CIBUS o Tuttofood? Parma o Milano? Export agroalimentare da resettare

CIBUS o Tuttofood? Parma o Milano? Export agroalimentare da resettare

Da: “Francisco Bertolin”  
Oggetto: I: L’AGROALIMENTARE ITALIANO 2013-2015 – CIBUS o TUTTOFOOD?
Data: 27 aprile 2013 20:22:51 CEST
A: “Giuseppe Danielli, direttore Newsfood”  

Bertolin, “grillino” parlante:
Roma, 27 aprile 2013 ore 21
<< Caro direttore,
eccomi……il primo governo Letta è fatto. Nessuna proposta-offerta è stata recepita. 8,5 milioni di italiani che ci hanno votato restano fuori da ogni posizione. Ma in parlamento
vigileremo lo stesso. Speriamo nel buon senso di Letta a fare le riforme.
Il nuovo Ministro delle Politiche agricole è Nunzia De Girolamo, alla quale faccio i miei auguri anche se non dispero di diventare un giorno “Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali,
Alimentari”, questo dovrebbe essere la dizione esatta di uno dei più grandi Ministeri dell’Italia (prima o poi riuscirò a coronare il mio sogno e ridare, ai contadini ed a chi ama
la Natura, la dignità che si meritano) ti ringrazio per l’opportunità che mi offri di esternare il mio pensiero sull’argomento: Fiere dell’agroalimentare, CIBUS o TUTTOFOOD? Parma o
Milano? Chi è che rappresenta veramente il Made in Italy agroalimentatre italiano, prodotto da aziende italiane?

Come ebbi modo di dire già più volte, il nostro Paese ha bisogno di tante cose ma mettendole in fila, qualcuna è più urgente di un’altra. In primis che tutti i
provvedimenti, dal lavoro alla giustizia, dall’economia ai giovani, in questo momento di crisi generale (non solo finanziaria ed economica) vengano visti in una ottica di “sistema-rete” e di
“realismo-collettivo”, come dicono alcuni saggi economisti sociali americani, brasiliani e italiani.
Ovvero che le leggi non siano più privilegio di pochi, non favoriscano le varie caste e cerchino di non colpire solo le fasce deboli e intermedie. Caro Monti è comodo andare a
prelevare nelle tasche di chi non ha padrini forti in Europa, invece che nelle Banche e nei Fondi Sovrani speculativi. 

E’ vero solo il 4% degli Italiani è occupato in agricoltura (quindi pochi voti), ma il fatturato consolidato integrato diretto e indiretto del sistema filiera e comparto, è di circa
250 mld di euro l’anno, ovvero quasi 1/6 del PIL italiano. Non poca roba.
Solo la somma degli enti Pubblici è superiore con circa 800 mld di euro. E’ il settore che in questo momento ha l’occupazione in crescita, il settore che ha 600 eccellenze alimentari
mondiali riconosciute e 450 vini a denominazione, 30 mld di euro di fatturato all’estero, circa 60 mld di fatturato falso realizzato da terzi alle spalle di marchi italiani. E ancora: Expo2015
che parla di agricoltura e alimentazione …perchè nessuno vuol fare seriamente il ministro dell’Agricoltura? … a parole tutti si riempiono la bocca di contratti di filiera, contratti di
rete, accordi di programma, conferenze di servizi, start-up incubatori, di sistema, di gruppo … ancora per quanto dobbiamo assistere a guerre fra poveri dove il FOOD italiano è
stiracchiato fra Tuttofood a Milano (ma c’è proprio tutto?) e a neanche 120 km di distanza c’è da anni Cibus a Parma (un tentativo di matrimonio tra loro è andato a rotoli
una settimana prima di andare in chiesa… poco importa per colpa di chi) che funziona egregiamente e  anche se ha il supporto finanziario da oltr’alpe  e ultimamente esce a braccetto
all’estero con un colosso fieristico che profuma di Colonia. 
Nota: Colonia sembrava vicina ma è ancora lontana anni luce da Milano-Rho, più di 5000 espositori!

Tuttofood vorrebbe fare l’asso pigliatutto (in realtà ne avrebbe le possibilità economiche e strutturali ma come tutti i transatlantici è difficile governarlo -specie se gli
interfonici a volte non funzionano e qualche “capitan Schettino” …fa l’inchino, invece di navigare in acque calme per la sicurezza dei viaggiatori/espositori).

Vuole anche interessarsi di vino quando a 200 km, a Verona, c’è il consolidato Vinitaly (ricordo ancora il pesce d’aprile fatto nel 2011- ProWein acquista Vinitaly- da Newsfood  e quello
fatto nel 2010 – Prima il Veneto e la Padania) in formula espositiva
ma anche di promozione commerciale all’estero (è vero in quei quattro giorni la città è paralizzata e i problemi sono diversi ma Verona ne va orgogliosa. Se dovesse andare a
Rho, nel transatlantico sarebbe una delle tante, verrebbe spersonalizzata e poi, a Milano non c’è l’Arena, Giulietta e Romeo… i bagarini.
Si l’Italia macchiavelliana dei 1000 comuni e quella pirandelliana degli  ‘uno, nessuno e centomila’ sopravvivono dentro il sistema fieristico campanilistico:  lottano, si strappano i
capelli, accusano, si fanno i dispetti, si rubano l’artista a tavola di turno, si fanno annunci di matrimonio ingannevoli, spacchettano gli eventi, clonano se stessi, riciclano il già
visto oltre oceano, richiamano gli stessi interlocutori… purtroppo.

La scena di un crollo non è edificante  – ad eccezione di alcune fiere leader – di spazi venduti (svenduti) e allestiti, di numero di biglietti venduti (regalati). Se poi oggi un Ente
Fiera deve attivarsi e accreditarsi in promoter commerciale all’estero, (leggi: alcuni buyers/tanti amici e infiltrati) invitati-tutto spesato,  allora c’è veramente qualcosa che non
va: Dusseldorf, Colonia, Bordeaux, Lione, Parigi, Digione non hanno mai direttamente promosso nel mondo vini, carni, tessuti, cereali, ovvero i propri rispettivi prodotti leader. Tanto meno hanno
mai speso un soldo per portare buyers alle loro manifestazioni.
La Francia 50 anni fa ha adottato il sistema “Sopexa” ancora oggi dà frutti interessanti, sono stati realizzati eventi e contratti rinnovati nel tempo. Sopexa gestisce eventi in 110 Paesi
nel mondo, i consolati e ambasciate francesi sono coinvolti obbligatoriamente, da sempre, dal Governo francese negli eventi,  le grandi insegne della GDO francese dal 1961; apre nel mondo
centri commerciali e centri di distribuzione. Questo è il modo di fare ricchezza Paese, consolidare marchi, sviluppare sistemi commerciali, favorire contratti.
In Cina, i vini di Francia nonostante Marco Polo, sono riusciti a surclassarci alla grande 60% di bottiglie esportate contro il nostro misero 5%.

Quando l’Italia lo capirà?  La nostra insegna nazionale più importante fattura 1/15 della insegna francese più grande, ogni punto vendita nazionale corrispondono 10
punti vendita, nessuno italiano all’estero oltre una certa superfice, mentre i francesi hanno il 40% della superficie di vendita allestita oltre i confini  nazionali.  
Forse questa crisi prolungata aiuterà a capire i veri errori fatti, le vere necessità? Dubito.
E mi sorge un dubbio: non è che siano proprio i custodi dei “musei” a trafugare i pezzi rari ed a venderli sotto banco ai “ricettatori”?

La crisi attuale è soprattutto di impostazione mentale moderna, dinamica, di cultura, di civiltà, di trasparenza e di dimensioni di marchi in linea con le dimensioni della
globalità, ma con all’interno la migliore individualità locale … e tanta corruzione. Aver lottato per creare distretti tematici di identità regionale non è servito,
ogni distretto si è sempre più ridotto ai confini provinciali.
Un grande Paese è anche fatto di imprese grandi: con questo non si intende solo marchi di grandi dimensioni, ma si intende progettualità ampie, ma condivise dalle pmi, dai piccoli
imprenditori. Possibile che in Italia –  con quasi lo stesso numero di prodotti di eccellenza riconosciuti – ci siano 150 strade ‘vini e sapori’ e in Francia solo 45?>>
  
Francisco Bertolin, “grillino” 5 stelle con l’indomita velleità di divenire Ministro delle ” Politiche Agricole, Ambientali, Alimentari”.

*Francisco Bertolin, “grillino”: nome di fantasia, ogni riferimento a nomi, fatti e/o situazioni è puramente casuale

Redazione Newsfood.com

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