Cia di Modena: «le aziende zootecniche di montagna in grave difficoltà»

Modena – Le aziende zootecniche di montagna sono a rischio di chiusura «per decreto», le nuove disposizioni in materia di utilizzazione agronomica liquami zootecnici,
infatti, impongono severe norme per le imprese che, nonostante una normativa tra le più rigide a livello nazionale, sono tenute a sostenere ulteriori spese per adeguare gli allevamenti.

L’obiettivo del Decreto legislativo del 3 aprile 2006 (che recepisce precise direttive comunitarie) è quello di evitare l’inquinamento dei suoli e delle falde dai nitrati contenuti nelle
deiezioni animali.

«Le aziende zootecniche dell’Appennino non sono responsabili dell’inquinamento -ha detto il presidente della Cia di Modena Adolfo Filippini nel corso di un convegno a Pavullo- prova ne
sia che le acque sotterranee e superficiali hanno una qualità eccellente anche per merito dei produttori che esercitano un presidio su un bene prezioso come l’acqua». L’iniziativa
della Cia lancia un allarme perché se le imprese non vengono alleggerite dai balzelli burocratici, quando invece sono gravate da ulteriori costi, sono destinate a soccombere privando
così il territorio della principale risorsa economica del settore primario.

«Non si contribuisce certo al permanere delle popolazioni montane sul territorio -ha aggiunto Filippini- e queste disposizioni sono in antitesi con la legge sulla montagna, emanata
appositamente per tutelare attività economiche e favorire la permanenza degli agricoltori in Appennino».

Filippini cita, inoltre, alcuni dati significativi. «In montagna e collina il patrimonio bovino è di circa 15 -17 mila capi -ha precisato- pari al numero di caprioli censiti nel
2007, a cui si aggiungono migliaia di cinghiali e daini. Chi controlla le loro deiezioni -si chiede con tono ironico- e chi è in grado di calcolare l’apporto di nitrati delle specie
selvatiche?». La provocazione usata da Filippini intende perciò richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che non è dell’allevamento la responsabilità
degli inquinamenti.

Nel corso della giornata è stata descritta la nuova carta degli spandimenti che sostituisce la cartografia utilizzata finora, risalente al 1997, e che, oltre a individuare le aree
sensibili ai nitrati, definisce zona per zona le modalità di distribuzione e i limiti massimi di azoto per ettaro nei campi.

Quello che chiede la Cia sono, quindi, procedure semplificate per le imprese con un sostegni finanziari utili per i necessari adeguamenti strutturali. «Occorre ragionare su un bacino
padano unico e non per singole regioni -ha concluso infine Filippini- perché l’Emilia Romagna ha da tempo attuato norme severe che hanno comportato un calo del carico di azoto, ma
contemporaneamente anche del patrimonio zootecnico (meno 28 per cento), mentre la Lombardia, che ha una diversa normativa, ha aumentato il bestiame del 30 per cento».

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