Prosecco Superiore DOCG e Prosecco DOC: cosa vogliono i piccoli produttori
4 Febbraio 2016
PROSECCO, FINALMENTE UNA VOCE DAL BASSO. I PICCOLI PRODUTTORI DI SUPERIORE DOCG E DI PROSECCO DOC.
Non sono diversi dai piccoli produttori di Franciacorta, Barolo, Brunello, Amarone. Stesse richieste. Pronti ai doveri, ma ben chiari i diritti. Intanto nasce il Pinot Noir analcolico (prima puntata)
Abbiamo inviato sul posto un nostro amico. Enologo, agronomo, giornalista, accademico, docente di storia economica, il più grande esperto italiano di vini spumanti e frizzanti, un tecnico che ha contribuito al rilancio dei Consorzi di tutela in Italia nel 2000 quando bisognava fare certificazione, tracciabilità, controlli diretti all’origine.
Parliamo di Giampietro Comolli, inviato in Terra di Prosecco. Un binomio già testimone dell’evoluzione dello spumante veneto da una cabina di regia e da un posto di comando come la direzione generale del potente Consorzio Altamarca Trevigiana dal 2004 al 2012. All’epoca Altamarca era il vero punto di riferimento di tutta la spumantistica Trevigiana e Veneta.
Altamarca lanciò la Primavera del Prosecco, la Mostra dello Spumante, il Forum delle Bollicine italiane con sede a Valdobbiadene la capitale del Prosecco Superiore docg e del Cartizze superiore. Cioè i due gioielli della grande famiglia “dei prosecchi”.
Comolli, intanto, cosa succede nella grande GDO Britannica?
<< Niente di nuovo. Il mercato libero, soprattutto i mercati dei paesi non di tradizione produttiva, soprattutto le multinazionali della distribuzione puntano a soddisfare tutte le richieste del consumatore. Per questo nasce il Pinot Noir analcolico a 2,75 sterline sullo scaffale. E’ più grave, grazie a una Europa che liberalizza l’uso in etichetta dei nomi di vitigno. Che almeno siano riservati al vero vino>>.
Abbiamo inviato Comolli perché artefice dal 1992 ad oggi sicuramente del successo generale di tutta la spumantistica italiana. Parliamo di un salto in 25 anni da 180 milioni di bottiglie a 500 milioni, da un export limitato al moscato d’Asti con 100 milioni di bottiglie ad un export odierno che viaggia oltre 360 milioni di bottiglie.

Abbiamo chiesto a Comolli di “sondare” i piccoli viti-vinicoltori della zona “docg” – ma anche produttori di “doc” – sui numeri, sparate a zero, autogoal e prospettive di un grande territorio. Quindi produttori interessati ai due binari docg-doc (la famosa piramide aziendale) con proprietà reali e conduzioni veramente “ a mano” sul territorio e non negli slogan!
Qualcuno dice: << i piccoli produttori, anche se centinaia oramai, non contano nulla. Nelle grandi riunioni chi comanda sono rapporti organizzativi ed economici più alti di noi. Eppoi al vertice dei consorzi ci sono i grandi interessi o persone collegate a formule e accordi fra organismi trasversali. I piccoli sono obbligati a fare in ogni caso un Prosecco docg o doc di alto spessore, solo nei canali distributivi che pagano la qualità e non la quantità. Il 10% dei consumatori di Prosecco, vuole bere molto bene e 10-12 euro li spende. Vuole il territorio nel calice. Poi ci sono altre figure sul territorio: chi punta tutto sui numeri e quindi conviene una uniformità fra docg-doc su tutti i parametri, chi è molto più interessato ad un prezzo controllato dello sfuso all’origine piuttosto che della valorizzazione, c’è poi chi guarda quasi ed esclusivamente all’estero….perdendo il territorio, c’è poi chi spara valori a vanvera e chi ha paura della propria ombra a dire la verità per paura di perdere la seggiola>>.
Questo in estrema e brutale sintesi, ma un territorio di quasi 30.000 ettari vitati non è facile da governare soprattutto se 2 bottiglie su tre o 3 su 4 prendono la strada dell’estero. Il mondo richiede “prosecco” indistintamente tra doc e docg.
Proseguono altri piccoli produttori: << Un ampliamento di superficie produttiva a Glera può avvenire solo nella zona Doc per disponibilità di terra e costi di gestione più limitati. Urge una concertazione reale con intera filiera, non su tavoli ristretti, altrimenti si perde di vista il motore del mercato. Che un litro di vino-base all’ingrosso abbia lo stesso prezzo sia con la certificazione (bollino) Docg oppure Doc non solo è un controsenso, ma è un danno per le zone antiche di qualità, visto che la Doc ha costi effettivi dimezzati >>.
A conforto di questi giusti sfoghi di grandi-piccoli produttori (sono quelli presenti su tutte le guide e nei blogger con i giudizi più elevati) diventa quasi logico pensare a una prospettiva di abbandono della Docg. Ma il segnale più allarmante è dato dal fatto che la Gdo ha alzato i prezzi solo da gennaio 2016, il prezzo dello sfuso copre a malapena il prezzo di vendita reale della bottiglia in cantina, si riscontra un forte aumento degli spumanti generici alternativi a base dei superi, dei superi concessi. Non creerà problemi un aumento allo scaffale del 25% in un rinnovo contrattuale unico, o si perderanno clienti, soprattutto sul mercato nazionale?
Infine qualcuno azzarda, come tecnico, una soluzione che possa essere vero elemento di valutazione nella cabina di regia, se fosse unica, consolidata, astratta, fortemente interessata al binomio vino-territorio. I piccoli viti-vinicoltori trevigiani, da Asolo a Conegliano, passando soprattutto da Valdobbiadene, Colbertaldo, Santo Stefano, Col San Martino e Farra di Soligo, hanno le idee chiare. << Occorre ragionare subito per una gestione unitaria dei nuovi impianti dei vigneti Doc in tutte le province autorizzate. Un regolamento che pianifichi tutto per i prossimi 20 anni, salvo modifiche immediate. Così si dà certezze anche al solo produttore di uva sulle rive di Saccol o Guia. Non consentire nuovi vigneti di Glera non Doc. Puntare su una Doc come era l’Igt, utilissima per grande aree, dove non c’è un controllo annuale della produzione, ma si viaggia su rese alte. Fra doc e docg, l’uva deve avere uno scarto del 30% almeno, il vino sfuso un altro 25%. Così i piccoli produttori possono valorizzare meglio la Docg>>.
Infine i piccoli produttori ricordano che il territorio Docg è anche strettamente legato alla gastronomia, l’enoturismo, il turismo, la cultura del tempo libero, sport all’aria aperta. Sono tutti valori aggiunti che se non si trovano anche dentro al calice, difficilmente c’è un ritorno e una continuità di sviluppo. Il rischio è un raccontarsi oggi delle balle a forte danno futuro per le imprese viticole.
Giuseppe Danielli
Direttore e Fondatore Newsfood.com
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