Tempi duri fra protezionismo & bonus. Incentiviamo acquisti made in italy ma diamo futuro

Tempi duri fra protezionismo & bonus. Incentiviamo acquisti made in italy ma diamo futuro

By Giuseppe

E’ protezionismo sostenere il made in Italy in epoca pandemia?

E’ più utile un bonus una tantum o una strategia di fiducia alle imprese di lungo periodo che guarda al post-covid?

 
20 novembre 2020
Tutti siamo da almeno un mese o poco più, sommersi non solo da Dpcm in continua evoluzione, ma anche da circolari, regolamenti, giudizi, commenti, frasi fatte ripetute di rassicurazione senza prova alcuna e di giocolieri, alchimisti, Udinì, aventinisti… che dicono, giustamente, come comportarci assolutamente senza se e senza ma.
E chi sgarra deve pagare perché fa un danno al Paese e agli altri: ben vengano controlli orizzontali, diffusi, a tappeto se non si ubbidisce. “Fuori tutti” si diceva una volta a tutti e dico tutti i tutori dell’ordine pubblico, civile e sociale perché anche i medici e il sistema sanitario ha bisogno di un supporto.
Nello stesso tempo però Qualcuno, al ministero della Salute (2500 dipendenti fissi più precari, di cui 500 con il titolo e lo stipendio da dirigente ministeriale!!) dovrebbe domandarsi con urgenza perché il colore “arancione e rosso”  viene dato a certe regioni per i danni della pandemia o per un “sistema regionale sanitario” commissariato da 10 e più anni, senza competenze organizzative, senza alti vertici in grado di risolvere questioni banali, senza medici, senza infermieri, senza posti letto, con più corridoi che camere degenza.
E il ministero dell’Istruzione Scuola, dovrebbe immediatamente pensare a come fare cambi di modello formativo visto che, causa numeri chiusi o incompetenza, da anni siamo senza insegnanti.
E il ministero della Difesa che ha dismesso recentemente e totalmente, dicono che sono abbandonati, 12 ospedali-caserma sparsi per l’Italia che potevano già a marzo 2020 essere aperti al servizio Covid 19!
In questa situazione devo fare un plauso al mondo imprenditoriale italiano del settore ristorazione-ospitalità-accoglienza-turismo (19% del PIL nazionale, circa 330 mld/euro/anno!) che non chiede “ristori gratis o regalie fisse per mesi o bonus pasti” (come invece giustamente e temporaneamente devono essere introdotti per i dipendenti privati – e solo quelli – che perdono il lavoro o sono in cassa integrazione per il 100-80-60% delle ore stabilite dai contratti) ma interventi strumentali, strutturali, infrastrutturali, e soprattutto sospensione lunga (almeno 12-18 mesi di proroga) delle tasse e mutui e prestiti e imposte e gabelle statali-regionali-comunali che spesso sono anche versate in anticipo!
Niente assistenzialismo come fosse un lenzuolo che copre lo status quo, ma cambi di marcia istituzionali, innovazione contrattuale, connessioni sicure, web 5.0, eliminazione burocrati, semplificazione pratiche con autocertificazioni ( e poi controlli pesanti).
Non riesco proprio a capire come, alcuni importanti vertici e Sindaci, possano chiedere “ristori” per chi lavora in nero giustificandolo come prassi culturale, costume, uso da sempre. Per me è connivenza e consociativismo nell’eludere una legge sacrosanta. Ricordo che si parla di 200 mld/euro/anno la frode nazionale di queste prassi.
Meglio pensare ad una iva/imposta del 10% piuttosto che del 26/28% per tutti i prodotti.
I beni di lusso (è già successo in Italia) vadano anche al 30/36%, ma quelli ordinari e quotidiani (c’è già l’elenco in Istat fatto da anni) devono essere raggiunti da tutti.
Certo un minimo di scala in base al reddito lordo famigliare  è fondamentale: questa è solidarietà, sostenibilità, sussidiarietà resilienza vera … non parole a vanvera e oppio per il popolo!
E allora veniamo al tema vero: è sbagliato o è giusto in questo momento (viste anche le difficoltà e carenze logistiche operative di imprese e vettori) indicare per i settori e i prodotti italiani più colpiti dal calo dei consumi o dalle “chiusure a tempo” o da distanze obbligatorie (e consigliate) dall’Istituto Superiore di Sanità (Conte dice che le scelte le fa in base ai diktat dei tecnici) una protezione merceologica-commerciale riservata a chi acquista e somministra prodotti di origine e vero made in Italy?  
Slow Food (www.slowfood.it), ma anche Ceves osservatorio.ovse.org, già da marzo 2020 aveva fatto un accorato e ben dettagliato appello al Governo affinchè i ristoratori/cuochi avessero concessioni di crediti d’imposta a costo zero per gli acquisti prodotti “prossimali-locali-regionali-nazionali”.
Secondo molti questa operazione (a marzo 2020) avrebbe innescato subito un diffuso modello orizzontale e verticale che avrebbe consentito maggiore prevenzione e una preparazione solida alla ricaduta di settembre-ottobre 2020, post vacanze libere senza misure. Questo avrebbe aiutato anche i produttori di frutta, verdure, vino, formaggi nazionali, meglio Dop e Igp. L’appello accolse immediatamente migliaia di firme.
Nessuna risposta da Roma e dal Governo. Finalmente è stato emanato il decreto “ristori” che prevede un contributo a fondo perduto per acquisti di prodotti del territorio. Finalmente! Ma non in modo semplificato (come in Germania, Svezia, Norvegia…), c’è tutta la solita procedura!
Sono convinto, come economista,  che in una fase di pandemia (visto anche il lassismo e le mancanze, oggi evidenti e così dannose, di anni di vacche grasse senza scelte drastiche contro chi era evasore) la velocità e l’autodeteminazione nelle diverse opzioni/ soluzioni previste, valga molto di più per ristorare e risollevare il paese. Certo poi si controlla a tappeto e chi ha sgarrato paga il doppio.
Purtroppo anche questo DpcmConte sui bonus una tantum (se non accompagnati da innovazione e cambi di gestione e organizzazione sono soldi pubblici senza costrutto) parla di filiera italiana in modo vago dove sembra che valga di più la sede del confezionatore e commerciante che la azienda produttiva della materia prima locale!
Stesso “inghippo della manina ministeriale” era già successo per i contributi assegnati alla raccolta dell’uva da vino, facendo confusione fra viticoltore (che produce uva) e il vinicoltore (che può acquistare anche solo vino dove vuole). Poi fortunatamente ricomposta grazie ai Giuristi del Vino!  
Una scelta governativa diversa e più pregnante c’era da inserire nel Dpcm Conte: legare e premiare, con interventi una tantum e di lungo periodo per dare speranza,  solo chi oltre a essere produttore di alimenti per il consumo fosse anche un presidio esistente dell’ecosistema e della biodiversità agrario alimentare italiano e nazionale, nostro fiore all’occhiello prima che svanisca.
E’ protezionismo, è concorrenza sleale, è tutela settoriale, è “prima il modello italiano“? Sicuramente ci sono anche questi risvolti, ma legittimi e concreti in questo maledetto tempo pandemico. Si deve essere capaci di rispondere al contingente con le armi sociali e civili e economiche domestiche che abbiamo.

Giampietro Comolli
Newsfood.com
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Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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