Tassa o epidemia: l’allarme degli esperti contro l’obesità

Tassa o epidemia: l’allarme degli esperti contro l’obesità

O tasse sui cibi o  epidemia di obesi. Questo il messaggio di alcuni esperti britannici che vedono il mondo anglosassone ad un bivio: o intraprendere una serie di azioni legislative o
subire un incremento esponenziale di sovrappeso ed obesità.

Nello specifico, è la tesi di una ricerca dell’Università di Oxford (Gran Bretagna), diretta dal dottor Klim McPherson e pubblicata su “The Lancet”.

Fin dall’inizio, gli esperti sono chiari: prendendo spunto da ricerche precedenti, essi sostengono come “L’entità della minaccia obesità è chiara”.

Infatti, essi fanno parlare i numeri. In base ai loro sulla crescita della popolazione oversize, al più tardi nel 2030 gli obesi in Gran Bretagna saranno il 46% dei cittadini (contro il
26% attuale), mentre negli USA saranno il 50% (contro il 32%). E le conseguenze, anche solo sulla sanità pubblica, saranno più che negative.

Allora, la seconda parte dell’indagine si concentra sui possibili rimedi. Gli esperti hanno così valutato 20 diverse misure anti-obesità, dalle tasse su bevande zuccherate e cibi
grassi al marketing “speciale” per bimbi fino ai programmi di educazione alimentare nelle scuole. Dopo attenta selezione, gli esperti hanno individuato due procedure, considerate migliori per
il rapporto costi-benefici.

La prima è l’azione sui bambini, che ha dalla sua la giovinezza dei soggetti: è più facile (e con più probabilità di successo) intervenire su un minore con
eccesso di peso che su un adulto/anziano con lo stesso problema.

La seconda è una tassa sugli junk food, panini dolci o bevande che siano. A sostegno di tale misura, gli esperti portano un caso particolare. In California, un’ipotetica tassa (1 cent
ogni oncia) sulle bibite dolci porterebbe vantaggi per le casse pubbliche (1,5 miliardi di dollari l’anno) e per la sanità, che vedrebbe ridursi i casi di obesità e malattie
collegate.

Al contrario, le azioni di collaborazione tra autorità ed industrie del settore sono pressoché inutili.

McPherson e colleghi offrono anche due possibili spiegazioni sulla timidezza dei governi di Londra e Washington. Per cominciare, vi è l’avversione per lo Stato-nonna, il potere che tenta
di invadere la vita privata dei cittadini, concetto disprezzato dalla mentalità anglosassone.

Poi, più concretamente, vi è il peso politico dei colossi del fast food e della ristorazione. Il professor Stever, docente all’Harvard School of Public Health e partecipante alla
ricerca, ritiene che l’opposizione di “Un’industria da 50 miliardi di dollari che si oppone” sia una delle cause più probabili che hanno impedito la nascita della tassa sui
cibi-spazzatura.

Dato lo spessore della rivista di pubblicazione e degli autori, la rivista ha suscitato clamore, spingendo le autorità britanniche a farsi avanti. Il ruolo di portavoce è stato
preso da Anne Milton, ministro della Salute, che ha ribadito la linea: no tasse, si alla azione congiunta coi privati: “Combattere l’obesità è una priorità. Ma per ora non
abbiamo in cantiere progetti per imporre una ‘fat tax’. Stiamo lavorando con le industrie alimentari per ridurre grassi, zuccheri e sale nei loro prodotti e far sì che introducano
alternative più salutari”.

FONTE: Klim McPherson et al.,”Health and economic burden of the projected obesity trends in the USA and the UK”, The Lancet, Vol. 378 No. 9793 pp 815-825, 27 August 2011,
doi:10.1016/S0140-6736(11)60814-3

Matteo Clerici

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