Le origini della “direttiva allergeni” e l’etichettatura

Le origini della “direttiva allergeni” e l’etichettatura

Le allergie alimentari sono sempre esistite.

Probabilmente, in passato, i sintomi legati ad un’allergia alimentare potevano essere attribuiti ad altre cause, per poca conoscenza dei medici o per scarsa attenzione da parte della popolazione.

Da qualche tempo però i consumatori stanno prendendo coscienza del problema, anche a causa della dieta sempre più variata, costituita da cibi elaborati ed, a volte, «nuovi» (frutti esotici, cucina orientale, ecc.).
Mentre da un lato la ricerca medica ha studiato, e continua a studiare, cause e possibili rimedi, dall’altro il legislatore ha iniziato a chiedersi come poter prevenire.
La conclusione, ovvia, è stata: mettere il consumatore in condizioni di conoscere quello che consuma, utilizzando lo strumento dell’etichettatura.

Un buon punto d’inizio della nostra breve retrospettiva è la ormai «mitica» 79/112 (Direttiva 79/112/CEE del Consiglio, del 18 dicembre 1978, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati Membri concernenti l’etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari destinati al consumatore finale, nonché la relativa pubblicità), dalla quale hanno preso origine molte delle attuali disposizioni comunitarie e nazionali riguardanti l’etichettatura.
Dando un’occhiata alle considerazioni che aprivano la 79/112, però, non troviamo traccia del problema di cui ci stiamo occupando:

– considerando che qualsiasi regolamentazione relativa all’etichettatura dei prodotti alimentari deve essere fondata anzitutto sulla necessità d’informare e tutelare i consumatori;

– considerando che è pertanto necessario stabilire l’elenco delle diciture che devono figurare in linea di principio nell’etichettatura di tutti i prodotti alimentari;

– considerando tuttavia che il carattere orizzontale della presente direttiva non permette, in un primo tempo, di includere tra le indicazioni obbligatorie tutte quelle che devono aggiungersi all’elenco applicabile in linea di massima a tutti i prodotti alimentari; che sarà necessario adottare in un secondo momento delle disposizioni comunitarie che completino le norme qui stabilite e che, a tal fine, appare necessario adottare in via prioritaria delle disposizioni comunitarie per l’indicazione di taluni ingredienti nella denominazione di vendita oppure indicandone la quantità;

Non vi è nessuno spirito polemico nelle nostre osservazioni: ci rendiamo ben conto che, all’inizio, i problemi da affrontare erano molti e molto complessi.

Tra questi vi era certamente quello relativo agli ingredienti composti.

Un ingrediente è, per così dire, semplice, quando è costituito essenzialmente da un solo prodotto alimentare: latte, olio d’oliva, farina di frumento, zucchero, ecc. sono ingredienti semplici.

Gli ingredienti composti sono quelli costituiti da più ingredienti semplici. La frutta candita, ad esempio, può essere costituita dall’insieme di frutti diversi, zuccheri, eventuali aromi, ecc. Un prodotto finito che utilizzi più di un ingrediente composto rischierebbe di avere un elenco degli ingredienti lunghissimo se il fabbricante fosse costretto a dichiarare, oltre agli ingredienti semplici, anche i componenti degli ingredienti composti.

Per «limitare i danni» fu introdotta la cosiddetta regola del 25 %:

Se un ingrediente composto costituisce più del 25 % del prodotto finito, i suoi componenti devono essere dichiarati uno per uno, in caso contrario l’ingrediente composto può essere dichiarato con il proprio nome e basta.
Questa regola, comincia ad essere messa in discussione solo negli ultimi anni.
Dobbiamo arrivare al novembre 2001 per leggere questa relazione, presentata dalla Commissione CE:

“Nel Libro bianco sulla sicurezza alimentare la Commissione annunciava l’intenzione di proporre una modifica alla direttiva 2000/13/CE (che ha sostituito la 79/112) relativa all’etichettatura, in particolare per quanto riguarda la possibilità di non indicare i componenti degli ingredienti composti che rappresentano meno del 25% del prodotto finito.

L’articolo 6, paragrafo 8, ammette che un ingrediente composto figuri nell’elenco degli ingredienti sotto la propria denominazione, purché sia immediatamente seguito dall’enumerazione dei propri ingredienti; tale enumerazione non è tuttavia obbligatoria se l’ingrediente composto rappresenta meno del 25% del prodotto finito (la “regola del
25%”).
Per quanto riguarda le modalità di semplificazione è possibile, ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 6, indicare uno degli ingredienti di un alimento soltanto attraverso il nome della categoria cui appartiene (ad es.: “olio” seguito dall’aggettivo “vegetale” o “animale” secondo i casi; “frutta candita”, “pesce”, ecc.).

Una conseguenza delle suddette modalità è che il consumatore è spesso male informato quanto alla composizione esatta dei prodotti acquistati.
La Commissione ritiene che occorra fornire maggiori informazioni circa la composizione dei prodotti alimentari, abolendo la “regola del 25%” fin qui applicata agli ingredienti composti.

La suddetta regola, introdotta nella normativa comunitaria più di venti anni fa allo scopo di non allungare inutilmente l’elenco degli ingredienti, si basa sul principio secondo il quale il consumatore conosce la composizione degli ingredienti composti e può dedurne, ad esempio, che la confettura aggiunta ai biscotti è preparata con frutta e zucchero.

La produzione degli alimenti si è fatta però sempre più complessa, così come il consumo di alimenti preparati è aumentato notevolmente.
Negli ultimi anni i consumatori hanno reiteratamente richiesto di essere informati meglio sugli alimenti da loro acquistati, in particolare per quanto riguarda la composizione, anche se l’enumerazione completa degli ingredienti sulle etichette allunga inevitabilmente gli elenchi. Va aggiunto che le numerose emergenze sanitarie recenti hanno rafforzato quest’esigenza di maggiore informazione.
Già nel 1997, al momento della pubblicazione dei Libro verde sui principi generali della legislazione in materia alimentare nell’Unione europea, gli Stati membri erano unanimi in merito, e tutti richiedevano una modifica delle normativa in vigore. È opportuno notare che, prima della loro adesione all’UE, alcuni Stati membri avevano fatto a
meno di introdurre la regola del 25% nella propria legislazione, e questo non aveva causato problemi particolari alla leggibilità dell’elenco degli ingredienti sulle etichette dei prodotti alimentari al consumo.

La questione della regola del 25% dev’essere esaminata non soltanto nel contesto di una migliore informazione per tutti i consumatori, ma anche tenendo conto delle allergie alimentari, un tema che fa capo al settore della sicurezza alimentare e della salute.
Sembra, infatti, che il numero delle persone interessate da reazioni indesiderate in seguito all’ingestione di
determinati alimenti sia in aumento. Dette reazioni possono assumere diverse forme, da quelle che sono all’origine di alcune malattie o di una riduzione della qualità della vita fino a reazioni allergiche mortali. La dose di allergeni alimentari necessaria per indurre una risposta immunologica varia ma, nella gran parte dei casi, può essere estremamente bassa, in particolare quando si tratta di allergie mortali. Spesso, il solo trattamento possibile consiste nell’evitare totalmente l’allergene; pertanto, è necessario che la legislazione garantisca a tutte le persone interessate da fenomeni allergici la disponibilità delle opportune informazioni.

Per alcuni consumatori affetti da allergia o intolleranza a determinate sostanze, l’assenza d’informazioni particolareggiate costituisce un grave svantaggio, dal momento che tali consumatori non possono mai essere sicuri che il prodotto acquistato non contenga l’allergene che non devono assolutamente ingerire.
Nella sua relazione del 22 settembre 1995 sulle reazioni indesiderate agli alimenti e ingredienti alimentari, il Comitato scientifico dell’alimentazione umana ha sottolineato che l’incidenza delle allergie alimentari è tale che queste ultime condizionano la vita di numerose persone, provocando loro malattie di cui alcune sono benigne, ma altre possono anche rivelarsi letali. Il Comitato scientifico dell’alimentazione umana riconosce che, tra gli allergeni alimentari più diffusi, si trovano il latte vaccino, la frutta, le leguminose (in particolare le arachidi e la soia), le uova, i crostacei, le noci, i pesci, gli ortaggi (sedano e altri alimenti della famiglia delle Ombrellifere), il grano e altri cereali; esso ritiene anche che gli additivi alimentari possano provocare reazioni indesiderate e che spesso sia difficile evitarli, dal momento che non tutti sono indicati sulle etichette dei prodotti. *

Inoltre, lo studio dei fattori nutrizionali che intervengono nelle allergie e nelle intolleranze alimentari, realizzato nel 1997 nel quadro del programma di ricerca e sviluppo tecnologico nei settori dell’agricoltura e dell’agroindustria,
sottolinea chiaramente che: “gli allergeni alimentari più diffusi, come il latte, le uova, la soia e il grano, rientrano nei componenti di una grande varietà di alimenti preparati e, nella maggior parte dei casi, l’etichettatura di questi prodotti è incompleta e spesso ingannevole. Questo stato di cose può avere conseguenze disastrose per una persona che soffre di un’allergia alimentare: infatti, praticamente tutte le persone decedute in seguito a un’anafilassi alimentare avevano avuto reazioni allergiche all’allergene
responsabile del loro decesso, ma ignoravano la presenza dello stesso negli alimenti da loro consumati
.

Pertanto è assolutamente indispensabile che tutti gli alimenti preparati in commercio nei paesi della Comunità europea siano provvisti di un’etichetta chiara, riportante un elenco degli ingredienti e dei prodotti di base”
. (prof. C. Ortolani, capo del dipartimento di prevenzione, diagnosi e trattamento delle malattie allergiche, Ospedale Niguarda, Milano, e prof. E.A. Pastorello, professore di allergologia e immunologia clinica, Università di Milano – Policlinico).

Lo stesso studio conclude asserendo che, fino a che i progressi scientifici e tecnologici non consentiranno di ridurre il potenziale allergenico degli alimenti, “la migliore politica per l’UE consiste nel provvedere affinché l’utente riceva informazioni corrette e dettagliate su ogni tipo di alimento e su ogni ingrediente che partecipa alla composizione del prodotto finito, e nel fare in modo che i fabbricanti rispettino i suddetti requisiti”.
La Commissione ritiene che occorra aiutare per quanto possibile i consumatori affetti da allergie o intolleranze alimentari, fornendo loro informazioni più complete sulla composizione dei prodotti. In tal modo si potrebbe garantire una migliore informazione dei consumatori in generale circa la composizione dei prodotti alimentari, fornendo allo stesso tempo le informazioni necessarie a quei consumatori che, per ragioni sanitarie o etiche, devono o desiderano evitare determinati ingredienti alimentari.

Si propone pertanto di modificare la direttiva 2000/13/CE, abolendo la “regola del 25%”, redigendo un elenco di allergeni che dovranno figurare obbligatoriamente sulle etichette dei prodotti alimentari e sopprimendo la possibilità di utilizzare il nome della categoria per alcuni ingredienti.

Come è noto, la modifica della direttiva 2000/13 si è concretizzata nella direttiva 2003/89/CE e nel suo recepimento italiano, il decreto legislativo 114/06.

Dott. Alfredo Clerici
Tecnologo Alimentare

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