Streghe, vino e banchetti con… il Diavolo

Streghe, vino e banchetti con… il Diavolo

Una causa che oggettivamente, può aver dato forma a visioni disperate: appare quindi è “indiscutibile il rapporto tra stregoneria, sottoalimentazione e fame, già
intuito da quel grande medico che era Cardano, il quale riferiva di donne miserabili che vivacchiavano nelle valli prealpine mangiando castagne, erbe e verdure selvatiche e perciò erano
malcilente, pallide, deformi e maniacalmente fissate in allucinazioni, taciturne e fuori di senno, per cui, egli scriveva, poco differivano da quelle che si crede siano in preda al demonio” (G.
Bonomo, Nuove ricerche sulla stregoneria, in M. Cuccu e P.A. Rossi, a cura, La strega, il teologo, lo scienziato, Genova 1986, pag. 37).

E poi non dimentichiamo che la fame è forse uno tra gli allucinogeni più potenti! La sottocultura prodotta dalla povertà, era spesso considerata la principale artefice delle
visioni, del volo, dei contatti con l’universo soprannaturale.
Questa interpretazione era solo parzialmente accettata dagli inquisitori, che continuarono ad ascrivere ai nefasti rapporti col demonio, l’origine di una vasta serie di fenomenologie.
La fame endemica mai saziata certo fu una delle motivazioni poste alla base di un malessere interiore, che naturalmente produceva un forte disagio nelle classi socialmente emarginate, per le
quali mangiare regolarmente di fatto era una notevole conquista.
Ma al sabba si mangiava e si beveva, si consumavano grosse quantità di cibo e di bevande, spesso ottenute rubando le scorte nei magazzini delle vittime dei malefici.
Vie è la possibilità che le streghe fossero vittime delle visoni o dei sogni prodotti dalla scarsa alimentazione e da una fama che mai trovava soddisfazione? Accettare in toto una
simile ipotesi risulta obiettivamente difficile, se pure è innegabile che i grandi banchetti descritti dalle accusate avevano tutte le caratteristiche per essere situati nell’ambito della
visione, ben lontani dalla verità.
Secondo il Tartarotti era proprio la fame mai spenta e la mancanza di nutrimenti e calorie, a produrre nelle streghe immagini inesistenti, “non vivono (le donne accusate di stregoneria, n.d.a.)
quasi d’altro che di latte, erbe, castagne, legumi ed altri cibi somiglianti, i quali generano sangue rosso, lento, producendo sogni orribili e spaventosi” (G. Tartarotti, Del congresso notturno
delle Lammie, Rovereto-Venezia 1749).
Anche nelle fantasie di molti interpreti, il banchetto sabbatico divenne una sorta di eden pagano, dominato dai piaceri materiali. Una visione che di certo non aveva più nulla della
dimensione orrida, infiammata dalla demonizzazione cristiana, ma appartenente al materiale immaginario di una cultura che faceva costante ricorso al simbolo: “là vi sono mense imbandite,
vi prendono posto e incominciano a mangiare i cibi che il Demonio fornisce o quelli che ciascuno ha portato.
È certo che quei banchetti sono così laidi che, sia che si guardi il loro apparato o se ne percepisca l’odore, facilmente possono procurare nausea anche a uno stomaco affamato” (F.
M. Guazzo, Compendium maleficarum, Milano 1608).
Quindi non sempre il banchetto del sabba era figlio dell’utopia di un improbabile Paese di Cuccagna, ma spesso, nella rilettura demonizzante di giudici e inquisitori, finiva per essere
espressione ulteriore di una sordida e lurida riunione, consacrata al male e al peccato.
Da alcuni frammenti di un processo celebrato nel 1520 contro tre streghe di Cassano d’Adda, apprendiamo che le accusate recatesi al sabba avevano ucciso dei bambini succhiandone il sangue, quindi
si erano concesse ogni libertà intorno ad una tavola imbandita con cani, oche e polli. Al banchetto potevano anche intervenire i demoni. Partendo dalle fonti, possiamo isolare tre blocchi
in cui una certa pratica alimentare aveva una funzione precisa nelle credenze sulla stregoneria: cibopozione; banchetto sabbatico che prevedeva una quantità di cibo superiore alla media
per il contesto socio-economico di riferimento e/o una composizione fortemente anomala e trasgressiva del banchetto; antropofagia.
Come è noto, nel contesto della stregoneria l’antropofagia svolgeva un ruolo non secondario che aveva il compito di esaltare ulteriormente, agli occhi degli accusatori, l’aspetto demoniaco
degli incontri sabbatici. Mangiare i propri simili era una delle manifestazioni non considerabili un errore interpretativo, ma una chiara espressione della magia nera praticata al sabba.
Le streghe cercavano le loro vittime tra quanti non erano protetti dal simbolo del cristianesimo, per poterli sottrarre liberamente al controllo dei genitori e di Dio.
Ecco, a questo proposito, la testimonianza di una strega che nel territorio di Berna divorò tredici bambini, così come ci è giunta attraverso la memoria del Nider: “insidiamo
i bambini non ancora battezzati o anche battezzati, soprattutto se non sono protetti dal segno di croce o dalle preghiere.
Con le nostre cerimonie li uccidiamo nelle culle o quando giacciono a fianco dei genitori, e , il seguito, quando si reputa che siano stati soffocati o siano morti per altro motivo, li sottraiamo
di nascosto dalla tomba, li cuociamo in acqua calda fino a quando, tolte le ossa, quasi tutta la carne viene resa mangiabile e bevibile.
Dalla sostanza più solida di ciò, fabbrichiamo un unguento adatto alle nostre volontà, alle nostre arti e trasformazioni; con l’elemento più liquido, invece, riempiamo
il fiasco e l’otre, dal quale, chi beve, con l’aggiunta di poche cerimonie, immediatamente viene reso complice e fautore della nostra setta” (J. Nider, Formicarius, Colonia 1475).
Il paradosso più grande era raggiunto quando le streghe confermavano che l’antropofagia era praticata con diretti scopi alimentari, e senza alcuna mascherata rituale: “la carne de
christiano et maxime de li puttini è più giotta e dolze de mangiar, che non la carne de bestie” (A. Panizza, I processi contro le streghe nel Trentino, in “Archivio trentino”,
7,1888, pag. 205).
Di contro però, si hanno anche notizie di tradizioni popolari dominate dalla superstizione, che proponevano di mangiare carne di strega per entrare in possesso di poteri magici
straordinari (Capitulario de partibus Saxoniae, anno 775). A questo punto possiamo dire che anche nella stregoneria il cibo risultava un significante molto preciso, un importante indicatore
socio-antropologico.
Il cibo delle streghe, alimento normale o orrido, ma soprattutto anomalo, era un contenitore di credenze, di tradizioni simboliche, che con le sue apparenze manifestava un particolare status a
cui apparteneva chi praticava una ben precisa scelta alimentare. Il cibo del sabba era un ulteriore emblema dell’anomalia delle pratiche perseguite dalle streghe: ogni momento dell’incontro
corrispondeva all’infrazione di un tabù: la danza, l’itinerario rituale e il pasto si univano in simbiosi, dando vita ad una ricostruzione contrassegnata, nella coscienza del potere
antropocentrico, con toni malefici e diabolici.
Quindi il cibo delle streghe è comunque un simbolo che dice molte cose sul loro stato, ma sopratutto offre molte indicazioni per esasperare l’interpretazione negativa del loro operato in
occasione del sabba. In esso dove la pratica alimentare era spesso risultato di azioni magiche, ma sempre espressione di pratiche diaboliche, in contrasto con la semplicità dei costumi
cristiani: le streghe rubavano animali e bevande; dopo il banchetto, in alcuni casi, gli animali mangiati erano fatti resuscitare e ricondotti nelle stalle; nelle botti in cui avevano sottratto
vino o birra, ponevano orina o altri prodotti non commestibili; i corpi dei bambini erano cotti, alcune parti venivano mangiate, mentre altre servivano per la realizzazione di prodotti magici. In
pratica si osserva che il banchetto sabbatico, visto attraverso l’ottica condizionante degli accusatori, diventava un chiaro indicatore della totale negatività dei rituali delle
streghe.
Il loro pasto, grasso e sfrenato, o orrido da cannibale, era ormai del tutto spogliato da eventuali tracce di culti tradizionali collegati alle culture più antiche.
Su quella mensa perversa in cui si divoravano i neonati e si invocava Satana, ormai pesavano preconcetti demonizzanti maturati in secoli di accese lotte contro la diversità, contro chi non
aveva voluto seguire la strada maestra per continuare a percorrere gli antichi sentieri, contro chi aveva fatto del diavolo il proprio dio.

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