Vuoi una buona memoria? Mangia i grassi “buoni”
19 Maggio 2009
Se volete migliorare la vostra memoria dovete lavorare sulla vostra dieta, facendo in modo di consumare una buona dose di grassi: tali sostanze sarebbero infatti in grado di agire come
“collante”, trattenendo sensazioni, dati e ricordi.
A dirlo, gli scienziati dell’Università della California, autori di una ricerca pubblicata sulla rivista Pnas (Proceedings of the national academy of sciences), per cui tale processo
avrebbe un origine evolutiva. Secondo gli studiosi, infatti, gli antenati dell’uomo, pur essendo onnivori, avevano nella carne l’alimento più ricco di energia e quindi, in ultima
analisi, di possibilità di sopravvivere: nel corso dell’evoluzione, il cervello ha imparato a memorizzare le caratteristiche di un lauto pasto al fine di ripeterlo prima possibile.
Oggi, la situazione è capovolta: salute e longevità, almeno nel mondo occidentale, non sono legate al nutrirsi ad ogni costo di piatti “carnosi”, quanto al saper moderare e dosare
le calorie ingerite. Ma l’evoluzione gioca su tempi lunghi ed il cervello non è ancora calibrato sulle nuove necessità alimentari.
I ricercatori californiani fanno notare come, durante la digestione dei grassi, tali molecole vengano divise, creando elementi più piccoli. Uno di tali elementi, l’ oleoiletanoamide
(sintetizzato in Oea), può raggiugere il cervello dove svolge due funzioni principali. In primis, informa il sistema nervoso che gli alimenti ingeriti hanno sfamato il bisogno di energia
dell’organismo, spingendolo perciò a inibire la sensazione di appetito, sostituendola con quella di sazietà. Poi (ed è questa la scoperta) aiuta la formazione di ricordi
duraturi.
Per visualizzare il processo, possiamo immaginare i ricordi come reti (di neuroni) che, mediante le ramificazioni (gli assoni), stringono legami più o meno duraturi. La solidità
dei vincoli dipende anche dalle sostanze chimiche coinvolte: nel nostro caso, l’Oea si è dimostrato colla potente, in grado di fissare ricordi altrimenti labili.
Teoria a parte, i primi test di laboratorio hanno dato risultati incoraggianti: gli studiosi hanno osservato come, rendendo il cervello dei topi incapace di assorbire le molecole di Oea,
gli animali fallissero test d’intelligenza e memorizzazione.
Dei farmaci che contengono queste sostanze sono già in sperimentazione per ridurre la sensazione della fame e combattere l’obesità.
Il passo successivo è però ancora più ambizioso: i farmaci attuali per curare patologie come l’Alzheimer o i problemi legati a deficit d’intelligenza provocano nel soggetto
che le assume pesanti effetti collaterali. La speranza è perciò quella di sviluppare medicine basate sugli elementi Oea che, in quanto parte di un normale processo di
digestione, potrebbero risultare molto meno traumatiche per l’organismo.
Matteo Clerici





