Tsunami: il mostro che arriva dagli abissi

Tsunami: il mostro che arriva dagli abissi

Il suo nome deriva dall’unione di due termini giapponesi: tsu (porto) e nami (onde) ma ormai la sua fama si è sparsa in tutto il mondo: ovunque, il termine tsunami (spesso
usato come sinonimo improprio di maremoto) indica per chiunque una serie di onde, gigantesche e letali. Il disastro delle Isole Samoa è solo l’ultimo esempio di tali disastrosi fenomeni.

Lo tsunami può avere due origini.

Può nascere da una frana sottomarina e da un eruzione vulcanica, frequente nel Pacifico, ma la causa più probabile è un terremoto al di sotto del livello del mare (come
successo alle Samoa).

Qualunque sia la causa, l’effetto è la nascita di giganteschi muri d’acqua mobili, in grado di viaggiare con una velocità fino a 800 chilometri orari e di colpire le coste senza
aver quasi perso la capacità distruttiva. Proprio quando si avvicina alla terraferma, lo tsunami subisce una metamorfosi: la velocità diminuisce e si alza il livello delle onde.

Gli esperti sottolineano come tale fenomeno possa assumere varie forme.
Con la “morta di marea” il livello dell’acqua si solleva di molti metri, mentre con il “treno di onde” si hanno varie ondate. Ma l’aspetto più temuto è il “muro d’acqua”: un
colosso dall’impatto devastante, sia materialmente che psicologicamente.

Per ora, l’unica difesa dallo Tsunami è la prevenzione per una fuga veloce.
Se i terremoti si combattono con edifici antisismici, l’unico ausilio della tecnologia contro gli tsunami sono i satelliti e le boe sottomarine, sentinelle dei siti “caldi”.

Quando tali strumenti funzionano, i danni possono essere limitati e le perdite contenute.

In caso contrario, succede qualcosa di simile al 2004.

Allora l’epicentro del sisma fu misurato al largo dell’isola di Simeulue, lungo la costa occidentale di Sumatra. Durò una decina di minuti, toccando la magnitudo 9.0 della scala Richter.
I Paesi colpiti furono 14. Oltre all’Indonesia, Sri Lanka, India, Thailandia, Somalia, Maldive, Malesia, Myanmar, Tanzania, Seychelles, Bangladesh, Sud Africa, Kenya, Yemen. Nonostante il
numero di vittime non sia mai stato accertato, stime attendibili oscillano tra i190000 e i 230000 morti.

Matteo Clerici

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