“Troppi segreti”: Greenpeace denuncia l’industria del tonno in scatola

“Troppi segreti”: Greenpeace denuncia l’industria del tonno in scatola

Il tonno in scatola. Alimento semplice e diffuso, ma dalla composizione e produzione tutt’altro che chiare, sia nelle dinamiche che nei commestibili.

Questo è il messaggio di Greenpeace, che attacca direttamente l’industria della pesca e dell’inscatolazione, a suo dire colpevole di reticenza ed operazioni di mascheramenti.

Gli ambientalisti si appoggiano sull’operazione “Tonno in trappola” (www.Tonnointrappola.it). La campagna, iniziata nel 2009, e dotata di
numeri importanti: 2000 marchi (e le loro etichette) esaminati, 173 punti vendita scrutati in dettaglio, interviste ai consumatori. Poi, le conclusioni, espresse nel rapporto “I segreti del
tonno. Cosa si nasconde in una scatoletta?”.

Secondo il documento, il primo problema è l’oscurità delle etichette. Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia”, a fronte di poche aziende con
etichette virtuose “La la maggior parte dei prodotti non offre garanzie né sul tipo di tonno che portiamo in tavola, né sulla sostenibilità dei metodi con cui è
stato pescato”. Quasi nessuna scatoletta dà infatti notizie chiara sull’area di pesca (7% del campione) e sul metodo di pesca (3%). Allora, “Tutto fa pensare che le aziende produttrici
stiano cercando di nascondere qualcosa”.

Greenpeace punta il dito contro la pesca del tonno, dannosa per bersaglio e sistema. Tra le i tonni che finiscono nelle scatole, 8 specie sono a rischio, tra cui il tonno pinne gialle. A
peggiorare la cose, la predilezione per i metodi di pesca più invasivi, come le reti a circuizione ed i palamiti. Maglia nera, però, per i “Sistemi di aggregazione dei pesci”,
FAD, responsabili di un massacro indiscriminato che colpisce, oltre ai tonni, tartarughe, squali e mante.

Dopo le critiche generali, le accuse particolari.

Secondo l’indagine, i marchi meno trasparenti includono MareAperto STAR, Maruzzella, Consorcio e Nostromo. Riomare non chiarisce aree e metodo di pesca: allora, si chiede Monti, “vuole
nascondere che userà metodi di pesca sostenibili solo nel 45 per cento dei suoi prodotti?” E Mareblu, “Non dice come viene pescato il proprio tonno: forse non vuol far sapere ai
consumatori italiani che si è impegnata per una pesca sostenibile senza FAD solo sul mercato inglese?”.

Asdomar è nella scarna lista dei promossi: l’azienda “Ha iniziato ha iniziato a riportare il nome della specie, l’area di pesca e il metodo utilizzato, anche se non specifica ancora
l’eventuale uso di FAD”.

Tutto questo non è inevitabile: al contrario, è possibile unire prodotti di qualità e rispetto per il mare.

Così, Giorgia Monti ricorda il caso inglese, dove la maggioranza delle aziende ha deciso di utilizzare solo tonno sostenibile. Tuttavia, non è solo questione di produttori.
Greenpeace chiede la mobilitazione dei consumatori, che dovrebbero comprare solo tonno “sostenibile” e preferire le aziende che attuano buone pratiche: etichette trasparenti, processo
tracciabile, informazioni sulla lavorazione.

Matteo Clerici

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