3 #POSTCORONAVIRUS: economia, impresa, politica by Comolli

3 #POSTCORONAVIRUS: economia, impresa, politica by Comolli

TERZA PUNTATA AGGIORNATA SUL POST CORONAVIRUS
Data: 1 aprile 2020

#postcoronavirus (3)

Continuiamo a stare in casa almeno fino a dopo SS Pasqua. Genitori dedicate tempo ai giochi dei bambini in casa. Niente alibi e scuse. Ci vuole una legge che valga per tutti. Conte deve intervenire. L’Europa rischia: articolo 1 del Trattato di Roma e della Costituente. Individuate alcune azioni/misure nazionali indispensabili. La finanza non deve governare la vita del cittadino. Ma il cittadino non deve mungere lo Stato. Pubblico e privato insieme.
 
Mi sento sicuro oggi. Mi sento tutelato e in mani sicure oggi sul tema sanitario scientifico protettivo. Anche il ministro Speranza è stato finalmente chiaro: si va avanti così senza il minimo cambio finchè gli scienziati non ci danno garanzie diverse.  Ascoltiamo Pregliasco, Galli e Burioni: Speranza faccia una sintesi, Conte chiarisca certe circolari interpretative ed emani un nuovo Dpcm aderente alla realtà dei fatti senza compensazioni elettorali.
Questa è la trafila. La politica deve diventare responsabile e consapevole dei danni che può fare. Fin Salvini (!) ha capito che non si deve fare polemica sterile, ma proposte (accettate o non accettate). La circolare del ministero degli interni (non so fin quanto all’insaputa del Ministro) ha fatto danni: Conte chiede unità insieme unione e un ministro fà una fuga in avanti inopportuna. Mettere in sintonia Zaia e De Luca ci voleva proprio questo ministro!  
E’ vero che il mondo industriale spinge all’apertura di tutto. Ha ragione? E’ solo una questione di bilanci aziendali? Di rispetto contratti, del livello occupazione e accordi sindacali? Una altra occasione per chiudere qualche sostegno in più? Dove sono finiti gli imprenditori industriali di una volta?  E’ giusto sparare cifre come spaventapasseri, tipo 25 mld/euro di danni o di perdita alla settimana? Per poi ridimensionarsi a 13 mld/euro, infine prevedere con la sfera di cristallo un -6% del PIL a fine anno.
Mi piacerebbe che anche gli industriali nazional-italiani in questo momento fossero più attenti e più rivolti alla “esistenza” della fabbrica piuttosto che solo agli “incassi”. Un imprenditore è tale se rischia, se ha capacità di innovare e rinnovare, di trovare nuovi mercati, nuovi consumatori e se ha la capacità di impostare un nuovo modello di fabbrica individuale e collettiva. Oppure è solo una questione di soldi e basta!?
 
Tutto è bloccato: consumo, acquisto, domanda e offerta di beni, mercati nel mondo fermi. Anche il vino è in stand-by. La vera sfida futura per tutto, eliminato il problema salute pubblica e privata (su cui il ministro Speranza dovrà dettare nuove regole strumentali, strutturali e infrastrutturali più moderne e più attente ai servizi dei malati e non alla amministrazione burocratica dei reparti e dei primari) e mantenuto il reddito e occupazione minimale pre-virus, la tecnologica e la logistica diventano veicoli e mezzi indispensabili per attivare un modello sociale-lavorativo diverso.  
Anche i contadini, gli agricoltori, stanno facendo notare come siamo in ritardo nelle risposte al problema del lavoro e della sussistenza: una fabbrica del tondino si può fermare e ripartire (certo con danni, ma la mucca non smette di produrre latte girando una chiave! E’ vero che il premier Boris Johnson ci ha pensato su troppo, tanto, circa 30 giorni prima di adeguarsi all’ovvietà: ma in 24 ore ha messo sul tavolo sostegni pesanti per tutti sotto un certo reddito e per le attività “non chiudibili”.
 
Benissimo il sostegno diretto a chi non ce la fa a sopravvivere: Caritas e Humanitas e le onlus di beneficenza sono in grado in 24 ore di fornire l’elenco esatto dei loro assistiti da anni e i nuovi arrivati alle mense e dormitori. Non c’è bisogno di indagini e di modelli burocratici o di Pin da compilare. Al di sopra di questa fascia di grave difficoltà che va coperta al 100%, ci sono poi le fasce più o meno deboli. E le fasce non deboli, ma in difficoltà per rispondere alle esigenze di terzi: lavoratori, precari, badanti…
E’ di poco fa la notizia che i privati, lavoratori privati, soprattutto in settori di forte crisi come il turismo (che fanno incoming in Italia non tour operator per viaggi all’estero) sono senza alcuna copertura: sono ignorati totalmente alcune fasce deboli di lavori privati soprattutto giovani e single. Perché?  
Eppoi c’è la fascia dei lavoratori dipendenti pubblici e dei pensionati e dei redditi già elargiti  da eliminare a priori da qualunque prebenda perché non perdono posto di lavoro e stipendio o emolumento pensionistico o reddito di cittadinanza o pensione quota 100. Una attenzione particolare va data alle partite iva, artigiani, autonomi… non equiparabili ai dipendenti pubblici e privati perché deducibilità, detassazione, scaglioni e detrazioni per la “produzione reddito” sono assai diverse, compreso prelievi alla fonte e sostituti d’imposta. Rispetto ad altri paesi europei,  il modello fiscale e tributario italiano è molto diversificato dettato da “sostegni” individuali e di categorie di lavoratori assegnate negli ultimi 40 anni.
Un tema che il #postcoonavirus potrebbe essere all’ordine del giorno e molto utile: mettere a posto la fiscalità e la tributaria, un indirizzo europeo non sarebbe male, non solo sull’iva al 26%!  Anche su questo tema ci vorrebbe un impegno Europeo forte che armonizzi tutti i diversi sistemi nazionali, ne va del potere di acquisto e della concorrenza leale. Tema molto seguito dall’UE, addirittura con un commissario ad hoc. E’ anche in questo che l’Europa latita. Fin il commissario Gentiloni ha dovuto fare uno slalom linguistico in italiano e inglese per cercare di non toccare la sensibilità di nessuno, molto diverso il comportamento della Lagarde, ancor più la von der Leyen che, dichiarando tutti italiani gli europei, poi nei fatti concreti ha ossequiato supinamente il diktat tedesco infischiandosene dell’ampia maggioranza che l’ha eletta…con bocciature.
 
Una Europa allo sbando, una Europa che fa porre molte domande anche a molti cittadini tedeschi, belgi e olandesi che non sono allineati con i “nein”. I trattati di Stoccarda del 1983, di Lisbona del 1990, di Maastricht del 1992 sono molto chiari in merito ai dettami, valori e regole – si anche regole – che definiscono prioritaria la “unione politica” fra Stati (e non monetaria o bancaria),  firmati da tutti i capi di Stato e di Governo, in cui di decide di: <<…portare avanti il processo di creazione di un’unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese il più vicino possibile ai cittadini, conformemente al principio della sussidiarietà >>. In più l’art 5 del trattato CE, rafforza e esplicita il principio di sussidiarietà (e la sostenibilità diventa pleonastica) primario e regolatore nei rapporti fra Stati e addirittura fra Stati Membri e Unione stessa: <<La Comunità agisce per competenza ….e interviene nei settori di non diretta competenza, secondo il principio della sussidiarietà, nella misura in cui gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario>>.
 Appare superfluo e inutile ogni commento. Consiglio alla signora Merkel e alla signora von der Leyen di rileggersi i trattati dell’Unione prima di parlare o dare ordini o prendere ordini. In ogni caso una violazione di qualsiasi trattato o il rispetto delle competenze e dei principi della Comunità possono e devono essere sanzionati dal Parlamento Europeo in primis (presidente Sassoli?) e un singolo Stato membro che si sentisse discriminato da questi principi può ricorrere alla Corte di Giustizia (CGUE), preventivamente informato il Consiglio e la Commissione.  
In merito l’art 288 del TFUE stabilisce le procedure in merito. Credo che difronte ad un “nein” unilaterale debba rispondere un “out-out” dell’Italia in un frangente così delicato, visto anche che oggi – finalmente – esiste un documento-patto di 9 Stati sottoscrittori di cui 2 Fondatori (Italia e Francia) mentre la Germania (con Olanda, Belgio e Lussemburgo attaccati) dall’altra parte. Non credo che dopo la Brexit, si vadano a creare 2 blocchi contrapposti di 9 Stati contro forse 18, con la Germania e l’Olanda insieme a Ungheria! Uno scenario allarmante  

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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