Josko Gravner, l’illuminato delle vigne del Collio
2 Febbraio 2010
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Il presentatore lo ha definito il Martin Lutero del Collio per via della radicalità con cui affronta la cultura del vino. Radicalità, sì, ma anche un percorso che lo ha
condotto a scavare via ogni scheggia di troppo, ogni fronzolo inutile. Josko Gravner. Quello che è puro antimarketing è il più efficace dei marketing, soprattutto quando a
trascinare il tutto c’è il carisma di un personaggio che pontifica cose giuste con quella parlata che sembra ricavata da un film di Kusturica.
La degustazione dei vini Gravner è un tris di capolavori, che però, lui dice, non berrebbe, a parte la Ribolla gialla del 2005. Gli altri, il Bregdel 98 e il rarissimo (solo 500
bottiglie) Pinot grigio del 2001, fanno parte di un percorso (secondo Gravner) costellato di errori. Se tutti sbagliassero così, il mondo sarebbe migliore.
Una volta lo scrittore Arthur Clarkeha detto che ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. La stessa cosa vale per Gravner se la parola “avanzata” viene
sostituita con “antica”. Lui ammette di non essere uno scienziato, quello che avviene nelle anfore, sotto terra, è magia.
Una magia ancestrale che il viticoltore è andato a riscoprire in Georgia dopo un viaggio illuminante in California. Sì, su come non fare il vino. L’unico artificio che racconta di
utilizzare è la giusta dose di solforosa. Si usa da migliaia di anni, senza non si può fare il vino. E Gravner ci ha provato…
La ribolla, si diceva, è l’unica cosa che gli interessa. Il futuro è quello. Una ribolla che trascorra un anno in anfora e sei in botte. Poi si penserà ai rossi in
anfora.
Dalla newsletter di Identità golose 293 del 02 febbraio 2010





