Piacenza in corsa per UNESCO: Via Francigena, conservazione del cibo, vino della SS.Messa, storia del Passito e Vinsanto

Piacenza in corsa per UNESCO: Via Francigena, conservazione del cibo, vino della SS.Messa, storia del Passito e Vinsanto

Via francigena tratta piacenza – tematismo unesco in sintonia con Piacenza

Piacenza per UNESCO: Via Francigena, conservazione del cibo, vino della SS.Messa, storia del Passito e Vinsanto

 

Piacenza, 22 gennaio 2021

 

UNESCO: sempre più candidature gastronomiche da tutto il mondo. Piacenza ha una sua chance che deve giocarsi prima possibile. L’importanza dei metodi di conservazione del cibo per dare certezze di nutrizione e salvare le produzioni. Anche il vino della SS.Messa, la storia del Passito e Vinsanto sono esempi di conservazione dell’uva Malvasia aromatica locale.

Recentemente sono state iscritte nella lista delle candidature Unesco, come patrimonio immateriale della umanità nel settore alimentare gastronomico, il “Cous Cous” e lo “Street Food di Singapore”, emblema della cultura hawker della penisola asiatica. Riconoscimenti all’unicità del valore culturale del patrimonio enogastronomico, elemento che connota territori e ne esprime conoscenze, tradizioni, usi e costumi della gente che vi vive e che si sono consolidati nel tempo.

Da qui che Piacenza ha tutto il diritto e il dovere di candidarsi a “città della conservazione del cibo”, meglio se distretto per la biodiversità dei metodi e degli alimenti base utilizzati, dal pesce alla frutta. Piacenza esprime un patrimonio che nei secoli è stato condiviso e fatto proprio anche dai territori limitrofi: tanti i legami con il pavese, il lodigiano, il cremonese, il parmense.

E questo per due fattori principali: una Diocesi antica molto grande, dal fiume Po alla Lunigiana, con  tanti monasteri, conventi, pievi dedicati a bonificare e coltivare terre e a custodire le Vie principali di un tempo eppoi  i latifondi delle grandi famiglie nobili piacentine nei territori limitrofi come gli Scotti, i Landi, i Visconti, gli Sforza, i Pallavicino, i Rossi dove si produceva latte e si allevavano maiali, si coltivavano i 5 cereali.

Sono, oggi, 532 i siti iscritti come beni immateriali  nella lista definitiva  stilata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura-UNESCO: trattasi di  pratiche, rappresentazioni, espressioni, nonché conoscenze e labilità che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi, gli individui riconoscono come parte del loro patrimonio culturale, di cui 14 richiamano e sanciscono le tradizioni italiane.

A oggi, in Europa, sono 29  i beni riconosciuti legati all’enogastronomia, di cui 13 sono beni concreti come le miniere polacche di sale a Wieliczka e Bochnia, poi le saline francesi di Salins-les-Bains e Arc-et-Senans, le diverse regione vitivinicole e paesaggistiche come l’Alto Douro, l’isola di Pico, il Tokaj ungherese, i vigneti svizzeri del Lavaux, i paesaggi agricoli francesi di Causses e Cévennes, quelli danesi di Kujataa, ancora i francesi Champagne e Borgogna. Fra i 16 riconoscimenti dei beni immateriali europei sono siti Unesco la cultura brassicola belga, il caffè turco, il pasto gastronomico dei francesi e le tecniche artigianali di produzione spagnola del lime di Morón de la Frontera.

La lista dei siti riconosciuti e dedicati al bene gastronomico è in forte incremento, partendo dalla “dieta mediterranea” del 2013 come patrimonio transnazionale, a seguire “la coltivazione della vite a Pantelleria” e “l’arte del pizzaiolo napoletano”, quindi riconoscimento di pratiche produttive e di pratiche tramandate da generazioni per un valore identitario e culturale da lasciare tutelate ai posteri.

Stesso principio per i riconoscimenti dei  “paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero-Monferrato”, delle “colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene”, come della Costiera Amalfitana, delle 5 Terre, del Cilento e Vallo di Diano, dei Sacri Monti, della Val d’Orcia, delle Ville e dei Giardini Medicei. Un mix di cultura e testimonianze, di unicità positiva e di connubio uomo-ambiente.

Su 7 siti europei insigniti della medaglia di “città creative per la gastronomia” come fattore ed elemento che ha dato un ceto sviluppo del territorio, 3 sono le italiane Alba, Parma e Bergamo, oltre a Burgos e Denia in Spagna, Östersund in Svezia e Bergen in Norvegia. Un titolo che riconosce l’impegno umano e politico locale per dare alla cucina e all’arte culinaria un protagonismo legato allo sviluppo e all’innovazione territoriale, ma anche un legame sostenibile e strategico fra le aree urbane e le zone vallive circostanti che producono in territori svantaggiati.

Ecco un contesto in cui Piacenza può e deve dire la sua, anzi molti si meravigliano come mai nessuno a Piacenza ci abbia già pensato e non si sia dedicato a individuare elementi strategici legati alla cultura e alla tradizione non solo gastronomica come Parma e Bergamo, ma anche a quella antichissima enologica delle vigne liguri, etrusche, celtiche, romane, greche che sono arrivate sui colli piacentini ed hanno segnato un modo di fare viticoltura con i pali di legno di sostegno, la tradizione dei vini passiti bianchi e la tradizione dei vini frizzanti rifermentati da 2500 anni. Piacenza, quindi non solo vino, ma anche formaggi a pasta dura, formaggi del fiume Po, gli insaccati, il pesce seccato al sole e schiacciato, la fermentazione dell’orzo nelle botticelle di legno, la micca di pane duro, biscotti cotti tre volte, giardiniere, mostarde, miele…tutti alimenti-cibi contrassegnati da un metodo e un uso di conservazione, per salvare il cibo quando abbondante o quando serviva in tempi e stagioni non facili e pericolose, no spreco, resilienza, riuso degli avanzi sempre con modelli naturali, allora come oggi, nati nelle credenze e refettori di monasteri, sotto o chiostri e oratori di conventi.

Piacenza può giocarsi, prima in Italia, prima in Europa, prima nel mondo, una candidatura antichissima ma di estrema attualità, dove l’impegno dell’uomo contadino-credente guardava già alla tutela del cibo, alla salvaguardia, al consumo misurato, rispetto delle rese dei campi e degli allevamenti, controllo delle lavorazioni, alla previsione climatica ma anche di guerra e di pace, alle popolazioni viandanti e transumanti, alla ospitalità di chi arrivava da altri luoghi, allo scambio di cibo, alle naturali contaminazioni fra metodi e tradizioni locali con quelle foreste all’insegna della pace e condivisione fra popoli… fino a vedere quanto un ortaggio oltreoceano abbia arricchito e insaporito le ricette e i piatti piacentini antichi senza stravolgerli anzi… penso ai pisarei e faso con l’aggiunta della passata o del doppio concentrato di pomodoro, così recente.

Contestualmente la candidatura Unesco della “Via Francigena Italia” può essere un fondamentale viatico e un importante binomio con le scelte enogastronomiche piacentine: i viandanti e i pellegrini che dal Regno Unito o dalla Svevia, da Lione o da Arles, percorrevano le vie di Santiago, la Postumia, la via Micaelica e la Romea trasromanica passavano obbligatoriamente per Piacenza, al guado del fiume Po, e qui trovavano ospitalità, servizi sanitari, cibo, accoglienza.

Il binomio cibo-accoglienza era vivo a Piacenza fin al tempo della invasione di  Annibale il quale ritardò a rincorrere i romani sconfitti per via del mangiare, del bere e del clima dei Colli Piacentini. perché buttare questo pezzo di storia, perché non tutelare la memoria e l’impegno delle antiche popolazioni e gli attuali esercenti, uomini, imprenditori di questi luoghi?

 

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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