in Spagna del 41,2%, nel nostro Paese del 26,5%. E il trend continua. A conferma, il superamento da parte della Francia e della Spagna nei confronti dell’Italia in un indicatore decisivo, che riporta quanto hanno speso nel Paese i turisti stranieri.

 La filiera del turismo, d’altronde, è fondamentale per la vitalità sociale, culturale ed economica di una nazione. Non solo alberghi, ma bar, ristoranti, mondo dello shopping, con negozi e botteghe artigiane, lusso e moda, musei, spettacolo e cultura.

 Se l’Italia resta tra le mete più sognate nel mondo, in realtà da anni continua a perdere posizioni. Le cause sono molte, le ho più volte elencate in occasioni diverse e anche da queste colonne. Ma una delle più rilevanti resta il nanismo delle nostre imprese legate al turismo.

Su 48 Paesi presi in esame, Eurostat colloca l’Italia al quart’ultimo posto per dimensione delle strutture che nel 91,6% dei casi hanno meno di 10 addetti. Se in questa classifica non divergiamo poi molto dal resto d’Europa (in media, infatti, nella Ue l’88,8% delle aziende ha tra zero e nove dipendenti)  la vera differenza che ci penalizza è la quota di quelle che hanno più di 20 dipendenti: solo una su 50 in Italia, il 2%, mentre, per citare, in Spagna sale al 3,1%, in Nord Europa e in Germania supera o sfiora il 10%. Infine, oltre il 56% degli addetti al settore lavora in imprese con meno di 10 addetti, mentre in Grecia è il 34,5% ed oltre un quinto lavora in imprese con più di 50 dipendenti.

Nel libero mercato piccolo ha cessato di essere bello. Anche nel settore turistico le imprese devono crescere, dotarsi di una gestione manageriale moderna, abbattere i costi fissi, ricorrere ad una capitalizzazione adeguata: ciò permetterebbe, inoltre, di pagare meglio i dipendenti selezionandoli in base alle specifiche esigenze aziendali.  Lo Stato-padre, spesso vituperato, non potrà intervenire sempre, come dimostra lo scottante caso dei ”balneari”.

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