Un passo in avanti nella comprensione dell’origine dell’Alzheimer

Un passo in avanti nella comprensione dell’origine dell’Alzheimer

Ricercatori dello Yerkes National Primate Center della Emory University di Atlanta hanno scoperto che un composto già impiegato per la diagnosi della malattia di Alzheimer nell’uomo
può essere ulteriormente utilizzato al fine di spiegare l’assenza di questa patologia negli altri primati.

La ricerca, pubblicata su Neurobiology of Aging, ha permesso di fare un passo in avanti nella comprensione del perché le malattie neurodegenerative legate all’invecchiamento, come
l’Alzheimer, si sviluppino unicamente nell’uomo e non nei primati, aprendo nuove prospettive nel trattamento.

La ricerca si è concentrata sul tracciante radioattivo delle placche amiloidee PIB, da “Pittsburgh Compound-B”, un composto che, una volta iniettato, attraverso il flusso ematico
raggiunge il cervello legandosi alle placche beta-amiloidi (Aβ) responsabili della patologia, e che viene normalmente utilizzato negli studi di imaging con PET (tomografia ad emissione di
positroni) per la diagnosi dell’Alzheimer.

Il cervello dei primati non umani genera una proteina Aβ che presenta la stessa sequenza amminoacidica umana. Inoltre le scimmie, anche quelle antropomorfe, invecchiando sviluppano in
abbondanza placche Aβ senza sviluppare demenza, o altre lesioni cerebrali tipiche della malattia di Alzheimer.

Per capire se vi sia una differenza strutturale nelle proteine Aβ prodotte dalla specie umana e dai primati, i ricercatori hanno impiegato il composto PIB per analizzare post-mortem il
tessuto cerebrale di anziani esemplari di Macaco Rhesus, scimmie squirrel, scimpanzè, oltre che di uomini affetti da Alzheimer in stadio avanzato e uomini anziani in salute.

“E’ stato così scoperto che nei primati non umani il composto PIB non si lega alla proteina Aβ, anche se il cervello di questi animali ne contiene quantitativi molto maggiori
rispetto a quelli riscontrabili nell’uomo: il composto PIB è quindi la chiave per spiegare le cause per cui l’uomo sviluppa la malattia, e altri primati no” spiega Lary Walker, PhD,
neuroscienziato, uno dei ricercatori coinvolti nello studio. Come prossimo passo, i ricercatori riprodurranno modelli murini di Alzheimer, attraverso l’esposizione degli animali ad estratti
umani che presentano un elevato legame con PIB, al fine di ottenere modelli di studio della patologia più vicini a ciò che davvero accade nell’uomo.

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