Toscana equa, solidale e fiduciosa nelle istituzioni

Firenze, 17 Dicembre 2007 – Toscana equa e solidale. Campanilista quanto basta, un po’ più individualista, ma capace di fare delle peculiarità territoriali una risorsa, di
cimentarsi con le nuove sfide, forte, a differenza di altre zone del paese, di una coesione sociale che appare tuttora solida e si concretizza ancora nell’impegno nel volontariato, in politica
e nella fiducia nelle sue istituzioni.

Una Toscana, insomma, che sembra avere le energie per uscire da uno dei momenti più bui della sua economia. Vitale e dinamica, aperta al mondo, accogliente verso gli immigrati e a sua
volta propensa a varcare le frontiere, nell’export come nella ricerca e nell’istruzione. Capace di rimboccarsi le maniche per dare il via a un solido sviluppo, incline, anche se non ancora
abbastanza, all’innovazione sia pure, ancora, preferibilmente sotto l’ombrello sicuro della spesa pubblica.

E’ una Toscana da primato quella immortalata nella foto scattata dal quarto rapporto Censis a una regione che può vantare il più basso indice di disuguaglianza nella distribuzione
dei redditi fra i suoi cittadini, sia che lo si paragoni a quello delle altre regioni, che alla media nazionale. Ma la Toscana non è solo la regione più equa d’Italia, è
anche una delle regioni dove il benessere è presente e diffuso: l’incidenza di povertà relativa è del 4,6% (in Italia è oltre l’11%, nel Centro Italia il 6%). Solo
l’8,1% delle famiglie si colloca nella fascia più bassa di reddito. E rappresenta un’eccezione, a livello nazionale, anche per la fiducia che i suoi cittadini continuano a tributare alle
istituzioni pubbliche, che considerano più vicine dello Stato centrale alla maggior parte dei loro bisogni, a cominciare dalla sanità.
«La Toscana sta reagendo ai processi di globalizzazione non mettendo in discussione i propri livelli di coesione sociale ma anzi grazie ad essi.- commenta l’assessore all’istruzione,
formazione e lavoro Gianfranco Simoncini presentando oggi insieme al direttore del Censis la ricerca – e i toscani sottolineano, nelle loro risposte, che è giusto tenere insieme
competitività economica e coesione sociale, qualità e tutela del lavoro, attenzione verso l’industria tradizionale e l’innovazione. Un modello che ha saputo, per questo, reagire
agli effetti della crisi con quello che la ricerca definisce uno scatto di orgoglio collettivo Infatti dai dati del Censis – illustrati nel dettaglio oggi dal suo direttore Giuseppe Roma,
scopriamo che industria e turismo – tradizionali pilastri dell’economia toscana – hanno non solo retto l’urto della crisi, ma anche cominciato a ridefinire la propria fisionomia in termini
più moderni e creativi. L’altra faccia della medaglia sta, come si è detto, nell’eccezionalità della società Toscana che, in controtendenza rispetto al resto del
paese, rimane nonostante tutto, soddisfatta dei governi locali, a cominciare dalle Comunità montane per arrivare alla Regione e, per questo, partecipa più attivamente alla vita
della comunità in cui vive. Il 39,8% dei toscani ritiene che la Regione debba contare di più rispetto allo Stato, il 23% che province e comuni dovrebbero avere più
potere.
Insomma un miracolo toscano? «Non siamo un’isola felice ma tutto questo – dice Simoncini – è certamente un processo andato avanti non solo ma anche grazie ad alcune scelte che la
Toscana ha fatto per governare il processo di cambiamento in atto nell’economia e nella società in maniera soft, con quella che la ricerca definisce «metamorfosi non
traumatica» e che si è tradotto, per quanto riguarda la Regione, nello sforzo di puntare con decisione su capitale sociale e umano e quindi sull’occupazione, sulle eccellenze
numerose e diffuse, sull’integrazione sociale e su efficaci politiche di welfare, ma anche su una forte ricerca della concertazione e dell’impegno di tutti i soggetti sociali».

Il rapporto descrive la delicata fase di mutamento attraversata dalla nostra regione e ne evidenzia le consistenti energie vitali. «E’ una reazione positiva che ci sta consentendo di
affrontare le difficoltà che ancora ci attendono. Non dobbiamo infatti nasconderci ombre e punti critici».
Le energie positive sono state convogliate, in economia, in attività che hanno fatto crescere il valore aggiunto del 5,5%, anche in presenza di un rallentamento generale A trainare il
rilancio sono i settori più innovativi (fra il 2000 e il 2006 sono cresciute dei oltre l’80% le esportazioni di prodotti ad alto contenuto tecnologico) e la persistenza di una
imprenditorialità piccola ma diffusa che ha saputo sfruttare a proprio vantaggio la competizione internazionale (come ad esempio il settore della nautica). Un altro fattore potente di
crescita è stato il turismo: agli occhi dei cittadini toscani la forza di attrazione della regione è aumentata per il 55% delle persone. Una percezione esatta , perché nel
2006 il turismo ha superato quota 41 milioni di presenze, un record assoluto. Ma non mancano nemmeno le criticità. «Legate spesso – avverte Simoncini – al cambiamento ancora in
corso e che dobbiamo convogliare sui binari giusti perché si traduca davvero in sviluppo, capace di conciliare competitivtà con equità sociale e sostenibilità
ambientale’.
Ma va detto che elementi di disgregazione presenti in altri contesti, si pensi agli sconfortanti dati nazionali emersi nei giorni scorsi e dallo stesso rapporto Censis sul Paese, non hanno
ancora scalfito il modello di democrazia solidale che in Toscana è stato costruito grazie a una intensa opera di concertazione e di governance che ha visto la Regione e le istituzioni, i
Comuni, le Province la parti sociali e tutta la società civile mobilitati verso l’unico obiettivo dello sviluppo».
Ma segnali critici esistono e non sono taciuti. Anche se si insiste sempre e comunque sul fattore equità, sulle minori differenze di reddito e sulla coesistenza fra alto benessere e
bassa disuguaglianza che costituisce il principale fattore di sviluppo regionale: un antidoto per scongiurare o quantomeno mitigare gli effetti negativi di una società in veloce
cambiamento.
Come la percezione via via meno positiva che i toscani hanno degli immigrati peraltro ben integrati nel tessuto regionale (i residenti sono 215 mila, dal 2005 al 2006 11,3% con punte altissime
in realtà, come Prato, che costituiscono casi a livello nazionale: a Prato quasi il 25% dei nati è di coppia straniera), le maggiori difficoltà che adulti e ragazzi
stranieri incontrano al lavoro e a scuola. Poi ci sono precarietà e sottoccupazione, una innegabile disparità di genere che l’aumento massiccio dell’occupazione femminile (oggi al
55%) non sembra aver che in minima misura scalfito. Le donne sono poco presenti e partecipano meno in politica e alla vita sociale, hanno carriere più discontinue, lavori mediamente
più precari e inadeguati al titolo di studio, accusano di più il divario digitale e accedono meno alle tecnologie informatiche; in compenso accudiscono malati e anziani .
C’è il costante invecchiamento della popolazione, che mette a dura prova un sistema socio-sanitario fra i più efficienti d’Italia.
«Siamo consapevoli – afferma l’assessore – che alcuni fenomeni che al momento sono solo emergenti avranno più spazio anche da noi. Per questo stiamo lavorando molto sul fronte del
lavoro precario, delle pari opportunità, del lavoro di soggetti deboli, e poi sulla casa, sui giovani, sul diritto allo studio. E tanto, tantissimo puntiamo sulla formazione: lo chiedono
i toscani per primi: perché se per il 38% dice che per migliorare la propria condizione è necessario darsi da fare e faticare, aumenta la quota (35,6%) di chi attribuisce questo
scatto a competenza, preparazione e imprenditorialità.

Barbara Cremoncini

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