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Tartufi Siciliani? Sì, certo! … i tartufi non nascono solo ad Alba e Acqualagna!

Tartufi Siciliani? Sì, certo! … i tartufi non nascono solo ad Alba e Acqualagna!

By Giuseppe

Tartufi Siciliani? Certo! … i tartufi non nascono solo ad Alba e Acqualagna!

Il tartufo made in Sicily. Da cinque anni al palo.
Nonostante difficoltà ed inerzia della politica, si respira aria diversa.

Testo di
Daniela Accurso
Palermo, 19 marzo 2022
E’  una lunga storia che porta nel lontano 2002, quando l’attuale direttore regionale dell’assessorato Agricoltura,  Dario Cartabellotta, commissiona l’acquisto di un cane da tartufo.
Panico tra i burocrati. In quale capitolo di spesa si colloca questa insolita richiesta? Beni di consumo? No. Spese per approvvigionamento? Ma  neanche per idea. Un tam tam di risposte confuse, fino all’espediente propedeutico. E così il cane si  materializza.
Da quel momento parte il progetto tartufo siciliano, fermo, immediatamente  al palo perchè, dopo l’approvazione della legge da parte del Parlamento siciliano, da cinque anni, non cinque settimane e neanche cinque  mesi, i deputati non riescono ad  approvare il regolamento che darebbe una boccata di ossigeno al comparto agroalimentare di nicchia.
Si. Perchè la Sicilia potrebbe essere una delle regioni del Sud a vantare questo primato. L’isola  dovrebbe splendere di luce propria, grazie al sole, al  mare, turismo ed agricoltura, invece deve fare  i conti con la sotto cultura, i pregiudizi e  gli stereotipi della politica, ingarbugliata in una fitta rete di interessi che procura disagi, rendendo inverosimile un possibile  scenario a tinte rosee.
Tra i mille rovi  di ostacoli si  sostituisce il privato al soggetto pubblico. Non è  una notizia, ma è una buona realtà.   Potrebbe cominciare così  la storia di una donna,  con il suo compagno, tanto intraprendente come solo le donne sanno fare, coraggiosa che ha fatto una scommessa al buio, con forza, volontà ed azione.
Il suo ispiratore, un allora studente in medicina, siciliano, Giuseppe Zuccalà, oggi ginecologo, 54 anni, che, tra un esame di  anatomia ed uno di chimica, coltiva la passione per  il tartufo. Intanto si laurea, fa ritorno al suo paese di origine, Barrafranca, ma  è già sicuro che i sogni non sono solamente desideri. E così la fidanzata, che diventerà  moglie e gli darà due figli, si chiama  Gisella Afaresi, 52 anni, casalinga  trasformatasi in imprenditrice.

Tutto comincia nel 2013. Quando i coniugi acquistano 8 ettari di terreno. Per far cosa? Provate ad indovinare, una piantagione di tartufi che impiegano in media 7 anni per essere raccolti. Meticolosi  ed attenti i soci per caso, col pallino del business, ricordano  i primi anni di attività. Da una parte ci sono loro, i tartufi ed i 7 cani. indispensabili a scovarli nel sottobosco del loro latifondo, dall’altra marito e moglie, con un  merito, portare l’azienda ad essere la più estesa della Sicilia. Proprio così. Nel cuore dell’Isola, grazie al clima mediterraneo propizio, necessario all’habitat della coltura, non mancano idee, progetti e volontà.

Spieghi meglio la sua attività sui tartufi siciliani, signora Gisella.

Non ci accontentiamo. Guardiamo sempre avanti. Ed il lavoro cresce. Forniamo i ristoratori che chiamano  da tutta Italia, ma anche dagli Usa e dal Giappone. Cerchiamo anche di lavorare sulle contaminazioni  dei tuberi, invogliando la fantasia dei  gourmands. 

 Mette in atto, dunque,  il suo progetto, quello del  tartufo, declinato nelle  modalità più originali, con le mandorle tostate, il pomodorino di Pachino ed i patè. E’ così?

Esattamente, ma tutto secondo le regole dettate dalle  materie prime autoctone.  Niente colture provenienti da altre  altre regioni. Qui si produce la sicilianità a 360 gradi. Il gusto preminente è l’aroma inconfondibile del tubero più costoso in agricoltura. E  non ci facciamo  mancare   le chicche isolane, da Pachino, ai Nebrodi, privilegiando comunque   il territorio ennese.

Se i suoi prodotti partono per latitudini  e longitudini disparate,  il suo marchio resta preservato, ci pare di capire. Lo avete depositato e brevettato, il “ tartufo siciliano” si fa conoscere nel pianeta. E’ così? 

 

 Si. Tutto questo grazie anche all’ausilio di uno chef ennese, Hermes Picone, oramai famoso per le sue prelibatezze nel ristorante che gestisce a Nicosia.  I campi  barresi prolificano  di tartufi  neri, cosiddetti tuber aestivum, affiancati  da tuber borchii e da quelli bianchi, Magnatum Pico, solo meno blasonati dei più  famosi tartufi bianchi di Alba.

Nella  sua azienda, Gisella, si producono circa mille vasetti al giorno. Continuate su questi numeri per la produzione ?

 Non proprio. Con il Covid abbiamo subito una battuta d’arresto, a causa della chiusura di tutti i ristoranti e dei punti vendita, registrando di fatto una stasi di lavoro .

Oggi  pian piano  si intravede la ripresa?

 Si, con la individuazione di rivenditori spalmati sul territorio siciliano che  a breve termine sonderanno  il mercato per poi debuttare  in quello internazionale.
La favola potrebbe avere il  suo lieto fine, se non fosse per il pastrocchio della legge ferma in commissione attività produttive.  A causa di questo, l’ azienda non è riconosciuta proprio in Sicilia, per l’ assenza del suo decreto attuativo. Che significa? Che Gisella non può accedere ai bandi stanziati dall’Unione europea, necessari a rimodernare le sue apparecchiature, che non può avvalersi di incentivi per  la realizzazione di  nuovi sistemi di irrigazione ad impatto green, ad esempio. C’è di più. Il tartufo siciliano non viene designato con la titolarità di “patrimonio dell’Unesco”.

Siete più scoraggiati o amareggiati?

Da 5 anni non abbiamo più interlocutori politici ed amministrativi alla Regione Sicilia. Si potrebbe instaurare  un florido  flusso economico, invertendo la tendenza, collegato alla gastronomia, ai vini, ai circuiti internazionali di turismo enogastronomico. Ma non è così.
Rimane tutto un pesante macigno incompiuto.
Siamo rassegnati. Noi siamo andati avanti ed ogni giorno dimostriamo di fare sempre meglio.  Per un attimo vogliamo immaginare che la Sicilia possa diventare la dimora d’eccellenza del  tartufo, ma  sfugge purtroppo  alla attenzione  di chi amministra  spesso solo facendo tanto rumore.
Ci troviamo ogni giorno davanti ai nefasti della politica. Una domanda su tutte, ci si può  rassegnare di fronte ad un destino così  oscuro ? La risposta è un secco no. Non deve finire qui. Prezioso, raro e costoso, il tartufo rappresenta il simbolo della  economia  gastronomica di èlite, da trattare come merce rara, dalla vita brevissima, appena una settimana, e dalla fragilità estrema. Il suo  costo oscilla, in base alle quotazioni di mercato, proprio come l’oro e si attesta attorno agli 800 euro al chilogrammo. Un  potenziale tutto  siciliano che darebbe lavoro, non costringendo tantissimi giovani ad emigrare.  Questa è la beffa e l’ironia. Una azienda riconosciuta all’estero, ma invisibile nel territorio in cui opera, dove si  lavora, si fatica e si  produce il tartufo e la Sicilia non lo sa.

Daniela Accurso

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