2021: eppur si muove, tra pandemia, economia in agonia, politica (no comment)…, avanti con ottimismo!

2021: eppur si muove, tra pandemia, economia in agonia, politica (no comment)…, avanti con ottimismo!

 

Pandemia e protezione andranno a braccetto? Come Europa, dopo Brexit e accordo 2018 Jefta con il Giappone, ci saranno nuove intese bilateali. Come difendere le Dop-Igp alimentari create in 40 anni di norme in Europa. Precauzione, sicurezza, verifiche, reciprocità, ampiezza dell’accordo devono essere capisaldi. Non confondiamo “simil” con “grana”, ne italianstyle come made in Italy.     

Testo di Giampietro Comolli
Piacenza, 1° gennaio 2021

Non voglio assolutamente fare la Cassandra né sposare il becero qualunquista protezionismo alla Trump che, con la scusa prima gli americani che potrebbe essere accettabile da un capo del governo (Conte potrebbe dire prima gli italiani in un qualsiasi contesto Europeo e su certe materie), pone dazi, accise, imposte e leggi protezionistiche piatte, anche aggiuntivi a quelli già esistenti, solo per ripicca, danno a terzi, presunzione, ignoranza.

Ma il 2021 ci riserverà altre scoperte del genere, magari fra Cina e Usa, fra UK e UE, fra Iran e Iraq, fra Cina e Taiwan, fra Hong Kong e Singapore, fra India e Pakistan, fra Venezuela e Brasile…? E mi fermo qui.

Penso esclusivamente – del resto non so nulla – al settore alimentare e nutrizionale che credo – al di là di qualche formula integrata di attrazione turistica e di grande benessere sociale per alcuni Paesi evoluti e ricchi – credo che sia sempre stato, e ancor più in pandemia, il vero settore primario, trainante, unico… non solo di business ed economico, ma anche di salute, sopravvivenza, necessità alimentare, nutrizione sana per un popolo.

L’Europa, continente privilegiato, addirittura autonomo ed esportatore di beni comuni di prima necessità e  primo esportatore di nicchie gastronomiche e alimentari di alto pregio qualitativo, certificate, con alto valore aggiunto, ha adottato negli ultimi 40 anni una politica pubblica di difesa e tutela delle produzioni certificare con un disciplinare collettivo di regole rigide.

 

Ebbene nel segno del business e della crisi economica pandemica, l’Europa non può sbracare e dimenticarsi gli impegni presi con tutti gli agricoltori europei. Già nel 2018 il partenariato UE – Giappone noto come Jefta, ha lasciato qualche dubbio e qualche strascico non certo favorevole al “sistema europeo”, non parlo solo per l’Italia, sacrificando una “storia” tecnica di diritti e doveri con una nuova larghezza di manica a favore di altri scambi commerciali e a una asticella più bassa di tutela.

Vorrei sbagliarmi, ma sull’onda della Brexit, potrebbe emergere una serie-seriale di accordi bipartisan, bilaterale fra stati diversi anche europei alla ricerca singolarmente di strade privilegiate o di escamotage che penalizzerebbero anche strutture, strumenti e infrastrutture che sono state costruite con sacrifici da migliaia di agricoltori europei.

In più, tutti i rischi connessi, possono essere allargati a “voci” tecniche o contrattuali non proprio direttamente legate alla produzione ma certamente influenti sul business generale delle imprese, anche come aumento costi fissi e eccessivi costi variabili per far fronte a nuove modalità di valutazione e identificazione merceologica voluta con i nuovi accordi. Penso alle nuove tariffe, nuova burocrazia, certificazioni che possono far perdere valore e “identità” delle produzioni, soprattutto italiane, Dop, Igp, Docg, Doc.

Il modello europeo di riconoscimento e protezione delle Indicazioni Geografiche rispetto a imitazione, usurpazione ed evocazione dei nomi protetti è stato sviluppato, negli ultimi quattro decenni, con strumenti democratici di regolazione e autorevoli interpretazioni della Corte di Giustizia UE.

Non si può accettare la rinuncia a tale sistema di tutela con la sottoscrizione di accordi, non solo del Jefta oramai siglato nel 2018,  che consentano, con tanti e nuovi paesi cominciando da UK e Irlanda del Nord, la contraffazione del 94% delle Indicazioni Geografiche  protette in Europa, ammettendo tra l’altro l’impiego di singoli termini che pure fanno parte delle poche denominazioni protette.

Per esempio la parola “grana” da solo sarebbe utilizzabile da chiunque, come “parmigiano”, oppure come “mortadella”, come “salame”, come “ossocollo”, come “mozzarella”.

Se addirittura al posto di accordi bilaterali, cioè fra due paesi, questo fosse portato avanti direttamente dalla Commissione Europea per tutti i 27 paesi UE, il danno sarebbe irreversibile e immenso. Soprattutto per gli investimenti “qualità e prosecco certificativo” progettato e curato fin ora anche attraverso vigilanza, controlli, sanzioni.

Il tutto anche se fosse e seguisse un canale commerciale a latere e parallelo, distruggerebbe una immagine notorietà e reputazione che è stata costruita con fatica e con tanti interventi “legali e giuridici” pagati dai produttori interessati.

Inoltre eventuali importanti “colloqui” fra continenti potrebbero vedere sul tavolo delle trattative anche tutto il pacchetto DOP-IGP UE come merce di scambio e come strumento transattivo in contratti anche più pesanti e magari dannosi per altri settori, comparti, ambiente, clima.

Per questo che il potere assunto agli inizi del III° millennio da parte della Commissione Europea con particolari direttive e regolamenti che “convogliano” su Bruxelles tutte le decisioni finali.

Questo vorrebbe dire uno smantellamento definitivo delle tutele introdotte in Europa per proteggere le filiere agroalimentari tradizionali, oramai insite nella vita sociale civile culturale ambientale di tanti distretti targati e griffati.

Questo vorrebbe anche dire un ridimensionamento di azioni e misure della PAC con danni diretti agli agricoltori, oltre che un forte ridimensionamento anche delle politiche commerciali della distribuzione moderna e dei colossi dell’e-commerce. Quello che sembrava una nuova soluzione economico-commerciale può diventare un altro mercato in crisi.

Tutto questo a vantaggio di imprese multinazionali, ma anche nazionali, interessate ad uscire dai piani dei controlli puntando al ribasso dei prezzi al consumo per aumentare la presenza e i volumi di vendita.

Anche l’agroalimentare e l’enogastronomico diventerebbero un mercato massmarket dove la cultura, conoscenza, formazione, istruzione, professionalità non farebbero più la differenza. L’augurio è che almeno vi sia una “reciprocità” di fatto, di esistenza e di formula negli accordi bilaterali, un “de minimis” di riconoscimento garantito delle rispettive specificità e specialità. Non va legittimata una usurpazione all’insegna del business di multinazionali.

Ma tutto questo, e non come è stato fatto fin ora con altri accordi,  deve sempre contemplare un’intesa anche di “sicurezza e precauzione” alimentare per il paese ricevente.

Penso agli Ogm non misurati, gli ormoni agli animali, il benessere negli allevamenti intensivi, il controllo dei residui minimi che sono in Europa tutti sotto controllo preventivo, precauzionale e di sicurezza.

In più, accordi come il Jefta, non contemplano l’approvazione dei Parlamenti dei paesi coinvolti. Altro elemento su cui fare attenzione quando si propongono e si firmano questi accordi – e qui mi rivolgo in primis agli Alti Vertici della Repubblica e Governo italiano – è l’obbligatorio coinvolgimento e cointeressenza – come dice la Commissione Europea a proposito della distribuzione e controllo dei Recovery Fund nel 2020 – di tutti gli aspetti ecosostenibili, ecobiologici, ecoambientali che sono naturalmente coinvolti in questi scambi di prodotto, per esempio: l’eccesso d’uso di carbone fossile, il commercio illegale del legname, la distruzione di foreste, il rispetto dei diritti sociali e del lavoro, la pesca non controllata di alcuni pesci o mammiferi del mare o tartarughe e altri fattori che rientrano nella produzione di alimenti, piatti, prodotti oggetto della reciprocità dell’accordo.

L’Europa sul clima e ambiente sta spendendo molto e chiedendo molto ai paesi dell’Unione per cui certe regole devono valere anche nelle importazione per equanime e leale concorrenza, non solo libera!  E’ evidente che il tema dazi o superdazi o accise aggiunte è il principale sulle derrate alimentari, ma la liberalizzazione non può riguardare tutti i prodotti.

E’ ottima cosa che tutti i  vini europei (come formaggi a pasta dura)  beneficino, con il Jefta e con tutti i futuri accordi con altri Paesi,  di una abolizione delle tariffe che spesso sono altissime fra il 50-100% del prezzo alla dogana, ma la gran parte dei prodotti – a seconda degli interessi di specificità – seguiranno un iter progressivo e differenziato anche per 10-15-20 anni… quindi c’è tutto il tempo di una modifica e di verificare la bontà e l’efficacia dei risultati concordati.

E’ quindi quasi inutile un accordo UE-Altri Paesi singoli se la Commissione Europea, unica e autonoma a decidere, firma intese di lungo periodo quando vengono tutelati difesi al 100% solo il 6-9% di tutte le indicazioni Geografiche Europee.

Non è accettabile inserire 150-250 etichette Dop-igp su 3000. Non è un accodo buono per la UE, men che meno per l’Italia.

Infine è stato concesso per il Giappone (e sarà anche per tutti gli altri paesi?) che la registrazione, difesa di tutte le Dop-Igp europee sia stabilità da un modello giapponese senza una base condivisa, altrimenti anche solo aspetti di lingua o di uso di termini comuni come formaggio, stile, tipo, simil… possono essere evocazioni mendaci e non risolvere il problema della pirateria alimentare.

In questo anche il Ministero delle Politiche Agricole dovrà tenere gli occhi ben aperti e segnalare subito tutti i piccoli o grandi problemi che dovessero insorgere… senza paura di perdere qualcosa.

E’ bene ricordare che la Corte di Giustizia d’Europa è scesa in campo in modo chiaro sulla “inammissibilità” in questi accordi di usi parziali o camuffati o distorti o interpretanti una qualsiasi indicazione geografica per non creare illusioni nel consumatore e sulla “inevocazionalità” in modo che anche in modo passivo non si crei nel consumatore una minimale associazione di idee e il commerciante non “sfrutti” la nomea della indicazione.

 

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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