Mangiare cibo buttato per scelta: la filosofia Freegan

Mangiare cibo buttato per scelta: la filosofia Freegan

Formaggio, ananas, 2 chili di carote, altri due di zucchine, un pollo, due sandwich. Tutto commestibile e perfettamente confezionato.

Questo è il bottino di una ricerca dei cassonetti ottenuto da Tristram Stuart. A differenza però di tanti colleghi, per cui rovistare tra i rifiuti è un obbligo imposto da
povertà e crisi economica, quella di Tristam è una libera scelta. Perché questo inglese di 32 anni, laureato a Cambridge ed in buone condizioni economiche è un
Freegan: uno che raccoglie cibo dai cassonetti come modo per manifestare la propria filosofia.

Contrariamente ad alcuni compagni, per Tristam l’essere Freegan non è un modo per “Contestare la società capitalista come molti Freegan, né per risparmiare, a parte forse
quando studiavo, ma per passione ecologica. Il cassonetto migliore per me è quello vuoto” come spiega lui stesso nel suo “Waste-Uncovering the global food scandal”.

Il testo racconta come Stuart ha maturato le sue convinzioni, prima da bambino dovendo nutrire una scrofa golosa poi incontrando un homeless, Spider, che lo illuminato su quanti alimenti ancora
buoni vengano gettati. Poi, successivamente, ha studiato e si informato per dare una dimensione economica al problema: “Nelle sole abitazioni del Regno Unito il governo ha calcolato che si
getta via un quarto del cibo acquistato. Cibo vero, non bucce di banana o avanzi non commestibili. Sono 5,4 milioni di tonnellate all’anno. Si parla di una media di 112 chili a persona. In
America 96 anche se, calcolato con un metodo diverso che ridurrebbe, qualora applicato al Regno Unito, lo spreco britannico a 70 chili. In Italia ho ipotizzato 73 chili, ma sulla base di quanto
è stato recuperato dalle pattumiere di un campione di case in alcune aree del nord del paese. È difficile dire, in questo caso, quanto cibo fosse davvero commestibile, resta
un’indicazione. Quando studiavo a Firenze battevo i supermercati con lo stesso successo di Londra”.

Nell’opera sono anche analizzate le ragioni di tale comportamento.
Innanzitutto nessuno vuole vedere scaffali semivuoti, quindi i prodotti non sufficienti a riempire i banconi spesso vengono gettati, ed è più semplice eliminare i prodotti scaduti
da poco piuttosto che programmare il riciclaggio. Inoltre, frequentemente vengono commessi sbagli nella programmazione e le eccedenze prendono la via del cassonetto.

Ma anche i consumatori hanno le loro colpe: “Un elemento che contribuisce parecchio allo spreco sono le offerte “prendi tre, paghi due”: compri ciò che non ti serve e finisce che il
consumatore cestina l’eccedenza. Se acquistassi una cosa a prezzo ridotto sarebbe molto meglio. In Inghilterra ogni anno, finiscono in discarica 480 milioni di yogurt mai aperti”.

Ad un osservatore esterno, lo stile di vita di Tristam può sembrare una bizzarria, buona solo per farci un film (“dei registi mi hanno già contattato, vedremo”). In realtà,
tale ecologia alimentare nemica dello spreco sta prendendo piede in Gran Bretagna.

Portabandiera del movimento è l’ organizzazione FareShare, che si occupa di recuperare gli scarti dei supermercati ponendosi in concorrenza sia con le discariche che con “La
difficoltà da parte della grande distribuzione di integrare politiche del genere nel proprio modello di business” come dice la portavoce Maria Olsen. E la strada non è sicuramente
facile ma potenzialmente molto fruttuosa: come spiega Tristam Stuart “si recupererebbe un terzo della produzione alimentare del pianeta”.

Matteo Clerici

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