Il Lazio è la Regione con minore tasso di abbandono degli studi

Roma – Il Lazio è la regione italiana con il più basso tasso di dispersione scolastica. Ad aver abbandonato gli studi, infatti, è il 12,3% dei giovani tra i 18 e i
24 anni, contro una media nazionale del 20,6%.

E il dato regionale, riferito al 2006, è diminuito di oltre 3 punti percentuali negli ultimi due anni: era pari al 15,6% nel 2004 e al 14,8% nel 2005. È quanto emerge da uno
studio realizzato dal Censis per Labitalia, che fotografa la situazione degli adolescenti nel Lazio, tra dispersione scolastica e lavoro.

Un problema, quello dell’abbandono scolastico, osserva il Censis, che «continua a restare in agenda» e che, a livello nazionale, rappresenta «uno dei fenomeni di maggiore
disagio sociale». Riguarda, infatti, tutti quei giovani che hanno al massimo la licenza media e che abbandonano prematuramente gli studi perché non hanno concluso un corso di
formazione professionale riconosciuto dalla Regione di durata superiore ai due anni o che non frequentano corsi scolastici o svolgono altre attività formative.

Giovani che, secondo l’indagine del Censis, non avevano voglia di studiare (57,7%) o che non erano interessati alle materie di studio (27,7%) o magari che erano più attratti da altri
aspetti della vita (18%). Lo dimostra anche il fatto che il percorso scolastico, prima di arrivare all’interruzione della frequenza, era già stato accidentato con un’interruzione media
della durata di circa 5 mesi e almeno una bocciatura: il 61,7% ha ripetuto un anno, il 30% ha cambiato scuola e il 20% tipo di scuola, mentre oltre il 27% aveva già interrotto la
frequenza. Una scelta che nel 56% dei casi non vede d’accordo i genitori, ma in ben il 35,7% trova il loro consenso; addirittura, il 7% dei ragazzi dichiara che i propri genitori non sono
interessati alla loro situazione, mentre l’1,4% non ne e’ nemmeno informato. Atteggiamenti, questi, avverte il Censis, che esprimono «un deficit della funzione genitoriale» e che
segnalano «situazioni familiari di disagio».

Tuttavia, quasi il 52% degli adolescenti non frequentanti la scuola non è uscito completamente dal circuito formativo, visto che dichiara di seguire un corso. Oltre un quarto,
però, afferma di non fare niente di particolare, mentre il 16,4% è entrato nel mondo del lavoro. «Si tratta di situazioni completamente diverse tra loro – spiega il Censis –
perché la permanenza dentro al circuito formativo, sia pure non nelle aule scolastiche, soprattutto per i 16-17enni, rappresenta una scelta che può attivare percorsi di ingresso
nel mercato del lavoro e, di per sé, non costituisce una situazione di marginalità completa; al contrario dei casi di adolescenti che già lavorano più o meno
regolarmente e di quelli che esplicitamente dichiarano di non fare niente di particolare».

Quanto a quel 16,4% che, invece, ha scelto di andare a lavorare, ha trovato occupazione nei segmenti più bassi del mercato professionale: barista e operaio i mestieri principali, seguiti
da quello di cameriere. Con una notevole diversificazione per sesso, visto che i maschi sono soprattutto operai e camerieri, mentre le femmine lavorano presso parrucchieri ed estetiste. In ogni
caso, ben il 74,5% si dichiara soddisfatto del lavoro, contro il 19% circa che invece non lo e’, mentre un 6% non ha una opinione su questo aspetto.

«Per un parte importante di ragazzi esclusi dal circuito formativo, quindi, il lavoro diventa una condizione esistenziale accettata – dice il Censis – e addirittura soddisfacente,
probabilmente perché viene percepita come più gratificante rispetto alla scuola dove, invece, la gran parte ha dovuto fronteggiare notevoli difficoltà di collocazione, e il
fallimento insito in bocciature e rendimento scolastico basso».

Se si analizza poi il rapporto con la scuola, vale a dire se e in che misura i giovani desidererebbero frequentarla, oltre il 75% esprime un’estraneità totale e definitiva, o
perché preferisce quello che fa adesso o semplicemente perché ha un rifiuto totale per l’istituzione scolastica che non ha alcuna intenzione di frequentare.

Corsi di formazione, ozio o lavoro: tutto, dunque, purché non sia scuola. È questo il convincimento di questi «irriducibili del rifiuto scolastico», come li definisce
il Censis, che segnalano così una condizione esistenziale, oltre che materiale, «perché le esperienze post-scolastiche, magari nella loro difficoltà o rudezza (come
spesso è l’esperienza del lavoro minorile), non hanno innescato alcun ripensamento rispetto alle opportunità legate alla scuola».

Invece, una quota pari a quasi un quarto dei non frequentanti la scuola ha dichiarato che avrebbe desiderio di stare nelle aule; però, di questi, circa il 21% vorrebbe che la scuola
fosse diversa da come l’ha conosciuta. In sostanza, e’ un residuale 4% circa la quota di adolescenti che vorrebbe frequentare la scuola ma non può e rappresenta un segmento che vive una
condizione «costretta», di cui ha piena coscienza e, quindi, sottolinea il Censis, «avrebbe necessità di un supporto sostanziale per modificare una scelta di vita che
ha implicazioni strutturali sul proprio futuro».

«Sono dati incoraggianti che rilevano un costante calo del fenomeno della dispersione scolastica nella nostra regione. Il 12,3% registrato nel 2006 rappresenta infatti una percentuale
oltre 8 punti inferiore alla media nazionale, di oltre 3 punti in discesa rispetto allo stesso dato regionale del 2004. Ma se questo risultato risulta più positivo da un lato, deve anche
continuare a preoccuparci dall’altro». Così il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, commenta lo studio del Censis per Labitalia. «In particolare -aggiunge- deve
farci riflettere lo studio Censis sulle motivazioni di gran parte degli abbandoni e su una realtà familiare che troppo spesso abdica ai propri doveri. È in questo ambito che
dobbiamo certamente lavorare perché la scuola possa sempre più apparire agli occhi dei ragazzi e delle ragazze come una scelta moderna e utile per il loro futuro».

«Ma in questo senso abbiamo anche la necessità – sottolinea Marrazzo – di un grande patto con le famiglie che scommetta tanto sulla responsabilizzazione di chi, ancora oggi, tende
a sminuire il fondamentale apporto umano e culturale dei percorsi scolastici, quanto su un impegno delle istituzioni per rimuovere tutti quegli ostacoli sociali ed economici che alterano il
naturale rapporto tra una società e i suoi cittadini. Dobbiamo affrontare con determinazione anche la sfida della formazione e dell’istruzione delle famiglie di immigrati per fare
sì che al concetto tante volte espresso dell’integrazione si facciano seguire anche i fatti: un buon percorso formativo e’ il primo presupposto per un pieno inserimento sociale e
lavorativo dei cittadini stranieri».

«La Regione Lazio – ricorda il presidente – sta lavorando su tanti fronti, ma quello della scuola e della formazione rappresenta ovviamente una priorità, dall’avvenuta approvazione
in Giunta Regionale della legge di riforma del diritto allo studio universitario, attualmente in votazione nella commissione consiliare competente, all’approvazione recente del Programma
operativo annuale di interventi per il diritto agli studi universitari, che prevede quasi 90 milioni di euro per l’anno accademico 2007/08».

«E ancora – aggiunge Marrazzo – dal piano regionale per il diritto allo studio scolastico e l’educazione permanente, con 15 milioni di euro complessivi approvati in giunta nel giugno 2007
con l’obiettivo di favorire il diritto allo studio nelle scuole di ogni ordine e grado, con la realizzazione di prestazioni e servizi, ma anche con l’avvio del comodato d’uso per i libri
scolastici con l’intento di assicurare il diritto allo studio e contrastare il caro-scuola. Per arrivare, infine, all’ambito della formazione, con lo sblocco oramai quasi totale dei fondi
comunitari, dopo la grave situazione che abbiamo trovato nel settore, o all’approvazione dei percorsi triennali sperimentali, con oltre 43 milioni di euro tra fondi regionali, statali e
comunitari destinati ai ragazzi tra i 14 e i 18 anni».

«C’e’ sempre molta strada da fare quando si parla di diritti e crescita dei cittadini, ma la regione Lazio -conclude- ha certamente imboccato quella giusta».

Anche per Silvia Costa, assessore all’Istruzione, Diritto allo studio e Formazione della regione Lazio, i dati elaborati dal Censis nello studio per Labitalia sulla dispersione scolastica
«confermano che il Lazio si colloca al primo posto in Italia per scolarizzazione, con il 12,3% di dispersione, contro il 20,6% nazionale e i dati ulteriori confermano l’esito positivo
delle politiche messe in atto dalla regione, insieme a province e comune di Roma».

«Un risultato confortante – sottolinea l’assessore Costa – che ci spinge a continuare con determinazione sulla strada già intrapresa. Preoccupa, invece, il dato secondo cui oltre
la metà dei genitori dei ragazzi che abbandonano la scuola, pur non essendo d’accordo, non riesce a intervenire adeguatamente e che il 35,7% è d’accordo con la loro scelta, dovuta
spesso alla mancanza di voglia di studiare. Il 52% degli adolescenti, tuttavia, non è uscito completamente dal circuito formativo, mentre il 16,4% lavora. Resta però 1 adolescente
su 4 che è fuori da entrambi i percorsi. Su questi e sulle loro famiglie dobbiamo concentrarci».

«Un’importante risposta alla disaffezione nei confronti della scuola – dice Costa – è costituita dai percorsi triennali professionali, rivolti a giovani tra 14 e 18 anni, che nel
Lazio hanno coinvolto, ad oggi, 19.337 ragazzi. Realizzati in base a un accordo Stato-Regioni, i percorsi, al cui termine si ottiene una qualifica professionale, si sono rivelati efficaci
perché consentono di accedere al mondo del lavoro o di rientrare nella scuola e realizzare comunque l’obbligo di istruzione. Nella nuova Programmazione del Fse 2007/2013, gli obiettivi
di più efficaci strumenti di orientamento, sostegno all’apprendimento e accompagnamento al lavoro sono tra quelli prioritari».

«Tra gli interventi già avviati dalla Giunta Marrazzo, oltre ai percorsi triennali professionali, vi sono quelli -ricorda l’assessore- di sostegno ai progetti degli istituti
professionali e all’avvio di 13 Poli formativi. Importante, poi, l’approvazione della legge e del regolamento sulla formazione in apprendistato: strumenti efficaci, insieme ai tirocini
formativi da noi finanziati, per affiancare al lavoro anche la formazione».

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